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Meloni tra gli euro di Renzi e i dollari di Trump

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Tra pifferai magici del passato e del presente, per le prossime elezioni politiche la premier in carica non può promettere soldi che non ci sono, ma soltanto stabilità, di continuare la lotta all’insicurezza sociale e conti in discreto ordine

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È innegabile che Matteo Renzi sia il politico che più sta sullo stomaco agli italiani, e Trump il capo di Stato che più sta sulle palle a mezzo mondo, eppure ambedue incombono sulle prossime elezioni politiche italiane più di quanto non s’immagini. Cercheremo di spiegarci meglio a riguardo.

Il governo di Giorgia Meloni, oltre che per essere stato il più longevo nella storia della Repubblica Italiana, sarà ricordato anche come il miglior governo possibile in un momento politico, economico e militare che non trova paragoni se non nel periodo che precedette l’ultima guerra mondiale. Ci riferiamo, giusto per elencare i problemi in modo sintetico, alla corsa agli armamenti atomici del brutale regime iraniano, all’invasione russa dell’Ucraina, al prezzo del gas schizzato alle stelle, alla crisi di Hormuz, al pieno di carburante che ormai costa quanto una bolletta della luce, agli stipendi rimasti al palo, all’aumento dei tassi d’interesse sul denaro decretati dalla Bce e al lievitare del carrello della spesa alimentare.

Ciononostante, il governo di Giorgia Meloni è riuscito a tenere la barra dritta sia in politica estera che in economia, tant’è che in questo momento il nostro è uno dei Paesi politicamente più affidabili (e stabili) del Vecchio Continente. Il governo poteva fare di più? Beh, questo possono pensarlo soltanto coloro che sono in malafede, visti i 3.300 miliardi di debito pubblico sul groppone degli italiani, dei quali 174 sono stati fatti dall’ultimo governo di sinistra a guida Giuseppe Conte, che adesso si propone come salvifico premier al posto della Meloni la quale, mentre lui blatera, ha anche abolito il bollo auto/moto a partire dal prossimo anno, finanziandolo con i soldi risparmiati del Pnrr.

Il guaio è che molti nostri connazionali, prima di andare a votare, non si pongono il problema delle severe dinamiche economiche che in questo periodo stanno squassando la politica estera e l’economia e, specialmente al Sud, inclinano a seguire i pifferai magici di Sinistra che continuano a promettere cittadinanza facile agli immigrati, redditi di cittadinanza e bonus vari a tutto spiano, senza spiegare che la provenienza dei soldi per finanziarli non potrebbe derivare se non da nuove tasse. E le nuove tasse della Sinistra, quando arrivano, magari in misura diversa colpiscono tutti.

A proposito dei pifferai, Matteo Renzi, che all’epoca guidava il Pd, nel 2014 introdusse, per decreto, il bonus di 80 euro per i lavoratori dipendenti con redditi medi e medio-bassi. E fu così che, all’incirca un mese dopo, in occasione delle elezioni europee, il suo partito rastrellò il 40,81 delle preferenze, ma quando si dimise nel 2016 il debito pubblico degli italiani si ritrovò con un ulteriore passivo di 83 miliardi di euro perché, cosa che non vogliamo capire, la demagogia dei politici ha un prezzo che, alla fine, non pagheranno loro. Ultimo demagogo generoso col debito pubblico del suo Paese (con un passivo di 40.000 miliardi di dollari) è di certo Donald Trump che, lo scorso 9 settembre durante la convention repubblicana di Dallas, ha promesso di versare un “dividendo” di 5.000 dollari ad ogni americano maggiorenne in caso di vittoria repubblicana nelle elezioni di medio termine che si terranno a dicembre.

E la povera Giorgia Meloni, approssimandosi le elezioni del 2027, cosa potrà mai promettere agli italiani per rimanere a Palazzo Chigi? In termini economici immediati molto poco, in prospettiva la salvezza dell’Italia in uno dei momenti, lo ripetiamo, più brutti della nostra storia recente. Ma gli elettori capiranno la differenza tra una statista seria e responsabile, qual è l’attuale premier, e una banda di scalzacani che promette d’irrigare il deserto senza avere l’acqua necessaria per farlo? Di nostro, che non ci facciamo molte illusioni sulla lealtà  dei suoi alleati e sulla reale capacità di discernimento di molti elettori italiani, suggeriamo alla premier d’iniziare a preparare il clima psicologico per la prossima campagna elettorale, facendo suo  il senso del discorso che Vinston Churchill fece ai Comuni il 13 maggio del 1940, mentre infuriavano i bombardamenti tedeschi sui cieli di Londra: «Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi la più terribile delle ordalìe. Abbiamo davanti a noi molti, molti mesi di lotta e sofferenza».

Ma trovandoci in Italia e non in Inghilterra, dopo un discorso del genere forse Giorgia non vincerebbe le elezioni ma, per la prima volta negli ultimi centosessantacinque anni, l’Italia adulta sarebbe costretta a guardarsi nello specchio: pena la sua evaporazione.  

Da parte del Centrodestra – che, per apatia, già si è fatto sfilare dalle mani un referendum sulla giustizia potenzialmente vinto – non guasterebbe iniziare una robusta e martellante campagna elettorale come quella che si fece in Italia nel 1948 tra il Fronte Popolare (il campo largo del tempo) e la Democrazia Cristiana assieme alle altre forze politiche liberali.  Invece di continuare ad avvitarsi sulle bischerate di quel fallimento politico e intellettuale che si chiama Salvini e sul rancido moroteismo di Antonio Taiani: movimentismo dovrebbe essere la nuova parola d’ordine di un Centrodestra tutt’ora forte ma imbolsito!

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