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Galleria Boragno: in mezzo alla gente

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Dal 1995 ad oggi, che il mondo e il sentire delle persone è totalmente cambiato, una sola cosa è rimasta immutata e immutabile nel Varesotto: la Galleria Boragno che continua ad essere un centro di aggregazione della cultura locale e nazionale

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Il 1995 fu l’anno del passaggio dalla prima alla seconda repubblica, dopo il crollo dei principali partiti politici finiti stritolati nelle spire dell’inchiesta milanese cosiddetta di Tangentopoli, e fu anche l’anno in cui, molto avventurosamente, si alternarono a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi e Lamberto Dini. Quell’anno accaddero alcuni avvenimenti che instillarono nei nostri cuori l’illusione di un mondo migliore, o perlomeno diverso da quello fosco e incomprensibile di oggi, ma anche sentimenti di pietà solidale verso il prossimo quando la pietà ancora esisteva.

Infatti, come un messaggio della possibile coesistenza tra i popoli dopo la Guerra Fredda, Norman Thagard fu il primo astronauta americano a viaggiare nello spazio a bordo di un veicolo spaziale russo; a Busto Arsizio divenne sindaco il leghista Gianfranco Tosi; Facebook e le sue successive consorelle digitali non esistevano, le donne ancora si rispettavano e gli adolescenti non andavano a scuola con il coltello in tasca. L’unica nota triste locale di un certo rilievo quell’anno furono i funerali della cantautrice calabrese Mia Martini che si tennero il 12 maggio, nella chiesa di San Giuseppe di Busto Arsizio. Quelli di una certa età ricordano ancora gli eventi con i quali la Galleria Boragno aprì le porte ai bustocchi.

Sicché, possiamo dire che dal 1995 a oggi, che il mondo e il sentire delle persone è totalmente cambiato, una sola cosa è rimasta immutata e immutabile: la Galleria Boragno. Infatti, mantenendosi in circospetta vicinanza a video cool e ai diversi collegamenti da remoto, sotto la guida della poliedrica Francesca Boragno, la Galleria di via Milano continua a essere un centro di aggregazione della cultura locale e nazionale, una situazione vissuta “in presenza” come si suole dire oggi, cioè fatta di operatori veri, di visitatori reali e realmente sul pezzo degli eventi. Perché la cultura che si produce in Galleria non è quella paludata e incomprensibile dei cenacoli e dei sussiegosi dibattiti, ma un patrimonio di tutti, da condividere col professionista colto e con l’uomo della strada, con l’anziano e con il giovane, con il visitatore scettico e con quello veramente interessato all’evento. 

In realtà il trentennale si sarebbe dovuto celebrare l’anno scorso, ma un accadimento luttuoso ne consigliò la procrastinazione per una questione di rispetto e di affetto, perché la Galleria Boragno è soprattutto questo: il tempio del rispetto della vita, per tutte le forme artistiche e per tutte le idee. E non è poco in un sistema globale che vorrebbe “amalgamarci” tutti.

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