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Valentina Bottini, la farfalla che non è mai stata un bruco

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Valentina Bottini
Una bellissima ragazza apparentemente fragile perché costretta sulla sedia a rotelle da una severa malattia neurodegenerativa, ha scritto un libro in cui ha utilizzato se stessa come un ponte per fare arrivare a noi, i cosiddetti sani, i suoi piccoli successi funzionali in un istituto fisioterapico, ma anche i suoi pensieri e le sue riflessioni mentre si sottopone agli esercizi. L’obiettivo è implicito: farci capire quanto può essere bella la vita se saremo capaci di coltivarla come un fiore

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Iniziato con un saluto della padrona di casa, Francesca Boragno, e con l’introduzione di chi scrive, ieri si è concluso il pomeriggio con l’autore presso la Galleria Boragno di Busto Arsizio in compagnia della dottoressa Valentina Bottini, autrice del libro “Anche io salto i crepacci”, della pittrice Laura Zaroli e del consigliere comunale di Busto Arsizio, l’avvocato Luca Folegani, che ha fatto da relatore e coordinatore.

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Come già in altre occasioni, anche ieri pomeriggio la dottoressa Bottini, che è affetta da una severa malattia neurodegenerativa che la costringe sulla sedia a rotelle, ha dimostrato di possedere quella grinta vitale che, di solito, contraddistingue le persone che non si arrendono alle avversità, quali che siano. Ma l’inesauribile vitalità di Valentina per noi che scriviamo non è una sorpresa, perché l’abbiamo avuta collaboratrice in un’altra esperienza professionale, quando dirigevamo un mensile che si pubblicava nel Varesotto. Memorabili furono i suoi articoli dedicati alla giovane irakena rapita dall’Isis nel 2017, Nadia Murad, e all’abominevole pratica del Land grabbing con cui i Paesi ricchi si accaparrano immense distese di terreni agricoli in Africa per produrre cibo per le loro popolazioni, creando così l’assurdo paradosso di Paesi poveri che sfamano quelli ricchi.

Ritornando a Valentina, che cosa la muove, qual è la forza sovrumana che sostiene questa giovane e apparentemente fragile donna? La risposta, probabilmente, è da ricercarsi nella potenza degli ideali, di sentimenti che per lei non sono tanto virtù teologali ma, piuttosto, aneliti del cuore come la fede, la speranza e l’amore, virtù che, purtroppo, la maggior parte di noi non coltiva più, neppure coloro che hanno fatto della (finta?) beneficenza una piattaforma del loro successo. Il suo libro, infatti, è un prontuario, semplice se volete ma di grande impatto emotivo, fatto apposta per quelle “persone sane” che sulla sedia a rotelle della loro vita ci hanno, ormai, messo il cuore, il cervello e la fiducia nel futuro. E senza quella stessa fiducia che abita nel cuore di Valentina il mondo si bloccherebbe, diverremmo tutti quanti delle amebe senza cervello che hanno affidato la loro esistenza a un algoritmo, peggio ancora alla cosiddetta intelligenza artificiale. Sicché la nostra terra “…bella d’erbe famiglia e animali”, diverrebbe una specie di riserva indiana per individui galleggianti sulle acque putride della società liquida, senza prospettive e senza fede, le cui chiavi rimarrebbero in mano a pochi potentati militari ed economici.

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Poi, senza neppure attestarlo a chiare lettere, giunge a dir no a questa tetra prospettiva la più impensabile delle creature: una ragazza apparentemente fragile e sulla sedia a rotelle perché affetta da una severa malattia neurodegenerativa. E dice no con un libro di sessantasette pagine che, ripetiamo, non è un libro cartaceo classicamente inteso ma, piuttosto, un prontuario di fede nella vita che, grazie alla collaborazione di un gruppo di fisioterapisti, diviene la cronaca quotidiana dei successi funzionali di una ragazza che non si arrende e utilizza se stessa, la sua malattia, della quale è ben consapevole, come un ponte per arrivare alla comprensione di noi cosiddette persone sane e distratte. Ci piace terminare questo contributo con la definizione che l’autrice ha dato del suo libro: «Un manuale pratico autobiografico che unisce le chiacchiere tra due amici […] tra battute leggere e racconti di vita personali […] corredati da fotografie della pratica per trasformare la paziente-bruco in una paziente-farfalla». Vedi, cara Valentina, tu non avevi bisogno di una tale metamorfosi perché farfalla lo eri già, ma noi sì. Grazie.

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