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L’esercito italiano c’è ma non si nota molto

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Esercito italiano
Per la loro fisionomia e quantità le nostre Forze Armate non realizzano il concetto di massa e, pertanto, non sono idonee ad assolvere il loro compito istituzionale, che è la difesa del Paese, perché uno sforzo prolungato sul terreno delle operazioni richiederebbe uno strumento di difesa superiore e più complesso di quello attuale

– Enzo Ciaraffa –

Il Generale della riserva Francesco Cosimato, oggi presidente del Centro Studi Sinergie, è un personaggio noto a Milano e agli amici di questo blog per essere un esperto dei problemi della Difesa, ma anche per essere un professionista franco e chiaro nelle sue analisi. Sicché, per sapere qualche cosa di sensato sui venti di guerra che stanno soffiando sul mondo e sulla situazione militare nel nostro Paese, non potevamo che rivolgerci a lui. Fatte le presentazioni, caro Generale, ecco la prima domanda, anche se – ne convengo – questa mia più che una domanda è una premessa: ti pare normale che mentre l’umanità è seduta su di una polveriera pronta a deflagrare alla prima scintilla, i problemi della politica italiana sono i cessi no gender di Bologna e la visita di Salvini al pastificio Rummo di Benevento?

La politica italiana, purtroppo, si sta condannando all’irrilevanza per il suo alto grado d’incompetenza che, ahinoi, si sposa col dogmatismo politico. Ciò perché le ideologie del Novecento sono ancora presenti nella testa dei nostri leader, il che rende difficile perfino la semplice elaborazione di una visione organica e realistica del ruolo del nostro Paese nell’ambito delle sue alleanze e nei rapporti con l’Occidente, con l’Oriente e con l’Africa. Siamo quelli che in Libia nel 2011 bombardarono le loro fonti di energia perché Gheddafi era un dittatore… ma se lo era da oltre quarant’anni! Non mi fa piacere dirlo, ma in quella circostanza facemmo una cosa assolutamente demenziale.

Il momento è dannatamente serio. Il ministero della Difesa tedesco ha delineato un potenziale scenario in cui l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe sfociare in un conflitto globale che coinvolgerebbe la Nato già l’anno prossimo. Gli ha fatto eco il Capo di Stato Maggiore del Regno Unito, il Generale Patrick Sanders, esortando i britannici a prepararsi perché, in un futuro non tanto lontano, potrebbero essere chiamati a combattere contro la Russia.

È curioso che delle personalità così importanti si producano in previsioni che non si sa bene se vengono da una sfera di cristallo o dal solito polpettone preparato da istituti di studi collaterali alle lobby degli armamenti. Intendiamoci, il momento è molto problematico e foriero di eventi terribili, ma a maggior ragione mi piacerebbe sapere come sono stati confezionati i succitati studi. E poi, posto che il mondo e la spada, cioè la diplomazia e le Forze Armate, dovrebbero sempre andare di pari passo come ricordava Clausewitz, mi aspetterei che i politici fornissero una qualche soluzione ai problemi sul tappeto, magari sul piano diplomatico e non soltanto su quello militare.

Spiegati meglio, Generale...

Vedi, per combattere un conflitto convenzionale di lunga durata, come quelli attualmente in corso in Ucraina e in Medio Oriente, ci vogliono innanzitutto professionisti in grado di farlo e non soltanto soldi. Insomma ci vuole una cultura della difesa Militare.

Perché non l’abbiamo?

Non fare il giornalista che cade dal pero perché anche tu hai quasi mezzo secolo di vita militare sulle spalle e, pertanto, sai bene che non l’abbiamo. E, credimi, la cultura radical chic imperante in Occidente, l’ideologia woke e la cancel culture tanto care alla Sinistra, non sono di certo motivanti per coloro che, poi, dovrebbero saltare fuori dalle trincee per assaltare l’orso russo o il dragone cinese.

Con tali premesse siamo credibili almeno come forza di dissuasione minima?

Le nostre Forze Armate, mondate della grande considerazione professionale che ho per tanti colleghi e amici incontrati nel corso della mia carriera, non realizzano il concetto di massa e, pertanto, sono insufficienti se non addirittura inutili perché uno sforzo prolungato sul terreno richiederebbe uno strumento militare di gran lunga superiore a quello attuale.

Perché il concetto di massa è così difficile da fare entrare nella testa dei politici?  

Purtroppo, la loro insipienza impedisce di realizzare che il perdurare dell’attuale situazione è la premessa sicura per divenire schiavi di chi avesse delle mire sulla nostra penisola, come è già tante volte avvenuto nella storia. Si aggiunga che oggi, per sottostare al volere di un Paese canaglia, non è necessario che questo ci invada, basta che ci tolga i chip per i nostri computer o le batterie per le nostre futuristiche auto.

In caso di bisogno, quante Divisioni l’Esercito italiano riuscirebbe a mettere insieme e attingendo da “dove” il personale occorrente?

Teoricamente e considerando una struttura ternaria, con le nove Brigate esistenti, si possono costituire tre Divisioni. Questa ipotesi, però, è puramente teorica, perché abbiamo sì tre Brigate Meccanizzate, ma non abbiamo le tre Corazzate.

E per le altre Forze Armate come siamo messi?

Stesso discorso dell’Esercito italiano. Mi risulta che non abbiamo tre completi gruppi navali d’altura per svolgere operazioni in alto mare, come mi risulta che le forze aeree siano state decurtate di aerei da caccia multiruolo F-35. Insomma, le nostre forze attuali non possono essere considerate sufficienti secondo il noto criterio della massa, un principio cardine dell’arte militare.

Vedi, quando mi arruolai nell’Esercito italiano, nel 1968, ogni reparto aveva già disponibili nei propri magazzini il vestiario, le razioni alimentari, le armi e le dotazioni per armare e vestire in breve tempo eventuali mobilitati. Non capisco come faremmo una mobilitazione oggi che abbiamo eliminato i distretti militari e la maggior parte delle caserme...

Quando il servizio di Leva è stato “sospeso”, in realtà sono stati smantellati i distretti militari che provvedevano alle importanti funzioni di mobilitazione, di reclutamento e di selezione. Posto che l’attuale centro di reclutamento dell’Esercito italiano di Foligno non sarebbe in grado di gestire una massa consistente di persone, si dovrebbe ricostituire un sistema degli arruolamenti che non c’è più e che constava di tanti enti, tante sedi, tante persone con una struttura capillare sul territorio. Se vogliamo parlare seriamente.

Tu e il Generale Mauro Arnò siete stati tra i primi a tirare in ballo il problema: dove sono le forze di riserva eventualmente da mobilitare? A meno che non si voglia considerare tale la riserva selezionata…

Intesa come assetto specialistico, la riserva selezionata è un serbatoio di persone con competenze specifiche, ma è quantitativamente limitato. La funzione di supporto, tuttavia, è soltanto uno degli aspetti necessari allo svolgimento di operazioni militari. Per avere un sistema imperniato sulle unità di manovra bisogna avere la capacità di ricostituire le funzionalità a suo tempo eliminate: i soldati e gli armamenti non si possono, all’occorrenza, richiedere alle società di delivery come fossero i cestini del fast food!

E allora?

E allora bisognerebbe, da subito, approvvigionare nuovi armamenti e gestire il processo di individuazione dei giovani (gli arruolabili), di valutazione delle loro caratteristiche (la selezione), della loro immissione negli organici delle Forze Armate (la mobilitazione) e di reimpiego dopo il servizio (smobilitazione).

Come il solito sei stato chiaro e conciso Generale perciò, se possibile, sono anche più preoccupato di prima dell’intervista.

Come mai.

Perché il periodo che stiamo vivendo mi fa venire in mente un episodio accaduto in Italia nel 1942.

Addirittura così lontano…

Te lo racconto. Mentre sul terreno incubavano le battaglie che avrebbero deciso le sorti della II Guerra Mondiale, quella di El – Alamein in Nordafrica e di Stalingrado in Russia, in Italia, lungi dal rendersi conto della situazione e farvi fronte, il regime si dedicava letteralmente alle cagate. Infatti, con la sentenza numero 98 del 3 marzo del 1942, il Tribunale speciale di Roma aveva fatto nascere un’inedita categoria di an­tifascisti, quella dei defecatori, vista l’accusa in base alla quale sei giovani imputati furono processati: «Avere vilipeso la Nazione italiana, defecando sulla statua del monumento ai caduti in guerra […] Gli altri due di concorso nel delitto e per avervi partecipato defecando nei pressi del monumento medesimo […] Inoltre i suddetti minori si limitarono a defecare non sul monumento, ma nei dintorni del monumento». Come dire che, nel pieno di una guerra che coinvolgeva milioni di persone, un regime che utilizzava un “tribunale speciale” per processare gli autori di una ragazzata (che oggi, al massimo, finirebbe su Facebook), meritava di sparire dalla storia. Non trovi che, in qualche modo, oggi stia accadendo la stessa cosa mentre il mondo rischia di andare in tocchi?

Risparmiami la risposta a questa domanda.

Perché se è lecito saperlo.

Sarei censurabile…

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