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Territorio

Eroe e bravo ragazzo

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Ugo Mara
Tra gli oggetti che furono ritrovati addosso al giovanissimo Sottotenente bustocco caduto nel corso della battaglia dei Tre Monti nel gennaio del 1918, e restituiti alla famiglia figurava una piccola bandiera italiana, la foto della mamma, quella delle tre sorelle e un santino della Madonna del Rosario

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Da quando me ne occupai, all’incirca nove anni fa, in un libro, è la prima volta che ritorno sulla vicenda del Sottotenente bustocco Ugo Mara, ciò perché il prossimo 31 gennaio ricorrerà il 108° anniversario della sua morte in combattimento (https://youtu.be/riuoTicVnNU?si=o1NuRL7KGjO_AmaM). Ma la sua parabola terrena, in realtà, iniziò ad esaurirsi già all’alba del 28 gennaio 1918, quando prese il via quella che è ricordata come la prima bat­taglia dei Tre Monti, perché tesa alla conquista di tre rilievi delle alpi vicentine: il Col del Rosso, il Monte Valbella e il Col d’Echele. Si trattò della più grande battaglia di artiglieria della Grande Guerra sul nostro fronte ed ebbe alterni sviluppi sul terreno, ma alla fine il successo arrise agli italiani.

Quella mattina si erano spinti verso le alture anche alcuni reparti di Arditi, di esploratori cecoslovacchi (in realtà assaltatori anch’essi) e reparti della Brigata Sassari, nelle cui avanguardie c’era il Sottotenente Mara come Ufficiale di collegamento con le Batterie del 30° Reggimento, alle quali indicava con i razzi di quanto allungare il tiro. Grazie anche al suo operato, i nostri fanti riuscirono ad occupare alcune posizioni impor­tanti, ma con un fulmineo contrattacco gli austriaci li costrinsero a ripiegare, riuscendo a riprendersi il Col d’Echele. Visto come si stavano mettendo le cose, Ugo Mara, incitando gli uomini che lo seguivano, decise di spingersi ancora più a ridosso delle postazioni austriache allo scopo di poter segnalare, con maggiore precisione, alle Batterie dove tirare per spianare la strada a un contrattacco italiano.

Ma proprio in que­lla fase della battaglia fu colpito al ventre da una scheggia e il problema che subito si presentò ai soccorritori, che lo avevano raccolto tra le raffiche di mitragliatrice, fu quello di come trasportarlo a valle, all’Ospedale da Campo numero 165, in una località conosciuta come San Giacomo di Conco, situata tra i paesini di Conco e Lusiana. Si era a circa 1.300 metri di altitudine e nel bel mezzo di una delle più cruente battaglie della Grande Guerra, per cui non era sperabile che arrivassero dei barellieri in tempi brevi.

I militari così, per salvare il “loro Tenente” che sembrava versare in gravi condizioni, decisero di portarlo a valle in spalla. Il trasporto di un ferito in discesa, che già in condizioni normali non sarebbe stato facile data l’asprezza del terreno, divenne una sorta di via crucis, con i colpi dell’artiglieria che scoppiavano ad ogni passo, quando i soccorritori non venivano inseguiti dalle rabbiose raffiche delle Schwarzlose austriache, che con insistenza battevano sentieri e mulattiere per impedire l’alimentazione della battaglia da parte degli italiani. Sicché i dodici chilometri che separavano il Col d’Echele da San Giacomo di Conco, dove poteva essere la salvezza del ferito, sembrarono più di cento. Ai militari soccorritori ci vol­lero, infatti, più di ventiquattro ore per raggiungere incolumi la 4^ Ambulanza Chirurgica dell’Ospedale da Campo numero 165. Cercando d’immaginare la scena dei soldati che portavano a valle il loro Ufficiale ferito, non possiamo fare a meno, anche ad oltre cento anni di distanza, di commuoverci un po’ mentre, quasi inconsapevolmente, ci troviamo a sussurrare la poesia “Prima marcia alpina”, dello scrittore ed Ufficiale degli Alpini Piero Jahier: «Sei il nostro ferito/Ti riprendiamo e al paese ti ripor­tiamo/Tutti per uno/Mano alla mano/Dove si muore discendiamo».

Ad operare Ugo Mara arrivò il Maggiore Medico Giuseppe Solaro dall’Ospedale Chirurgico Mobile “Città di Milano”, il quale, mediante un’ardita ma bene esegui­ta laparatomia, riuscì ad estrarre la scheggia dall’intestino del giovane Ufficiale. Questo avveniva in anni in cui l’anestesia in campo operatorio stava muovendo i primi passi e la disinfezione delle ferite era affidata alla tintura di iodio e ai sulfamidici. Difatti, seppure brillantemente eseguito, l’intervento chirurgico non riuscì a salvare la vita ad Ugo, il cui cuore generoso cessò di battere il 31 gennaio del 1918. Probabilmente morì di tetano o di setticemia. Tra gli oggetti che gli furono ritrovati addosso e restituiti alla famiglia figurava una piccola bandiera italiana, la foto della mamma, quella delle tre sorelle ed un santino della Madonna del Rosario… un eroe con il cuore di bravo ragazzo.

Ci piace concludere il ricordo con due di quelle coincidenze che soltanto l’imperscrutabile destino degli uomini sa rendere particolari e drammatiche. La prima. Nel 1921, l’ex Maggiore Medico, il chirurgo professor Giuseppe Solaro diverrà primario dell’Ospedale di Busto Arsizio, la città del giovane Ufficiale che egli aveva cercato di strappare alla morte a San Giacomo di Conco. La seconda coincidenza. Il 28 gennaio del 1918, assieme ad Ugo Mara, erano partiti all’attacco anche gli esploratori cecoslovacchi che in veste di ex prigionieri antiaustriaci erano stati inquadrati a Solbiate Olona, nella caserma che nel 1924 sarà intestata proprio a lui.  Purtroppo, gli anni passano e gli insulti del tempo cancellano memorie, uomini, date e tradizioni, ma fintanto che riusciremo a coltivare il ricordo di coloro che, come il Sottotenente bustocco sacrificarono la giovinezza e la vita per il loro Paese, avremo ancora qualche chance di rimanere a galla sui marosi della storia di questo secolo.

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