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Dalle proteste studentesche al tracollo del sistema

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Le proteste studentesche sono soltanto il sintomo di una malattia che alla fine ci annienterà tutti, perché – tanto a destra quanto a sinistra – il nostro Paese è andato a finire in mano a degli immaturi patologici che vivono in una bolla di eterno presente, incapaci come sono di rapportarsi al passato o programmare un futuro

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Proprio in questi giorni dovremmo riflettere attentamente su di una metafora attribuita al cancelliere austriaco di origini tedesche, Clemente von Metternich: «Quando Parigi starnutisce, l’Europa si becca un raffreddore». Mentre scriviamo, infatti, la Francia è in preda al caos e alle violenze degli studenti, sfociate in vere e proprie rivolte, con scuole date alle fiamme, violenti scontri con la polizia, oltre 600 arresti, 2.000 fermati tra i manifestanti e 60 presidi feriti. Siamo, forse, alla riedizione di quel Sessantotto che in Europa si accese con le scintille provenienti dalle scuole e università francesi come Nanterre e la Sorbona di Parigi? È probabile, perché il clima sociale, i presupposti politici ed economici sono identici a quelli di allora. Con un aggravante, però: oggi il nostro Paese non è più realmente inserito in uno dei due blocchi di potere economico, politico e militare sui quali un tempo si reggeva il governo del mondo, anche perché, di fatto, quei due blocchi non esistono più.

Ma lasciamo scorrere temporaneamente il Sessantotto e cerchiamo di capire che cosa avvenne dopo di esso, perché se una similitudine dobbiamo fare è proprio su ciò che accadde dopo in Francia, dove la protesta piazzaiola cessò relativamente presto per la fermezza e l’intelligenza del presidente Charles De Gaulle. Questi, infatti, seppe mettere in campo una strategia politica fatta da un martellante ricorso ai media conservatori e dalla mobilitazione della maggioranza silenziosa del Paese, dopo di che sciolse l’Assemblea Nazionale e indisse elezioni anticipate che, ovviamente, gli diedero ragione. La strategia messa in campo dal presidente De Gaulle aveva alla base una costatazione tanto semplice quanto efficace: erano sì i ragazzotti a far casino sulle piazze francesi ma, poi, a votare ci sarebbero andati i loro genitori storicamente pompieri rispetto ai figli incendiari. Come dire che la rivoluzione sessantottina in Francia la fecero finire i genitori dei sanculotti in erba.

In Italia, purtroppo, le cose andarono diversamente in quegli anni per molte ragioni perché, oltre a non avere un De Gaulle sottomano, la classe politica, consapevole di non avere l’autorevolezza e la forza per fronteggiare con successo le caotiche (ma non ingiuste) istanze di cambiamento che provenivano dai giovani, pensò di poterle in qualche modo fagocitare, alla peggio cavalcarle. Faceva senso, ad esempio vedere all’epoca uno dei peggiori e immarcescibili arnesi della corrente Sinistra di Base appartenente alla Democrazia Cristiana, Ciriaco De Mita, intrupparsi con i cortei studenteschi che chiedevano cambiamenti, compresi quelli relativi alla classe politica della quale lui faceva parte… era gente dalla faccia di tolla come lui che essi contestavano!

Ma non tutti i giovani si fecero gabbare dai trasformismi di un sistema sbarrato ai cambiamenti reali e, purtroppo, alcuni di essi reagirono a questo stato di cose ricorrendo alla lotta armata contro lo Stato, lotta che avrebbe insanguinato le nostre contrade per molto tempo. Si pensi che dal periodo del Sessantotto agli inizi degli anni Novanta, in Italia, erano avvenuti 492 ammazzamenti in quindicimila azioni terroristiche di vario tipo, alcune delle quali messe a segno in località che entrarono nell’immaginario doloroso degli italiani, come Piazza Fontana, le secche della Meloria, Peteano, Questura di Milano, Piazza della Loggia, San Benedetto Val di Sambro, Stazione di Bologna e via elencando. Nella circostanza il sistema-Paese, per quanto in fibrillazione, non era collassato soltanto perché il boom economico, che aveva prodotto grandi profitti per le principali famiglie industriali, aveva creato un discreto benessere per i comuni cittadini, pur senza determinare la nascita di una solida cultura amministrativa, tantomeno una durevole modernizzazione delle pubbliche strutture come la scuola, il fisco, la Sanità e il lavoro, vittime ormai di se stessi prima ancora che della lottizzazione politica.

L’avvento di questa specie di dittatura del sistema fu anticipato dal giornalista e scrittore Mario Missiroli con delle parole che oggi appaiono ovvie e che, invece, sono da ritenersi profetiche perché furono scritte agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso: «È un fatto. I partiti fanno finta di non vedere, di non sentire, ma è fuori discussione che da qualche tempo si va sempre più diffondendo nel Paese un senso di vivissima avversione nei confronti di quella partitocrazia alla quale si fanno risalire tutti i malanni che ci af­fliggono. Si tratta di un fenomeno grave, perché tale avversione, pienamente giustificata dalla realtà, da quanto accadde sotto inostri occhi, può risolversi nel discredito della stessa democrazia e coinvolgere, in una sommaria condanna, le idee, i metodi, i principi stessi di quella legittimità all’infuori della quale nessun governo può reggersi». Ma i nostri politici lo avranno finalmente capito? Non pare proprio, perché continuano ipocritamente a puntare il dito contro l’assenteismo elettorale degli italiani non soffermandosi sul fatto che essi ne sono l’unica causa.

Eppure, nonostante l’alternarsi di governi che in quel periodo non duravano in carica più di un anno, un milione di giovani italiani alla ricerca della prima occupazione e le università rigurgitanti di studenti frustrati e privi di prospettive, il Sessantotto non aveva trovato il primo innesco in Italia ma in Francia: perché? Perché, essendo quello nostro un Paese di recente democrazia, con strutture politiche e sociali fragilissime e con due partiti facenti parte a pieno titolo della suddetta dittatura del sistema, in quanto reggevano uno il potere in tutte le sue forme (la DC) e l’altro quello del sottopotere in tutte le possibili declinazioni (il PCI), l’Italia era una pianta priva di linfa creativa che si sarebbe accesa con ritardo, ma ustionando tutti malamente. Di lì a qualche anno, infatti, avrebbero fatto la loro tragica comparsa sulla scena le Brigate Rosse e quelle Nere.

Assunto che il governo del mondo bipolare non esiste più, che la Cina – una dittatura – sta conquistando i mercati mondiali e quando prima passerà a quelli politico-militari, che l’orso russo, oltre a dilaniare l’Ucraina, minaccia sempre più da presso i Paesi baltici e la Polonia, che l’Ue fa solo chiacchiere e regolamenti, che la Nato non gode di buona salute e l’America si è impantanata nello Stretto di Hormuz, dovremmo decidere che cosa fare per uscire alla meno peggio dalla tempesta perfetta che si sta addensando sulle nostre teste. Senza parlare del debito globale, dell’aumento dello spread, dei tassi d’interesse e del costo della vita in generale. A riguardo non nutriamo molte speranze circa la possibilità che la classe politica italiana (ma anche Europea…) riesca a limitare i danni perché, eccetto una donna come la premier Giorgia Meloni, il nostro Paese e il Vecchio Continente – tanto a destra quanto a sinistra – sono andati a finire in mano a degli immaturi patologici che vivono in una bolla di eterno presente, incapaci di rapportarsi al passato o di programmare un futuro per gli amministrati. Ma allora siamo irrimediabilmente fottuti? A voi la risposta…

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