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L’auto impiccagione stellata della Svizzera

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Svizzera
Se la legislazione della Confederazione dovesse soggiacere al diritto dell’Unione Europea, che è rigido ed immodificabile, sarebbe costretta a sopprimere per forza di cose la sua più bella e antica conquista civile, cioè la democrazia diretta di cittadini che, oltre al voto, hanno diritto di esprimersi su ogni scelta del governo mediante referendum popolari indetti senza patemi d’animo ogni volta che lo richiedono

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Come dovremmo chiamare un Paese neutrale, ricco e felice da secoli, che è in procinto d’infilare volontariamente la testa nel cappio di Bruxelles? Suicida, direbbe qualcuno, ma anche noi (che non amiamo particolarmente quella locomotiva inceppata dalla burocrazia che si chiama Unione Europea) sentiamo il dovere di soppesare brevemente, nei suoi aspetti principali, un’iniziativa del Consiglio Federale della Svizzera che avrebbe intenzione di “aprire” ad una particolare forma d’integrazione nell’Unione Europea entro il 2028. Pare di capire che una tale apertura, o integrazione parziale dei 120 accordi bilaterali già operanti, dovrebbe avvenire all’insegna dello slogan “Mercato sì – Sovranità no!”. Ma le due fattispecie, mercato comune e sovranità, sono poi conciliabili? Andiamo un po’ a vedere.

Dopo più di dieci anni, il Consiglio Federale, oltre agli accordi già vigenti con l’Ue, ha preparato un nuovo pacchetto di misure che, se ratificato dai cittadini, modificherebbe non poco i rapporti della Svizzera col mercato unico europeo e con la legislazione interna. Per fare un esempio, se la giurisprudenza svizzera dovesse uniformarsi al diritto europeo, rigido e immodificabile, sarebbe costretta a sopprimere, tanto per fare un esempio, la sua più bella e antica conquista civile, cioè la democrazia diretta tramite il ricorso al referendum. E questo per una ragione che appare chiara anche ai non addetti ai lavori: come si potrebbero cambiare tramite referendum dei disposti di Bruxelles, che lo ripetiamo sono immodificabili, riguardanti il mercato del lavoro o la gestione della mobilità? Ciò perché, come altre, queste sono problematiche intimamente connesse al mercato del lavoro elvetico e alla particolarità statuale della Confederazione Elvetica. 

L’impressione è che a Berna si tenda a semplificare la portata, i rischi e le conseguenze di una più rafforzata integrazione economica con l’Unione Europea che, tra l’altro, costerebbe al contribuente svizzero 375 milioni di euro quale contributo fisso annuo; in aggiunta al fatto che con i nuovi accordi la Svizzera dovrebbe allinearsi alle norme europee, come dire che avrebbe sì accesso al mercato unico, ma con regole imposte da Bruxelles.

Insomma, la Svizzera dovrebbe accettare, senza alcuna negoziazione, tutte le modifiche che l’Unione Europea imporrebbe a settori quali la movimentazione merci, i trasporti su strada e per aria, la sicurezza alimentare e la libera circolazione delle persone… e meno male che non siamo ancora al passo formale dell’ingresso ufficiale! A riguardo della sicurezza alimentare un’altra dissonanza possibile: la Svizzera, che è uno dei principali Paesi produttori di cioccolato nella misura di 180.000 tonnellate ogni anno, delle quali il 70% viene esportato, si troverebbe a dover fare i conti con due cervellotiche direttive europee sulla produzione del cioccolato. D’altronde, l’Europa che tanto attira alcuni politici svizzeri è la stessa che ha stabilito di quanto deve essere la curvatura dei cetrioli, il diametro delle mele, il colore dell’insalata e quando dovrà entrare nel vivo la costosa rivoluzione verde, il cosiddetto Green Deal, con un’economia a zero emissioni, un progetto che per adesso ha massacrato l’industria europea e si accinge a farlo anche con le tasche dei proprietari di casa.

E l’accettazione di queste e altre amenità avverrebbe in cambio di cosa? Per un’adesione al programma di ricerca e innovazione Horizon Europe, all’Erasmus e all’Euratom, laddove la Svizzera ha già ratificato il trattato di non proliferazione nucleare e utilizza, da anni, l’energia atomica soltanto per scopi pacifici? Un po’ pochino come contropartita per rinunziare a secoli di neutralità perché, per chi lo avesse dimenticato, l’Unione Europea non è affatto neutrale dal momento che sta finanziando la guerra degli ucraini per difendersi dalla Russia. Saggezza vorrebbe che, fino a schiarimenti diplomatici, si stesse lontani il più possibile dall’UE invece di brigare per entrarvi in qualche maniera. E non s’illudessero gli svizzeri favorevoli che, entrandovi, lavorerebbero un giorno in meno e guadagnerebbero come se avessero lavorato un giorno in più, come aveva assicurato quel genio di Romano Prodi: ci cascammo già noi italiani. Qualche commentatore sostiene che la Svizzera si stia apparecchiando una Brexit al contrario ma, secondo noi, si dovrebbe parlare più realisticamente di Swigal, combinando le iniziali della parola Swiss/Svizzera con gallows/forca. Sarebbe più realistico.

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