Per quanto tempo terremo ancora a bada il diavolo che è in noi?
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Lungi dall’aver appreso la lezione da eventi drammatici come la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, abbiamo continuato a fabbricare armi convenzionali sempre più sofisticate e potenti oltre alle bombe atomiche, tant’è che si stimano ve ne siano in circolazione all’incirca tredicimila, laddove ne basterebbero soltanto seicento per far scomparire la specie umana dalla faccia della terra
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È già trascorso un quarto di secolo da quando abbiamo imboccato la strada del terzo millennio, quello che, secondo il vaticinio del politologo statunitense Francis Fukuyama, avrebbe dovuto porre fine al dinamismo della storia intesa come lotta tra sistemi politico-culturali alternativi e aprire le porte a quel mondialismo che avrebbe fatto a pezzi i nazionalismi, assicurandoci così un futuro di equilibrate relazioni tra Stati sempre più interconnessi. Ma qualcosa deve essere andato storto perché, mentre scriviamo, ci sono una decina di guerre locali in atto in nome del nazionalismo, il mondo è diviso in blocchi multipli come mai prima e la pace universale è assicurata soltanto dalla minaccia reciproca di utilizzare ancora la bomba atomica. Bel risultato ad appena ottant’anni dai tragici e inascoltati moniti provenienti dalla tragedia dalle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki! A questo punto ci dovremmo domandare se possiamo ancora fidarci dei vaticini degli esperti e, soprattutto, se possiamo continuare a fidarci di noi stessi. Degli esperti (come quelli che hanno attribuito il buco nell’ozono alle scoregge delle vacche per esempio…) abbiamo smesso di fidarci da tempo. È il cercare la risposta alla seconda domanda, ovvero se possiamo fidarci ancora di noi stessi, che ci imbarazza ancor prima di fare un prodigioso capitombolo all’indietro nella storia, perché abbiamo ragione di temere il responso che ne verrà fuori.

Vediamo un po’. Gli ominidi nostri antenati, vivevano sugli alberi per non diventare il pasto di fiere come la tigre dai denti a sciabola, l’orso bruno, il leone delle caverne e il lupo. Poi, all’incirca sei milioni di anni fa accadde qualcosa che li costrinse a cercare il cibo a terra, nonostante il pericolo mortale che correvano: come riuscirono a sopravvivere in quell’ambiente così ostile e colonizzare l’intero pianeta? Persone che hanno dedicato una vita a studiare questo particolare periodo dell’evoluzione umana non sono riuscite a trovare una risposta esaustiva a tale interrogativo, figuriamoci noi tapini. Però niente ci vieta di pensare che i nostri antenati ominidi riuscirono ad averla vinta sulle belve quando realizzarono che una pietra o una bastonata ben centrata sulla testa di una tigre o di un orso poteva fare la differenza tra la vita e la morte, tra il mangiare e l’essere mangiati. La prima conseguenza di tale cambio di paradigma fu la necessità di aggregarsi in modo da avere a disposizione più “armi” per poter cacciare gli animali o difendersi da essi. E fu a questo punto che, secondo noi, avvenne il pervertimento del naturale istinto di sopravvivenza dei nostri progenitori, probabilmente perché realizzarono che, se un bastone e una pietra potevano averla vinta sulle fiere, potevano produrre lo stesso effetto anche ai loro simili ai quali iniziarono a sottrarre prede e femmine con la forza di gruppi sempre più numerosi e meglio organizzati. Avevano inventato la guerra!

Anche se sono rarissimi i reperti a riguardo, che cosa sia accaduto di preciso all’alba dei tempi è desumibile dagli echi di rimbalzo che ci hanno trasmesso la preistoria e la storia, partendo dalle prime civiltà mesopotamiche a oggi: un’interminabile successione di guerre per ridurre in schiavitù altri popoli, guerre condotte con armi sempre più sofisticate, passando in progressiva, drammatica successione dal randello alle armi di bronzo, dall’arco alle armi di ferro, dallo schioppo alla bomba atomica. Nel frattempo alcuni profeti, sinceramente ispirati da una forza interiore, introdussero il culto di divinità che non erano inizialmente violente, ma i loro seguaci ne deformarono il messaggio per adattarlo ai propri predatori scopi: Jehovah, Gesù Cristo e Allah furono tramutati nei cappellani militari dei nuovi eserciti di conquista, trovandosi, così, a dar copertura a quelle orrende azioni dell’uomo perpetrate contro i suoi simili, per le quali il genere umano non si vergognerà mai abbastanza.

Ne citiamo soltanto cinque di tali, orrende azioni compiute dagli esseri umani, le più famose: il tentato genocidio dei nativi nordamericani e sudamericani, quello del popolo armeno, il genocidio degli ebrei nelle camere a gas e la grande strage di Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo, lungi dall’aver appreso la lezione che tali eventi ci hanno somministrato, abbiamo continuato a fabbricare armi sempre più sofisticate, oltre alle bombe atomiche, tant’è che si stima ve ne siano in circolazione all’incirca tredicimila, laddove ne basterebbero soltanto seicento per distruggere la specie umana.

Tuttavia, il peggio del peggio non è tanto la proliferazione degli ordigni nucleari per scopi bellici, ma il progressivo venir meno del loro effetto-deterrenza e della paura che, almeno fino a oggi, ha avuto sui capi di governo la stessa funzione della sicura di una pistola: per sparare bisogna disattivarla, ovvero rimuovere la paura delle conseguenze. Pare che, in alto e in basso della scala sociale di molti Paesi, non ci si renda conto che, continuando a costruire bombe atomiche, prima o poi qualcuno (come i fanatici preti di Teheran che sono fermi a una visione del mondo vecchia di un millennio e mezzo) quella sicura andrà a disattivarla, per sbaglio o per deliberata scelta, con conseguenze che fanno rabbrividire soltanto a ipotizzarle. Infatti, il “vincitore” di una guerra atomica si troverebbe a vagare in un deserto di macerie, esposto a radiazioni mortali per anni, distrutto nello spirito e nella mente, tardivamente consapevole di non aver vinto un cazzo e che, nella migliore delle ipotesi, riuscirà a conservare soltanto la sua vita animale.

Arrivati a questo punto la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio, e cioè se possiamo fidarci ancora di noi stessi, parrebbe scontata e categorica: no! Ma è proprio così? Diciamo che ci stiamo avvicinando sempre di più al punto di non ritorno sempreché, a seguito di un evento naturale potenzialmente catastrofico per l’umanità, non intervenga il buonsenso e lo spirito di gruppo ad aprirci gli occhi e la mente, come auspicava il filosofo e pacifista britannico Bertrand Russell: «Se gli astronomi scoprissero che una cometa verrà un giorno a collisione con la terra e distruggerà gran parte del genere umano, tutti gli uomini unirebbero i loro sforzi per affrontare il pericolo. È in questo modo che deve essere considerata la prospettiva di una guerra nucleare: non una ragione per odiare questa o quella nazione, ma una ragione per unirsi tutti in uno sforzo comune contro il pericolo». A volerci riportare, oggi, al pensiero di Russell dovremmo dire che siamo messi talmente male da dover sperare che la salvezza dell’umanità da una catastrofica guerra atomica possa venire dal sopraggiungere di un pericolo ancora più catastrofico. Il che, ce ne rendiamo conto, non offre una risposta netta all’interrogativo iniziale e, purtroppo, ne ispira altri ancora più dirompenti. Ma questa è, secondo noi, la situazione attuale e sentivamo il dovere di rappresentarla a coloro che, ad ogni livello di responsabilità, parlano di pace e di guerra a cuor leggero, senza conoscere i vantaggi della prima o sottovalutando i mircotraumi politici che ci stanno avvicinando alla seconda.
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