Ricordo di un ferragosto molto particolare
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Era di mattina presto, Napoli era pressoché vuota o addormentata, andavo a passo d’uomo e per colpa di Ischia e di Capri, mi ritrovai addosso ad un’auto parcheggiata vicino al marciapiede del belvedere del Lungomare Caracciolo
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Durante il ventennio della mia permanenza a Napoli, contrariamente alla maggior parte dei nostri connazionali, non presi mai le ferie a ferragosto – per noi militari era la licenza ordinaria – e ciò per una semplice ragione: a ferragosto, nella città dedicata alla sirena sedotta da quello sciupafemmine di Ulisse si stava benissimo, in quanto v’era più disciplina stradale di Mosca e più silenzio di Zurigo. Eh sì, perché i napoletani (che adoro) sparivano lasciando la città in consegna ai turisti, che allora erano ancora radi e educati: sparivano nel senso che, nel giro di pochi chilometri, avevano la possibilità – in fatto di mare e di monti – di scegliere gratuitamente tra le località più belle al mondo, mentre quelli che restavano, che secondo me erano i più fortunati, si godevano il sole sulle spiagge libere, raggiungibili a piedi, come Mappatella Beach, Largo Sermoneta, la Spiaggia delle Monache, la Gaiola, Marechiaro e Riva Fiorita. Insomma, nel periodo in cui la città si adagiava mollemente ai piedi della collina del Vomero, per tirare il fiato, un rilassamento che durava di massima due, tre giorni, andarsene in giro per la città con l’auto era perfino riposante.
Ebbene, il 15 agosto del 1994, benché fossero le prime ore del mattino quando uscii di casa per recarmi al comando dove prestavo servizio in Piazza del Plebiscito, la giornata si annunciava già calda ma limpidissima, man mano che mi avvicinavo al mare che distava una manciata di chilometri da casa mia, una mattinata tanto limpida che giunsi sul Lungomare Caracciolo con l’auto a passo d’uomo perché speravo, prima di andarmi a rinchiudere in Palazzo Salerno, d’intravedere Ischia e Capri alla mia destra. E in effetti le vidi.
Non credo che andassi ad una velocità superiore ai 15 chilometri orari e il mio volgere lo sguardo a destra non durò più di una frazione di secondi, eppure feci un mezzo macello. Infatti, mi ritrovai su di un’auto parcheggiata vicino al marciapiede del belvedere: l’urto fu forte nonostante la bassa velocità perché fu il mezzo parcheggiato a farmi da freno, in quanto non avevo neppure tentato di mettere il piede sul pedale rapito com’ero dalla splendida visione. Sì, perché a Napoli ci si può vivere anche cento anni e farsene ancora ammaliare in una mattinata limpida, quando si riescono a vedere anche le millenarie pieghe del Vesuvio oltre che le isole.
Il primo pensiero fu, ovviamente, quello di soccorrere l’uomo che era dentro l’auto parcheggiata, il quale, a prima vista, mi apparve soltanto un po’ intontito dalla botta. Non ci fu neppure bisogno di chiamare l’ambulanza perché quello che tecnicamente era un mio investito, il signor D. V., ragioniere residente in un noto quartiere di Napoli (…più avanti capirete il perché della scelta di ricordarlo soltanto con le iniziali), si riprese subito dallo spavento, dopo di che, fatte le presentazioni, ci sedemmo ambedue sulla ringhiera che dava sul mare per espletare le incombenze di rito per l’assicurazione. Mi piace ricordare che, nonostante la non lieta circostanza, il mio investito si rivelò una mite e ragionevole persona, un vero signore, tanto che lo esortai a scambiarci le carte da visita. Per farla breve, la mattinata si concluse con lui che andò chissà dove con la sua auto dal didietro ammaccato e con me che dovetti attendere il carro attrezzi che mi portò assieme all’auto in officina, anziché andare al comando.
Nel tardo pomeriggio di quel giorno, una volta ritornato a casa e appurato che i ragazzi e la mamma stavano dai nonni, per scaricare un po’ di rabbia mi misi a tagliare alcune assi con l’elettro-sega, per costruire una scaffalatura da sistemare nello spazio sotto la scala esterna, un’opera che andavo rimandando da mesi e, chissà perché, volevo realizzare quel giorno. Avevo utilizzato molte volte la sega elettrica, eppure quel pomeriggio feci una cosa che non si dovrebbe mai fare a pochi centimetri da un lama ruotante: bloccai l’asse da tagliare col piede destro! Sta di fatto che, a causa dell’eccessiva pressione esercitata sull’attrezzo, non riuscii a frenarlo una volta tagliato il primo pezzo di legno, sicché la lama mi tagliò anche la tomaia rinforzata all’interno del calcagno destro, per fortuna senza arrivare alla carne viva.
Non sono superstizioso e, tuttavia, mi toccai una certa parte del basso ventre per gli eventi negativi di quella giornata e smisi di fare il falegname, pensando che in quel giorno di ferragosto, iniziato così male, era meglio non far niente di impegnativo e, magari, telefonare dalla poltrona di casa al signor D.V. per chiedergli se si sentiva bene e per scusarmi ancora con lui per averlo tamponato. Dopo pochi squilli, mi rispose una voce di donna e, giuro su quanto ho di più caro al mondo, questo fu il tenore del nostro breve dialogo:
Io: «Pronto, casa V…, sono …?».
La donna non mi lasciò finire: «A ‘ro fiet… nun fa’ o’ fess».
Io, piuttosto sconcertato: «Ma è casa V…?».
La donna sempre più gattesca: «Giuvà, a te va sempe e’ pazzia’… dai che sta matina nce’ simme propeto divertiti…parla liberamente che song sola… ».
Evidentemente la signora mi aveva scambiato per un altro e, all’elencazione più dettagliata (molto, ma molto più dettagliata…) delle loro performance mattinali all’insaputa del marito, ritenni fosse giunto il momento di urlarle nella cornetta di non andare oltre perché non ero il suo Giovanni, anche se evidentemente avevo lo stesso tono di voce e la medesima cadenza.
Io: «Signo’, si fermi, non sono Giovanni!!».
La donna, dopo una piccola pausa e in italiano affettato stavolta: «… pronto, ma lei chi è… che cosa vuole!».
Io: «Signo’, chi sono e che cosa voglio sono dieci minuti che sto tentando di dirglielo e ci sarei pure riuscito, se lei non avesse insistito a raccontarmi quanto è brava a fare la zoccola con Giovanni… ma vada a…» e abbassai la cornetta.
Mentre mi recavo dai nonni, mi venne da pensare che – anche se non era al corrente della faccenda lettereccia – la giornata di ferragosto del mite, dell’ineccepibile signor D.V., quella sì era stata una schifezza. E non soltanto per colpa mia che lo avevo colpito dietro da fermo, ma perché a casa sua l’attacco era stato frontale, anzi, proprio sulla fronte! Come dire che quel giorno di ferragosto del 1994 il poveretto l’aveva preso nel didietro due volte.
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