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Il raggio della sapienza divina o quello arcobaleno?

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Papa Leone XIV
È possibile che i rapporti tra il Papa, un conservatore illuminato, e gli apparati vaticani che fanno capo ad alcuni “preti di strada” si faranno sempre più scoperti, anche perché la Chiesa del terzo millennio deve decidere una volta per tutte se vuole farsi ancora guidare dal raggio della sapienza divina o affidarsi a quello arcobaleno

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Lo scorso 20 ottobre, Papa Leone XIV ha ricevuto in Vaticano la rappresentanza mista di vittime e attivisti dell’Eca – Ending Clergy Abuse, un’associazione internazionale che si è posta come primo obiettivo quello di porre fine agli abusi sessuali sui minori nelle istituzioni religiose, in modo particolare quelle dell’orbe cattolico. L’incontro, il primo di questo genere, è avvenuto dopo il rapporto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha denunciato la lentezza con la quale la Chiesa sta attuando misure di prevenzione a riguardo. Da quanto ne sappiamo, l’incontro è andato bene anche se il problema è così diffuso nella Chiesa che, alla fine, il Papa non ha potuto fare altro che dirsi d’accordo con gli ospiti sulla necessità di adottare una politica di tolleranza zero verso i pedofili in talare nera e d’invitare la suddetta Commissione Pontificia a confrontarsi con loro in regime permanente.

Chi, nella circostanza, si aspettava qualcosa di più dirompente da parte del papa è rimasto deluso, ma la Chiesa è una costruzione bimillenaria e, a scuoterla troppo energicamente, si corre il rischio di far crollare tutto. Peraltro, quello della pedofilia non è il suo unico problema etico perché va di pari passo con l’omosessualità di una cospicua parte del clero, a partire già dai seminari. Per come la vediamo noi che siamo fuori dalla Chiesa da tempo, se la pedofilia – specialmente tra il basso clero – è un fenomeno orripilante, l’omosessualità è addirittura apostasia al cospetto dell’esortazione divina «Crescete e moltiplicatevi». Ciò perché, se il Creatore e madre natura non sono proprio identici, quest’ultima è da ritenersi di certo una sua manifestazione visibile per il credente, sicché, procedere contro di essa (non soltanto sul piano sessuale), è come andare contro il Creato dal momento che madre natura nella sua evoluzione non ha concesso agli omosessuali la capacità di generare la vita e, quindi, di assolvere il precetto divino di crescere e moltiplicarsi. Anche perché con Adamo ed Eva il messaggio biblico è stato fin troppo chiaro a riguardo: la fonte della vita umana può sgorgare soltanto dell’unione carnale tra un uomo e una donna!

Prima di andare avanti su questo argomento, avvertiamo la necessità dichiarativa di precisare che non vogliamo offendere nessuno e che non siamo omofobi, né lo siamo stati nella lontana gioventù, quando faceva addirittura macho esserlo. Tra l’altro, in questi ultimi anni ad aver parlato in modo offensivo degli omosessuali definendoli froci, non sono stati dei giornalisti sboccati o degli irriducibili omofobi, ma una persona che non ti saresti aspettato: papa Bergoglio. Sebbene lo attesti con meno rozzezza del predecessore, neppure papa Leone XIV ha intenzione di concedere l’apostolica benedizione alle coppie omosessuali, visto che non  perde occasione per ribadire che la famiglia è fondata sull’unione stabile tra uomo e donna e che «La Chiesa continua a essere aperta a tutti, tutti, tutti, ma trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa, in termini di ciò che insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio, cambierà». Anche perché vi sono due punti sui quali essa non può deflettere pena la sua stessa ragione d’essere: l’incentivazione e la protezione della vita umana, un dovere che viene prima di tutto, anche prima della comprensione e dell’accoglimento.

Magari sarà una coincidenza, però tutte le volte che questo pontefice ribadisce un qualche fondamentale precetto della Chiesa in chiave tradizionalista (perché la Chiesa è innanzitutto tradizione dottrinale), quasi per una sorte di bilanciamento progressista intervengono o l’assemblea sinodale, o direttamente il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Matteo Maria Zuppi, quello che ama definirsi un prete di strada, qualsiasi cosa ciò voglia significare per un alto prelato. Prendiamo il terzo sinodo della Cei di qualche giorno fa, svoltosi all’insegna del tema “Lievito di pace e di speranza”, nel documento finale sembrava che avesse addirittura ridefinito l’approccio pastorale della Chiesa con il problema dell’omosessualità e della multiforme galassia Lgbt.

Ciò ha destato non poco sconcerto tra i cattolici, tant’è che è dovuto intervenire il presidente del comitato nazionale del cammino sinodale, monsignor Erio Castellucci (altro prete di strada ed estimatore del no-global indagato Luca Casarin…), per chiarire che si è trattato di un fraintendimento, perché l’assemblea ha soltanto proposto alla Cei  del cardinale Zuppi di far sì che «…le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omo affettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana. La Cei sostenga con la preghiera e la riflessione le giornate promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito o discriminato». Ma immaginiamo che, conoscendo le posizioni progressiste di questi due, i cattolici non stiano lo stesso tranquilli.

Un’altra grande proposta scaturita dal sinodo è stata quella di ripensare il servizio di assistenza spirituale delle forze dell’ordine e delle forze armate: a questo punto non ci stupiremmo se mentre gli omosessuali entrano in santa madre Chiesa dalla porta principale, ne uscissero dalla finestra gli assistenti spirituali dei militari, quelli che una volta si chiamavano “cappellani” e condividevano la stessa grama vita dei soldati, lasciando l’assistenza spirituale dei militari nelle mani della pastorale ordinaria, cioè di nessuno, visto che i pochi sacerdoti esistenti non bastano neppure per le chiese locali. Speriamo di sbagliare, sospettando che la Chiesa troverà il modo di sbaraccare l’Ordinariato Militare. Che tristezza se dovessimo aver ragione, visto che perfino un papa, Giovanni XXIII, fu cappellano militare durante la Grande Guerra.

Ritornando a noi, è parere di chi scrive che i rapporti tra il papa in carica, un tradizionalista illuminato, e coloro che fanno capo ai “preti di strada” sono destinati a farsi via via più scoperti, anche perché la Chiesa post bergogliana deve decidere se continuare a seguire, come ha fatto per duemila anni, il raggio di luce della sapienza divina o quello arcobaleno.

Ma, probabilmente, gli orfani di Bergoglio dentro le mura leonine i conti con il papa americano tenteranno di regolarli un po’ alla volta, magari rispolverando il metodo de la Repubblica, il quotidiano di sinistra che fu capofila della canea mediatica, studentesca, universitaria (e di alcuni apparati vaticani…) che pian piano fecero a pezzi la già fragile fibra di Benedetto XVI, il papa tetesco, contribuendo alle sue dimissioni dal magistero petrino.

Per disgrazia di costoro Leone XIV dal passo veloce, al quale la talare bianca sembra stare come una camicia di forza, non è un mite filosofo della fede come Ratzinger, bensì un intelligente, determinato e coriaceo spirito missionario che si è temprato andando a cavallo, come un gaucho della carità, tra le difficoltà quotidiane e la miseria della vita degli umili dei remoti villaggi della sua ex diocesi peruviana di Chiclayo. Sicché gli insofferenti, i finti miti, non si libereranno facilmente di un prete così. E, giusto per chiudere con una nota amena a riguardo: di solito i preti di strada sono destinati a soccombere contro quelli a cavallo!

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