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La fucilazione reale non è un quadro del Goya

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V’è da domandarsi in che cosa la diretta streaming dell’esecuzione di Nidal Hasan annunciata dal segretario alla Difesa americana, Pete Hegseth, sarebbe diversa dagli impiccati appesi alle gru dal feroce regime degli ayatollah iraniani

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Non sarei contrario – in uno stato di diritto – alla pena di morte per alcuni efferati delitti. Tuttavia, trovo sia da barbari il pensare che si possa trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di una condanna a morte per fucilazione come quella comminata (al termine di un giusto processo) all’ex Maggiore di origini palestinesi Nidal Hasan per l’aver compiuto una strage nella base militare di Fort Hood nel 2009. Almeno, questa sarebbe l’idea delle autorità statunitensi, stando a quanto anticipato alcuni giorni fa dal segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth. Ma fanno cose del genere anche i Paesi islamici oscurantisti dove vige la sharia, ovvero l’applicazione dei principi etici e religiosi del Corano trasposti in regole giuridiche che devono guidare la vita quotidiana, le leggi dello Stato e i comportamenti individuali dei cittadini.

L’Islam, però, è un sistema che ritiene di essere l’edificazione della parola di Dio in terra e, perciò, non può che far derivare il diritto dal Corano infallibile per definizione, mentre le leggi delle democrazie occidentali, che si ritengono potenzialmente fallaci quando devono decidere della vita di un essere umano, hanno saputo sviluppare istituti di bilanciamento dei poteri e di garanzie processuali inconcepibili all’ombra dei minareti. Una di queste è il diritto alla pietà, cioè il diritto del condannato ad andarsene all’altro mondo con la dignità di uomo o di credente anche – a maggior ragione – quando ha condotto un’esistenza deplorevole. Ciò perché i nostri valori morali (sono questi poi che, in definitiva, condizionano la giurisprudenza) restano quelli di una fede che, al contrario della religione islamica, condanna sempre l’uccisione di un essere umano, eccetto in circostanze particolarmente estreme come, ad esempio, può essere una condanna a morte dopo un giusto processo. Ma anche quando scaturisce dal legittimo esercizio della forza, la violenza angoscia noi occidentali, tant’è che la consideriamo un’aberrazione culturale e tentiamo di frenarla con tanti e tali lacci che il suo ingiustificato scatenarsi è punito come il peggiore dei crimini. Chiunque sia a commetterli.

Di contro, il Corano – al pari della Bibbia e del Vangelo – sarebbe un normale testo religioso ma di certo non gli giova la sharia applicata in più della metà dei Paesi musulmani, quella sharia che continua a fare ascendere all’Onnipotente sentenze come la pena di morte mediante lapidazione, crocifissione, impiccagione o decapitazione, pene che vengono eseguite in luoghi aperti ed in presenza di donne e bambini.

Pochi anni fa, un noto settimanale italiano pubblicò la foto di donne iraniane che, coperte dal burqa nero, fotografavano con il telefonino gli ultimi spasimi di tre giovani impiccati al braccio di una gru come patibolo: era il Medioevo che impugnava la tecnologia del XXI secolo! Tutto questo per domandarci, alla fine, in che cosa la diretta streaming dell’esecuzione di Nidal Hasan sarebbe diversa dalle gru degli ayatollah iraniani. Visto che, ormai, già a partire dagli dolescenti, non si rispetta più la vita di nessuno, impariamo almeno a rispettare la morte.

Copertina: “La fucilazione del 3 maggio 1808” di Francisco Goya.

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