Personaggi inverosimili della Napoli dei Borbone
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Quando il funzionario borbonico don Emilio Capomazza morì, i figli trovarono infilzati a un gancio nella cucina gli statini degli stipendi che il padre non aveva mai ritirato in tesoreria
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I napoletani di oggi stenterebbero a credere che fino al 1859, nelle vicinanze del Palazzo Reale, esattamente tra il teatro San Carlo e l’attuale Gambrinus, in caso di pioggia persistente si formava una specie di lago, il cui guado non era possibile a piedi. Una tale situazione costringeva i napoletani, che da Santa Lucia volevano andare verso via Toledo oppure al Maschio Angioino e viceversa, a rasentare il Palazzo Reale e questo provocava continui battibecchi con i Dragoni della Guardia Reale perché questi intimavano loro di non oltrepassare la striscia bianca di sicurezza del cosiddetto Largo di Palazzo. Eppure quando un allampanato signore di mezza età, con la palandrana nera piuttosto logora e le mani intrecciate dietro la schiena, si avvicinava al Palazzo Reale, i Dragoni non soltanto non lo allontanavano ma addirittura mostravano deferenza. Era il Marchese don Emilio Capomazza, il Presidente del Consiglio Generale della Pubblica Istruzione, l’equivalente del nostro Ministero dell’Istruzione con aggiunte, però, d’ incombenze che oggi sono responsabilità del ministero degli interni, come il controllo sulla liceità delle opere pubblicate a mezzo stampa.
Il re Ferdinando II era sì un despota ma, essendo un despota napoletano, era anche molto curioso, perciò voleva sapere tutto di tutti, specialmente i pettegolezzi circolanti a Napoli sui suoi ministri. Sicché, quando don Emilio, come lui lo chiamava confidenzialmente, veniva convocato a Palazzo, alzava gli occhi al cielo pensando al fuoco di domande al quale sarebbe stato sottoposto, domande che, il più delle volte, riguardavano coloro i quali erano ritenuti i più pericolosi avversari della monarchia borbonica, ovvero ‘E nquacchiacarte capuzziell” (I caporioni imbrattacarte…). Ferdinando II, infatti, aveva in uggia poeti e scrittori, che chiamava anche pennaruli, perché li riteneva tutti dei pericolosi rivoluzionari.
Don emilio era anche Consultore di Stato, carica che, grosso modo, corrisponde a Consigliere della Corte Suprema ma, pur essendo un leale servitore del suo re, non aveva l’animo del delatore, per questo motivo malvolentieri si assoggettava a qual rito a Palazzo. Era, infatti, un fine giurista e funzionario di specchiato rigore morale, la cui cultura era vastissima e, fatto strano per un napoletano disincantato, si interessava anche di religione. Ammirava, tuttavia, il pensiero di Voltaire e, come lui, odiava i gesuiti e combatteva con animosità l’interferenza di costoro nella vita dello Stato. Non erano infrequenti, infatti, i conflitti furibondi che ingaggiava con i seguaci di Sant’Ignazio. Don Emilio era ricco, eppure molto tirato, tant’è che la moglie ed i figli per scucirgli qualche carlino per le loro spese dovevano sudare le proverbiali sette camice. Con la famiglia abitava, stabilmente, in un bel palazzo di vico Nilo, oggi Vico San Nicola a Nilo, eppure quando terminava la sua giornata lavorativa, invece di recarsi a casa, si fermava presso un’altra proprietà, in prossimità dell’Arco Mirelli, che oggi si trova all’estremità ovest della Villa Comunale dove, senza neppure togliere la palandrana, dava di zappa e di vanga nell’orto dal quale ricavava ortaggi e frutta per la cucina di casa.
Emilio Capomazza è un’altra di quelle figure che fanno a pezzi i luoghi comuni secondo i quali il napoletano-tipo sarebbe un genetico intrallazzatore, e che gli efficienti, disinteressati, servitori dello Stato esistano soltanto a nord della Pianura Padana, nonostante il fatto che “Mani pulite” sia nata proprio da quelle parti. Invece, quando don Emilio rese l’anima a Dio, nel 1868, i figli trovarono infilzati ad un gancio nella cucina del palazzo all’Arco Mirelli tutti gli statini degli stipendi che il padre non aveva mai ritirato in tesoreria… l’integerrimo e disinteressato funzionario borbonico non era mai passato per la cassa!
N.B. – Valigie di soldi e tangenti al parlamento europeo, tangenti in Italia. Il risultato: pessimi servizi, disordine sociale, insicurezza diffusa, stipendi stratosferici ai politici per (non) fare il loro dovere. Ci perdonerete, dunque, se per respirare un po’ di aria pura, siamo andati a ripescare un articolo di alcuni anni fa
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