Montefalcone: piccolo borgo, una grande storia
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Durante la Repubblica Napoletana del 1799 i montefalconesi si mantennero complessivamente filo borbonici, anche se molti di essi non restarono sordi agli ideali di libertà e alle conquiste sociali che marciavano insieme all’Armée d’Italie di Bonaparte, come ad esempio le libertà civili e il divorzio
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Mi è capitata per caso tra le mani una raccolta di atti redatti da alcuni notai di Benevento e della sua attuale provincia riferiti al 1799, al tempo delle Repubblica Napoletana e della venuta dei francesi. Tale raccolta risultava data alle stampe nel 2002 da Giuseppe Vetrone col titolo “Sub auspiciis Gallicae Reipublicae”. In verità le prime pagine le ho sfogliate con svogliatezza, pensando che gli atti riportati sarebbero stati gli stessi di ogni rivoluzione alla quale sia seguita una restaurazione, ragion per cui avrei ben presto chiuso la raccolta del Vetrone se non mi fosse balzato agli occhi il nome di una località a me cara per ragioni familiari. Parlo dell’attuale Montefalcone di Valfortore dove, con grande meraviglia, ho appreso che, all’epoca dei fatti narrati, il borgo abitato deducibilmente da quattro o cinquemila anime, era evidentemente florido dal momento che vi esercitavano due notai: Girolamo Lupo e Carmelo Paoletti. Ed è stato proprio tramite alcuni degli atti da essi redatti che ho potuto realizzare che la Rivoluzione Francese e, in modo più diretto la breve vicenda della Repubblica Napoletana, scompaginarono gli animi anche nella Benevento papalina e a Montefalcone, allora provincia del Principato Ulteriore borbonico.

Dalle carte consultate emerge che nel 1799 i montefalconesi erano complessivamente filo borbonici, anche se molti di essi non restarono del tutto sordi agli ideali di libertà e alle conquiste sociali che marciavano insieme all’Armée d’Italie di Bonaparte, come per esempio la libertà civile e il divorzio che, sebbene inapplicato, era arrivato in tutto il Sannio e, quindi, anche a Montefalcone. Questo istituto, già inserito nella legislazione dalla Repubblica di Genova nel 1797, fu accettato senza problemi dai liguri perché, in quanto storici navigatori dei mari di tutto il mondo, erano abituati a confrontarsi con gli usi di Paesi più sviluppati dell’Italia, al contrario del chiuso mondo dei contradaioli sanniti, confinanti con un’enclave della Chiesa che considerava il matrimonio un’unione sacra e indissolubile. Di contro, bisogna dire che più moderno fu un parroco del circondario di Montefalcone, precisamente ad Auduni di Gioia Sannitica dove, nel 1798 i fedeli cacciarono (essi, non la curia) don Giovanni Felice perché, dopo aver ingravidato due volte una tale signora Teodora Laudino, si era poi rifiutato di contribuire al mantenimento dei figli e di passar loro gli alimenti, come diremmo oggi in una causa di divorzio. Almeno questo è quanto risulta da una dichiarazione resa al notaio dalla stessa Laudino il 21 aprile del 1799.
A parte tale episodio, il clero, da qualunque parte fosse schierato, ebbe una parte importante nei fatti che si accavallarono in quegli anni così turbolenti. Pertanto, oggi non ci deve meravigliare il fatto che, per sconfiggere la Repubblica Napoletana, un cardinale realista si fosse assunto il ruolo di condottiero di un’armata raccogliticcia, l’Armata della Santa Fede, come dire il capo di un’accozzaglia d’individui (con la quale si era imbrancato perfino un contingente di turchi anti-cristiani…) che nella migliore delle ipotesi sarebbero potuti stare in una colonia penale. Quella genia di soldati, infatti, il 10 maggio del 1799 dopo un lungo e sanguinoso assedio irruppe nella città repubblicana di Altamura e la mise a ferro e fuoco, rubando, trucidando e stuprando: l’episodio è ricordato dalla storia come il Sacco di Altamura. A questo punto immaginiamo che qualcuno si stia chiedendo che cosa c’entrasse tutto questo con Montefalcone. Adesso ci arriviamo.

Dopo la fuga a Palermo del re Ferdinando IV di Borbone e della sua corte il 21 dicembre 1798, Napoli cadde in uno stato di totale anarchia, come succede quando i capi di una nazione scappano e abbandonano il loro popolo a se stesso. Così, a seguito di quella triste anteprima dell’8 settembre del 1943 italiano, il popolino, i cosiddetti lazzari, tifava per la monarchia, mentre la borghesia (e parte della nobiltà) per la repubblica. Sicché, dopo un mese di assenza dei poteri statali, sostenuta dalle armi francesi, nacque quasi giocoforza la Repubblica Napoletana.

E fu a quel punto che una parte dei nobili borbonici e appartenenti al clero conservatore partenopei reputarono più igienico andare a rifugiarsi nei piccoli centri della provincia, in attesa che le bande del cardinale Ruffo risalissero dalla Calabria per ripristinare la monarchia. Ciò perché anche nelle piccole realtà locali, dove soffiava un’aria nuova e magari era stato piantato l’albero della libertà, la popolazione era più docile rispetto alle grandi città e non dava addosso ai signori in disgrazia. Da un atto redatto dal notaio Girolamo Lupo il 9 giugno del 1799 (e più avanti vedremo in quale circostanza) ho appreso che l’albero della libertà era stato piantato anche a Montefalcone.

Per i ragazzi è il caso di spiegare che questo “albero”, intorno al quale se le davano di santa ragione i realisti, che volevano abbatterlo, e i repubblicani che lo difendevano, spesso era soltanto una pertica addobbata con i colori della bandiera francese e con sulla punta il cappello frigio dei rivoluzionari. È bene ricordare che nella lotta erano stati invischiati anche due famosi santi che se ne stavano tranquilli nelle loro edicole nel duomo di Napoli e nella Basilica di Padova: San Gennaro e Sant’Antonio. Il primo, a sua insaputa, si era ritrovato partigiano dei repubblicani, mentre il secondo dei filoborbonici.

In realtà al patrono di Napoli il popolino non aveva perdonato il fatto di essersi schierato con quei tagliateste dei francesi quando, soltanto per loro appena entrati in città il 24 gennaio del 1799, aveva ripetuto un’edizione straordinaria del famoso miracolo della liquefazione del sangue.

Come era accaduto in altre zone del regno borbonico – papalino dove, cambiando ripetutamente i governanti, molte persone di rango si erano più volte riciclate, anche a Montefalcone qualcuno era, evidentemente, ansioso di prendere le pubbliche distanze dai giacobini in difficoltà (e aveva le sue buone ragioni), come don Giuseppe de Mattheis. L’ansia di don Giuseppe di voler dimostrare a posteriori di non essersi fatto traviare dal giacobinismo diviene oggi più comprensibile se ricordiamo che alla Repubblica Napoletana aderirono molti religiosi e membri laici di ordini religiosi illuministi (come il vescovo di Vico Equense), alcuni dei quali stavano per essere condannati a morte dalla Giunta di Stato [Tribunale Speciale – nda] perché avevano difeso con le armi l’idea di un cristianesimo della liberazione come quello che propugnerà don Giussani centosettant’anni dopo. Tale supposizione trova conferma nella richiamata dichiarazione che, il 9 giugno del 1799, il montefalconese Francesco Serafini rese, immagino spintaneamente, al notaio Girolamo Lupo: «…Giunta poi notizia del ritorno dei realisti, il cavaliere e cappellano dell’Ordine Costantiniano, don Giuseppe De Mattheis, fa tagliare [dopo sei mesi – nda] l’albero della libertà e gli dà fuoco, incurante dell’indignazione dei francesi; dispone inoltre che si suonino le campane, si canti il Te Deum dopo aver esposto le immagini di re e regina, e si prenda infine la rossa coccarda reale». I titoli di don Giuseppe, riportati nella dichiarazione, sono troppo tecnici, precisi e dettagliati per essere stati declinati senza imbeccata dal dichiarante montefalconese.
Anche sessant’anni dopo quegli avvenimenti Montefalcone rimase, in un certo qual modo, fedele alla causa dei Borbone di Napoli e alla Chiesa perché, nei primi tempi dell’Unità d’Italia, almeno quattro montefalconesi finirono fucilati o condannati al carcere duro, come riportato da un elenco pubblicato dall’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano “Il brigantaggio in Capitanata” di Giuseppe Clemente. Ciò avvenne anche perché la letteratura postunitaria e le diverse dittature militari protempore, che prima del plebiscito unitario s’installarono nel Meridione, avevano interesse a spacciare per briganti tutti i partigiani dei Borbone – che pure ci furono tra di loro – che non erano la maggioranza e certo non erano peggiori dei 1089 spostati che avevano seguito Garibaldi da Quarto a Napoli, passando per la Sicilia. Ma come suggerisce una vecchia canzone napoletana cerchiamo di dimenticare il passato (tossico) perché la nostra memoria storica deve aiutarci unicamente a stabilizzare il turbolento presente e a disegnare un futuro per i nostri successori.

Forse per questo, nonostante il forte calo demografico che Montefalcone di Valfortore ha subito dal secondo dopoguerra a oggi, la sua gente, ospitale e generosa, non si è chiusa al futuro; anzi, supportata anche dalla collaborazione del Comune cerca con ogni mezzo di far sopravvivere quegli istituti locali che sono il punto di aggregazione di ogni comunità, come un rinnovato campo sportivo, una promettente squadra di calcio militante in 3^ categoria, due musei, tre chiese, tre feste religiose locali, un’attiva Proloco, due ristoranti, tre panetterie e altrettanti bar. Ma è d’estate che il borgo diventa un sogno, quando l’aria rinfresca mentre in pianura si boccheggia per l’afa e vi fanno ritorno, sebbene per poco tempo, gli emigrati dall’estero e i giovani residenti nelle grandi città d’Italia per ragioni di lavoro, sicché per un periodo breve ma intenso si ricostituisce lo spirito dell’antica comunità … io la conosco e spero di averle reso l’omaggio che merita.
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