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La convivenza forzata degli opposti è ammiccante ma non è stato di diritto

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Stato e Chiesa
Proveremo a domandarci, ancora una volta, perché nel nostro Paese riescono a convivere senza patemi d’animo legalità-illegalità e, in senso più ampio, sistemi antinomici come, per fare un esempio, la Chiesa che da antica avversaria dell’Unità d’Italia oggi convive benissimo con la sua più recente trasposizione politica: la Repubblica Italiana. Senza parlare dei partiti politici che, stando a quanto essi stessi propugnano, sarebbero addirittura incompatibili con lo stato di diritto

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Nel nostro Paese la prostituzione è illegale se il rapporto sessuale prostituta-cliente viene consumato in luogo pubblico, come dire che quelle signore dei falò serotini lungo le nostre strade commettono un evidente reato ogni notte. Eppure, raramente si vede una Volante della Polizia o una Gazzella dei Carabinieri fermarsi per arrestarle… ormai fanno parte del folclore locale e non se ne scandalizza più nessuno, nemmeno i custodi dell’ordine. Sicché ci domandiamo, ancora una volta, perché nel nostro Paese riescono a convivere senza patemi legalità-illegalità e, in senso più ampio, gli opposti.

Cerchiamo di capire il perché andando un po’ indietro nel tempo e nella storia.

Lo Stato Unitario monarchico ha avuto tra i suoi principali artefici quelli che erano stati i suoi “avversari”. Difatti, Mazzini e Garibaldi professavano idee tutt’altro che monarchiche: il primo Giuseppe era stato un repubblicano convertitosi alla monarchia, mentre il secondo un confuso ma irriducibile socialista. Come dire che i due Giuseppe del nostro Risorgimento sono stati fautori e, nello stesso tempo, avversari di quello Stato (monarchico) che, ognuno a suo modo, stavano contribuendo a realizzare.

Siffatta originaria incoerenza segnò profondamente la nascita del nuovo Stato che venne edificato su di un’impalcatura istituzionale di tipo inglese – che era decentralizzata – la quale, però, nel caso italiano dovette convivere con il rigido centralismo dello Stato savoiardo concepito da Cavour. Insomma, anche sotto il profilo amministrativo, nell’Italia unificata presero a coesistere gli opposti come decentralizzazione teorica e centralismo. Di coesistenza in coesistenza arrivammo al fascismo-antistato il quale, per oltre vent’anni, filò d’amore e d’accordo con lo Stato liberale, cioè col suo opposto.

Una volta crollata la dittatura fascista, la monarchia cercò di riaccreditarsi presso gli italiani e stava per riuscirvi con l’appoggio di un’altra forza politica anti monarchica, quella comunista che, però, con la svolta di Salerno riconobbe i governi monarchici, loro, i comunisti che avevano come missione fondante il compito di abbattere lo Stato liberale e tutte le monarchie.

Poi, nel turbolento triennio 1945-1948, il popolo italiano già lacerato da una profonda crisi di identità fu sul punto di divorziare dallo Stato liberale e darsi al marxismo applicato, cosa che per fortuna non avvenne per opera di un’altra istituzione “anti-Stato”, la Chiesa. Essa, infatti, l’8 settembre del 1943, quando il re, trecento Generali, Badoglio e l’intero governo scapparono, si trovò a surrogare suo malgrado la monarchia nella sua funzione di garante dell’unità religiosa-nazionale, anche per arginare il comunismo avanzante che l’avrebbe ridotta a segreteria di Stalin. Come dire che, dopo appena 70 anni da quando Pio IX aveva definito l’Italia unita come «Il trionfo della più perfida rivoluzione», la Chiesa aveva fatto del suo meglio per conservare all’Occidente il frutto di quella perfida rivoluzione. Ebbene, questi due avversari – Stato laico e Chiesa cattolica – convissero così bene fino agli anni Sessanta del Novecento che, in alcuni frangenti, era difficile distinguere la politica di Stato e Chiesa l’una dall’altra. 

Poi vennero i blocchi militari, la guerra fredda e, per la prima volta, la minaccia dell’olocausto nucleare a irreggimentare l’umanità: o coi i russi, o con gli americani. Ma, quando tali blocchi crollarono assieme al muro di Berlino, i popoli decisero di non volere più stare insieme per paura ma per scelta e, soprattutto, volevano contare molto di più nelle decisioni che lo Stato prendeva a loro riguardo.

Nel caso italiano, dell’ansia di contare di più si fece portatore un movimento politico che di più anti-sistema non ne esisteva, la Lega Nord. Ovviamente, come già aveva fatto con socialisti, fascisti, qualunquisti e comunisti, il sistema di potere tentò di assimilarla senza pagar dazio, cioè senza dare nulla in cambio, non capendo che il tentativo di dribblarla era destinato all’insuccesso: l’autonomia che chiedeva la Lega, infatti, era patrimonio dell’Europa Comunitaria nella quale, già agli esordi della Lega, erano oltre 100 le regioni dotate di una qualche autonomia amministrativa.

Poi venne la partecipazione della Lega Nord ai governi di Berlusconi e, nonostante i suoi obiettivi non fossero più così dirompenti, faceva senso vedere appaiati nei governi del Cavaliere, in una ennesima, antinomica coesistenza la Lega Nord, avversaria dello Stato centralista, e forze politiche come Alleanza Nazionale e Forza Italia che più centraliste non potevano essere.

La Lega Nord di governo dello Stato centralista è stato soltanto uno degli esempi più recenti delle convivenze contro natura che sono state all’origine del dramma del nostro attuale sistema politico, giuridico e amministrativo il quale, perché affetto da questa tabe, riesce a essere tutto e il contrario di tutto: europeista e terzomondista, tecnologico e luddista, repressivo e garantista, inefficiente e pretenzioso.

Questa sfilza di convivenze improprie sta dando origine a dei paradossi che stanno portando alla progressiva scomparsa della Sinistra, come idea aggregante del popolo dei diseredati, ma anche a quella della Chiesa come capacità di agglomerazione dei credenti, e segneranno la crisi dell’Unione Europea e dell’Occidente, usurati da due processi che un po’ alla volta ne stanno minando esistenza: la mondializzazione e l’immigrazionismo.

La mondializzazione, infatti, non ha portato gli enti sovrannazionali a nessuna, realistica presa di coscienza comune dei problemi politici, economici e sociali che affliggono l’Onu e l’Ue perché queste hanno sì internazionalizzato i problemi ma ne hanno nazionalizzato le soluzioni, nel senso che ogni Paese membro si tiene a casa propria i problemi che gli derivano da una visione allargata del mondo, condannato, perciò, a essere nazionalista e internazionalista allo stesso tempo.

Il risultato?

Non si capisce più in che cazzo di ordinamento stiamo vivendo.

Sicché, volendo per forza far convivere, in nome del politicamente corretto, gli opposti senza nessuna regola che definisca chiaramente il confine tra di loro, è come se l’Italia stesse allevando al seno il principale killer dei suoi ordinamenti: il caos.

Addirittura “killer”? Sì, perché il caos attira le dittature – quale che sia la loro forma e casacca – come i fiori le api.

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