Piume baciatemi…
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Riferite alla nascita della specialità Bersaglieri e delle loro particolari tradizioni, esistono molte storie che, talvolta folcloricamente, ne attestano l’unicità. Per esempio, quello che è considerato il loro inno, la briosa marcia di corsa conosciuta come Flik Flok in Italia, nacque in un teatro di Berlino nel 1858
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«Shakò basso e leggero, fatto in modo a coprire la nuca dagli ardori del sole, ed a impedire alla pioggia di penetrare dal collo; locché si otterrebbe praticandovi una visiera tutt’intorno uguale a quella dei cappelli borghesi e coperta di cuoio. Il guarnimento semplice leggiero ed in metallo scuro». Immaginiamo la faccia dell’allora re di Sardegna, il glaciale e irresoluto Carlo Alberto, quando nel 1835 si vide proporre dall’allora Capitano dei Granatieri Alessandro La Marmora, un cappello da prete per dei nuovi soldati da trarsi della fanteria tradizionale: probabilmente fu come se gli avesse chiesto di creare un corpo di marziani! E, difatti, non diede il suo regale assenso. Oddio, Carlo Alberto qualche ragione per essere perplesso di fronte alla proposta del Capitano l’aveva perché lo shakò, ovvero il copricapo che gli era stato presentato come prototipo non era in uso in nessun’altro esercito europeo. Per quei lettori che non lo avessero ancora realizzato, stiamo parlando della nascita dei Bersaglieri e del loro particolare cappello adornato con un fascio di piume di cappone nero.

Quando l’anno dopo, nel 1836, La Marmora ritornò alla carica e sottopose per la seconda volta al re la sua “Proposizione per la formazione di una compagnia di Bersaglieri e di un’arma per il loro uso”, il sovrano si lasciò convincere e, il 18 giugno, firmò il Regio Decreto che istituiva la nuova specialità della fanteria. E dovette essere una conversione repentina, quella del re sabaudo, perché diede l’assenso e firmò il decreto istitutivo lo stesso giorno in cui aveva rivisto l’uniforme sperimentale dei Bersaglieri, indossata per la circostanza dal Sergente Giuseppe Silvestro Vayra, un sottufficiale che parteciperà alle tre guerre per l’indipendenza nazionale e raggiungerà il grado di colonnello. La verità è che Carlo Alberto sarà stato anche bigotto e irresoluto però non era fesso, e ormai aveva capito che, in modo sotterraneo la Giovine Italia di Mazzini e in generale i patrioti italiani si stavano organizzando per combattere gli austriaci e, pertanto, avevano bisogno di un esercito e di un condottiero che si mettesse a capo della futura riscossa nazionale e, persuaso di poter essere lui quel condottiero, si era fatto di più lungimiranti vedute per cui anche gli irruenti soldati piumati proposti da La Marmora potevano tornare utili alla causa.

Ritornando ai nostri Bersaglieri, dobbiamo dire che un cappello così speciale come quello ideato per loro non poteva che essere destinato a dei soldati molto speciali per i parametri tattici dell’epoca, troppo ingessati nella concezione dell’ordine chiuso sui campi di battaglia. Nella sua Proposizione, infatti, Alessandro La Marmora stabilì anche quali caratteristiche psicofisiche dovessero avere i soldati che aveva immaginato, prima tra tutte quella di essere di buona complessione fisica, dei tiratori scelti che avessero facilità ad andare a bersaglio da cui il nome Bersaglieri. Difatti, da lì a pochi anni, essi verranno dotati anche di un fucile a canna rigata corta (perciò di rapido caricamento dalla bocca), che aveva l’accensione mediante capsula a percussione e non più ad acciarino, ed era munito di calcio ergonomico terminante con due becchi che lo fissavano alla spalla, in modo da avere salda la mira anche durante la corsa. Beh, di certo vedersi arrivare addosso un urlante reparto di soldati con le piume sul cappello al vento e che avevano una cadenza di passo e di tiro superiore alla loro, doveva incutere un certo timore agli avversari sul campo di battaglia.

La creazione dei Bersaglieri fu meno folclorica di quanto ne dica l’aneddotica perché, in effetti, essa rispose a un’esigenza tattica dell’epoca, quando gli eserciti si affrontavano in battaglia per colonne, con l’obiettivo di raggiungere un punto dello schieramento avversario dove operare lo sfondamento e il successivo dilagamento, o costringere le linee nemiche “a rompere” e scappare. Questa strategia, però, aveva molti punti deboli, tra i quali l’esposizione troppo prolungata al fuoco della fucileria e dell’artiglieria nemica. Peraltro, oltre a essere dispendiosa in termini di vite umane, questa tattica il più delle volte non raggiungeva apprezzabili risultati sul terreno. Sicché, all’epoca, molti ufficiali d’idee meno antiquate di quelle dei loro Generali, avvertivano l’esigenza d’impiegare soldati capaci di condurre azioni slegate da quelle delle Unità principali, con il compito di conquistare posizioni-chiave prima dello scontro in campo del grosso delle forze. Questo concetto verrà sviluppato e applicato alla lettera dagli Arditi della I Guerra Mondiale i cui componenti, manco a dirlo, provenivano per la maggior parte dai Bersaglieri.

Legate alla nascita di questa specialità della fanteria, così in anticipo sui tempi, esistono molte storie, aneddoti e fatti reali che ne attestano l’unicità quando non proprio la stranezza. Per esempio, quello che è considerato il brioso inno dei Bersaglieri, la loro famosa marcia di corsa, nacque nel teatro Hofoper di Berlino nel 1858 grazie al ballerino e coreografo teatrale Paolo Taglioni con la rappresentazione del balletto Die Abenteuer von Flick und Flock, ovvero “L’avventura di Flick e Flock”. Taglioni, peraltro, nel 1862 fece replicare in chiave patriottica questa composizione del musicista tedesco Peter Ludwig Hertel alla Scala di Milano col balletto-galop Flick e Flock e, senza saperlo, ne decretò l’immortalità.

Se vogliamo, fuori dagli schemi fu anche il sistema di reclutamento dei nuovi fanti piumati che, secondo il loro fondatore, dovevano essere arruolati prevalentemente nei luoghi boschivi e montagnosi, non soltanto per l’allenata costituzione fisica dei montanari, ma anche per l’abilità di muoversi autonomamente in terreni montani impervi… come dire che i primi Alpini italiani furono i Bersaglieri! Non ce ne vogliano gli Alpini, ma le cose andarono così. D’altronde, sarebbe inutile storcere il naso visto che, in fatto di originalità, nemmeno essi scherzano assunto che la specialità delle truppe di montagna nacque in una città di mare “terrona” come Napoli.

All’entusiasmo dei nostri connazionali, che continua a esplodere al loro apparire, gli assaltatori con le piume sul cappello hanno saputo rispondere dimostrando, sui campi di battaglia di ogni guerra, sul teatro di ogni disastro, impeto, animo nobile ed eroismo come cifra quotidiana. Dalla battaglia di Goito, a Sciara Sciat, dal Piave ad El-Alamein, dalla Russia alla Resistenza, dall’Iraq all’Afghanistan, essi si sono sempre coperti di gloria e, pur se destinati oggi a costituire gli assaltatori delle Unità Corazzate, hanno conservato la loro antica e rassicurante verve.

Nella favola in romanesco “La vorpe antimilitarista” non riuscì a parlar male dei Bersaglieri neppure Trilussa, che pure era un noto antimilitarista. Ma il poeta romano, che in realtà si chiamava Carlo Alberto Salustri, non fu l’unico a citare i Bersaglieri nelle sue opere, perché anche Giovanni Verga nella novella “Cavalleria rusticana” e Pietro Mascagni nell’opera che ne ricavò, arruolarono nei Bersaglieri il loro sciupafemmine in versione sicula: compare Turiddu.

Si stima che dal 1836 a oggi oltre un milione e mezzo di italiani abbia portato il cappello piumato (anche chi scrive benché arruolato Carrista…) ed è a essi, ai vivi e ai morti, che all’approssimarsi del 18 giugno dedichiamo questo ricordo che, lo confessiamo, un po’ ci ha riportati alla corsa reggimentale della nostra giovinezza in armi quando, Comandante in testa, correvamo al suono della fanfara del reggimento e, correndo, cantavamo a squarciagola: “…piume baciatemi la guancia ardente/Che al bacio un fremito nel cuor si sente/Piume ridatemi la gloria, i canti/E ripetetemi: Italia avanti!”.
Già, avanti, ancora avanti Italia nostra sulla strada della pace e del progresso, conta ancora su di noi Madre Immortale perché, come disse in un memorabile discorso ai cittadini di Brescello, il sindaco Peppone della saga di Giovanni Guareschi Mondo Piccolo, nello spirito “…noi siamo sempre quelli di allora”.
(Copertina di Donato Tesauro)
P.S. – Il fatto di aver militato – io carrista – in reparti Bersaglieri per alcuni anni, mi rese oggetto di goliardici sfottò da parte dei colleghi carristi. Ma che volete, a vent’anni correre, cantare e sognare la vita era così esaltante…
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