Gli impiccati di Gallarate
Share
Chissà chi erano i cinque uomini che il 29 settembre del 1783 furono messi a morte sulla forca in quella zona che oggi è compresa tra piazza San Lorenzo e la Biblioteca Comunale, edificata sulle rovine dell’omonima chiesa del XIII secolo demolita alla fine degli anni Venti del secolo scorso
*****
Stante la precarietà e l’insicurezza delle strade allora esistenti, fino all’avvento della ferrovia il traffico commerciale di Gallarate ruotava, in buona parte, intorno al porto fluviale di Sesto Calende che, grazie alla sua posizione strategica (della quale si accorgerà anche Garibaldi nel 1859…), aveva un ruolo chiave nel favorire gli scambi tra la Svizzera, Milano e le località lungo le sponde del Lago Maggiore. Infatti, grazie al suo porto situato nel punto in cui il Ticino defluisce dal Lago per iniziare la sua corsa verso il Mare Adriatico trasportatovi dal Po, Sesto Calende era una piazza commerciale di una certa importanza per la possibilità di acquistare, vendere e stoccare merci da trasferire per via fluviale, all’epoca più rapida e sicura delle vie terrestri. Il trasporto e gli scambi avvenivano quotidianamente, anche se era il mercoledì – e lo è ancora – il giorno in cui vi si svolgeva una rinomata fiera che richiamava la popolazione da tutti i paesi del circondario.
Fu proprio il mercoledì del 19 marzo del 1783 che alcuni commercianti di ritorno dalla fiera di Sesto, una volta arrivati nella brughiera tra Somma Lombardo e Gallarate furono assaliti e derubati da cinque uomini, che vennero poi catturati e rinchiusi nella prigione cittadina del Camucione. Da quanto ci è possibile dedurre oggi, quel carcere si trovava in una zona degradata di Gallarate per questo nota come il Canton Sordido (o Sordo), che era grosso modo collocabile nella zona tra il Palazzo Broletto e l’attuale Piazza Garibaldi. Questo episodio di cronaca nera del Settecento lo abbiamo rilevato dagli annali della città di Gallarate curati da un fabbricante di ceste, Luigi Riva, che abbracciano il periodo che va dal 1760 al 1805, un segmento di tempo tutto sommato modesto, ma che vide cambiare non soltanto la storia della Lombardia, ma dell’Europa intera. Ciò avverrà sotto l’incalzare di quattro avvenimenti concatenati: l’Illuminismo, la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Francese e la Campagna dell’Armée d’Italie sotto il comando di uno sconosciuto Generale a nome Napoleone Bonaparte.
Ma, ritornando alla rapina nella brughiera, un fattaccio di scarsa entità visto che il Riva non parla di morti ammazzati nella circostanza, siamo rimasti sconcertati dalla fine che fecero i cinque mariuoli una volta catturati: vennero impiccati. Oltre che per la sproporzione tra il reato commesso e la pena comminata, quella lontana vicenda ha destato il nostro interesse anche per il fatto che, benché fossero passati vent’anni dalla pubblicazione del saggio “Dei delitti e delle pene” con il quale il giurista milanese Cesare Beccaria aveva propugnato l’abolizione della pena di morte e della tortura, nella Lombardia giacente sotto il giogo austriaco, ancora si finiva impiccati per una ruberia o, come recitava il codice penale teresiano, per “robberie ed omicidi”. Eppure, regnando in Austria quello strano riformatore che fu Giuseppe II d’Asburgo, e grazie alla spinta culturale di eminenti pensatori lombardi come il citato Beccaria e Pietro Verri, la pena di morte veniva comminata con meno disinvoltura rispetto al passato, anche se bisognerà attendere ancora una cinquantina d’anni per far sparire dai codici l’abominevole pena capitale eseguita mediante la tortura della ruota.

Ma, allora perché, visti tali presupposti e il fatto che essi avevano compiuto robberie senza omicidio, ai rapinatori della brughiera fu inflitta l’impiccagione invece di una pesante pena detentiva? Probabilmente questa domanda dovettero porsela anche i cinque poveretti mentre il 29 settembre del 1783 venivano condotti al patibolo, approntato in quella che oggi è diventata piazza San Lorenzo in ricordo dell’omonima chiesa risalente al XIII secolo e coeva dell’ancora esistente chiesa di San Pietro.

Vicino alla chiesa di San Lorenzo già allora alquanto tetra e malmessa, verso il lato ferrovia, v’erano degli edifici che ospitavano due confraternite che si occupavano, rispettivamente, di appestati e di condannati a morte, oltre a un terreno sconsacrato utilizzato per seppellirvi gli impiccati i quali, secondo la Chiesa di allora, neppure da morti meritavano un gesto di riconciliazione con l’Onnipotente. Insomma, era un posto inquietante dal quale i gallaratesi, se potevano, se ne tenevano alla larga specialmente di sera. Sia alla chiesa che al cimitero si arrivava uscendo dalla città da Porta Milano, che oggi si troverebbe posizionata di fronte all’attuale viale Milano. La chiesa fu sconsacrata l’11 luglio del 1788 e, dopo avere ospitato militari e attrezzi, rovinò del tutto fino a essere definitivamente cancellata dalla storia di Gallarate nel 1929 quando, al suo posto, venne edificata la casa dei Balilla che oggi è sede della biblioteca comunale. Tali luoghi erano situati dove la planimetria di Gallarate, riferita al XVIII secolo, è stata delimitata da un ovale rosso.

Ritornando ai cinque rapinatori della brughiera, in mancanza di più dettagliate fonti a riguardo, un’idea del perché furono impiccati ce la siamo fatta, ma procediamo per gradi, iniziando con l’andare a vedere chi amministrava la giustizia a Gallarate e in virtù di quale giurisdizione amministrativa e suddivisione di poteri. All’epoca nel territorio dello Stato di Milano, esistevano ventidue Preture: a Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Casalmaggiore, Varese, Codogno, Gallarate, Treviglio, Abbiategrasso, Vimercate, Pizzighettone, Porlezza, Fontanella, Laveno, Brivio, Lecco, Mariano, Menaggio, Locate e a Pozzo Baronzio. Cinque di queste erano concentrate nel ducato di Milano, come Vimercate, Gallarate, Varese, Abbiategrasso e Treviglio. Gallarate, a sua volta, era capoluogo della giurisdizione del Seprio che includeva Appiano, Corbetta, Somma, Olgiate Olona, Parabiago, Angera, Dairago e Brebbia, con la supervisione di due figure che rispondevano al potere centrale: un Vicario civile e un Capitano. All’epoca, l’amministrazione della giustizia in Lombardia (in parte eredità della passata dominazione spagnola) era alquanto pasticciata e, pertanto, ancora terreno d’ingiustizie e di arbitrii come rileverà il Manzoni nel romanzo storico I promessi sposi. D’altronde, per rendersene agevolmente conto, basta soffermarsi sul fatto che le tre Magistrature erano:
Giudice Feudale – Era tenuto a stipendio dalla comunità gallaratese e dal feudatario locale al quale, in buona sostanza, rispondeva;
Giudice Regio – Era subordinato al potere regio (tramite il Senato di Milano) e si occupava della branca criminale, oggi diremmo della branca penale. Poteva considerarsi, con molta buona volontà, un giudice di seconda istanza;
Pretore Regio – Aveva giurisdizione sia sulla giustizia civile che su quella penale, in quanto direttamente dipendente dal potere centrale, sicché potremmo considerarla una figura di terza istanza. Di questa ultima istituzione, la Pretura, a Gallarate è rimasto il seicentesco palazzo che la ospitava (oggi Casa Pariani), nella malmessa stradella che la toponomastica cittadina ha chiamato Vicolo della Pretura.
Come nella migliore tradizione italica, le tre giurisdizioni si facevano la lotta perché nessuna di esse voleva rinunciare alle prerogative acquisite sotto i governatorati spagnoli. Furono, infatti, i feudatari lombardi a resistere alla modernizzazione della giustizia una volta andati via i vecchi padroni, sicché all’epoca dei fatti i tribunali signorili erano attivi in un contesto d’inevitabile contrapposizione con la giustizia regia amministrata (appena) un po’ meglio dall’Austria. Probabilmente, quel settembre del 1783 l’ebbe vinta il giudice feudale gallaratese che, forse, con la pesante condanna voleva ingraziarsi coloro che lo stipendiavano e, allo stesso tempo, dare un esempio che fosse un monito agli spiriti irrequieti che, traviati dall’Illuminismo, avevano iniziato a mettere in discussione le caste e i privilegi: un tale sentimento da lì a sei anni avrebbe portato alla rivoluzione nella vicina Francia e, in meno di quarant’anni, alle prime cospirazioni patriottiche e libertarie in Lombardia e nel resto dell’Italia.
Stante, dunque, le rivendicazioni sociali che ribollivano sotto la cenere e gli eventi rivoluzionari che già aleggiavano nell’aria, non escludiamo che i cinque ladri furono impiccati in nome di perversi equilibri di potere che con la giustizia non avevano molto a che fare, anche se ci rammarichiamo di non conoscere i loro nomi e mai li conosceremo. A riguardo, infatti, l’Archivio di Stato di Milano ci ha comunicato che «La documentazione giudiziaria precedente il Regno Lombardo Veneto è andata integralmente perduta. Resta la registrazione delle condanne presso il Governatore degli Statuti, ma la documentazione è anteriore al 1722. Se fossero noti i nomi dei condannati si potrebbe controllare se sono loro intestati dei fascicoli nel fondo Finanza Confische (che raccoglie la documentazione delle persone condannate) e verificare l’eventuale presenza di copia della documentazione processuale». Ammesso che a carico dei cinque poveretti vi sia stato un processo come lo intendiamo noi oggi e le cui risultanze siano state riportate in dei verbali.
A questo punto, per poter dedicare un sentimento di pietà a quegli impiccati senza nome e ai tanti che, anche a Gallarate, subirono supplizi e torture in nome della giustizia, non ci resta che rispolverare La ballata degli impiccati del poeta medioevale francese François Villon: «Fratelli umani, che ancora vivete | non abbiate il cuore indurito contro di noi | ché, se pietà di noi miseri avete | Dio avrà più presto misericordia di voi | Qui ci vedete appesi, in cinque o sei | quanto alla carne, che troppo abbiamo pasciuto | essa è ormai divorata e putrefatta | e noi, ossa, andiamo in cenere e polvere | Nessuno rida del nostro male, ma pregate Dio che tutti ci voglia assolvere». Purtroppo, restano senza risposta anche alcuni interrogativi: chi erano i cinque infelici impiccati in quella che oggi è piazza San Lorenzo? Avevano una famiglia? Dei figli? Si erano ridotti a rubare per sfamarli in un’epoca in cui mangiare tutti i giorni per il popolo minuto era a dir poco un’impresa? Chi lo sa. Di una sola cosa siamo persuasi: con o senza i verbali del processo a loro carico, il tribunale dell’Onnipotente li ha assolti da 243 anni.
Una chiesa fatiscente, due congreghe religiose che si occupavano dei corpi degli appestati e dei condannati a morte, un campo maledetto dove questi ultimi venivano seppelliti e forche sempre in bella vista fuori Porta Milanese: che posto inquietante! In quanto a noi, benché poco inclini alle fantasie metafisiche, per nessuna ragione al mondo di notte vorremmo trovarci rinchiusi nella biblioteca di Gallarate.
P.S. Per averci agevolato le ricerche e il reperimento delle fonti documentali sull’antica Gallarate vogliamo ringraziare lo storico dottor Giovanni Moretto, addetto alla biblioteca, il quale con la sua competenza e sincera carica empatica è stato capace di smentire il diffuso convincimento che la pubblica amministrazione sia brava soltanto a collocare le persone sbagliate nel posto sbagliato.
Potrebbe interessarti anche Piume baciatemi…


