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Napoli 1798, il magistrato incorruttibile di un regno corrotto

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Carlo Vanni è un altro meridionale, magistrato, pressoché sconosciuto ad emergere dalle pieghe della storia grazie a una morale e ad una coerenza che, sebbene abbiano talvolta le striature del fanatismo, destano un certo non so che di ammirazione e di rimpianto, forse perché egli possedeva le due qualità che, invano, cerchiamo di individuare nella classe politica e dirigente d’oggidì: la fedeltà e  la coerenza
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Le nuvole nere si rincorrevano in direzione di Ischia mentre il concerto della risacca e delle saette, che andavano a scaricarsi davanti a Santa Lucia, coprì molti rumori in quel tempestoso venerdì del 21 dicembre 1798, in particolare, coprì uno sparo. Quando assunse la presidenza della seconda Giunta di Stato [Tribunale speciale borbonico], il Marchese abruzzese Carlo Vanni fu attraversato da quella gioia mistica che prende coloro i quali si ritengono predestinati a eliminare il male dal mondo. Tuttavia, le sue pulsioni erano sincere perché egli a null’altro ambiva se non togliere dalla circolazione i molti nemici di re Ferdinando IV che chiamava il mio re. Non era vero, storicamente parlando, che il Regno di Napoli – come il Marchese riteneva – pullulasse di feroci Giacobini perché, se così fosse stato, la Repubblica Partenopea a venire non sarebbe durata soltanto sei mesi prima di essere polverizzata dall’armata Brancaleone del Cardinale Ruffo, anche se era evidente che le simpatie della piccola e media borghesia napoletana andavano, a quei tempi, alla Francia rivoluzionaria.

La presidenza di un tribunale, che in quei frangenti giudicasse i delitti contro lo Stato, era proprio l’incarico che ci voleva per Vanni, anche se ad angustiarlo nel collegio di giudici entrò a far parte il Principe Luigi Medici e bastò poco al rigido, ma onesto, Marchese per capire che, prima o poi, con lui sarebbe venuto ai ferri corti. A disgustarlo non erano tanto le cariche che quel principe maneggione, e sempre con un piede in due staffe, era riuscito a cumulare, quanto l’uso spregiudicato che ne faceva dal momento che, più che servire il re, il Medici intendeva servire innanzitutto se stesso.

Carlo Vanni aveva un concetto sacro, anche se un po’ primitivo, della legge e sicuramente considerava Cesare Beccaria – già noto all’epoca come innovatore dei sistemi giudiziari – peggio di un giacobino mentre lui, per i delitti di lesa maestà, riteneva fosse «Saggezza di legislatore antico l’uso della tortura…». Insomma, i napoletani, che durante il Vicereame non avevano consentito agli Spagnoli di esportare il Tribunale dell’Inquisizione, ebbero, alla fine, il loro Torquemada. Questo personaggio, pur non possedendo strabilianti fortune, fu insensibile al denaro e – fatto straordinario nel regno borbonico – immune dalla corruzione, perché si riteneva appagato di servire lo Stato, cosa che in verità fece sempre con grande “scrupolo”. La condanna a morte del giovanissimo patriota pugliese Emanuele De Deo, ad esempio, fu opera sua, anche se a stringere la corda intorno al collo del giovane fu la regina che aveva rigettato la grazia chiesta dal padre.

Una delle cose che sicuramente sognava di fare da molto tempo arrivò quando Vanni si trovò ad essere Inquisitore Fiscale [Pubblico Ministero] nel processo presso l’Alta Corte di Stato a carico del Principe Luigi Medici il quale, pur essendo a Capo della Polizia borbonica, si era messo a trescare inverecondamente con i giacobini napoletani. Durante il processo Vanni fu, come suo solito, lucido e implacabile anche se, a dire il vero, l’imputato non si era molto preoccupato di occultare le prove a suo carico e, come vedremo, non aveva nessuna ragione di farlo.

Fino a qualche anno prima, molti borghesi napoletani si erano atteggiati a giacobini e massoni soltanto perché, il farlo, andava di moda. Al teatro San Carlo, infatti, quando la più famosa cantante lirica dell’epoca, Antonia Wagele Bernasconi mimava dal palcoscenico il triplice abbraccio del rituale giacobino e massonico riceveva gli entusiasti applausi dal pubblico senza nessun timore per la polizia. Durante il processo i rapporti del Principe Medici con i nemici della monarchia vennero fuori in tutta evidenza e la pena richiesta dall’inquisitore fu, ovviamente, quella capitale: «Non vi arresti, o giudici, debole ritegno di martoriare què colpevoli, che voi stessi, a maggior martoro e più giusto condannerete, quando tra poco si tratterà, non del processo, ma del giudizio … son due mesi che io veglio non di fatica su i processi, ma di affanno per i pericoli corsi dal mio re; e voi, giudici, vorrete sentire pietà d’uomini perfidi, che le più sante cose rovineranno se gli aiuta fortuna e non gli opprima giustizia?». Una tale requisitoria sarebbe bastata, da sola, a farci capire l’estrema coerenza di questo fedele servitore della legalità borbonica ma – come spesso accade – gli irriducibili sacerdoti della legge vengono sacrificati alla ragion di Stato.

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Qualche tempo addietro era accaduto che la scriteriata regina di Napoli Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta di Francia e di Giuseppe II d’Austria, sovrano illuminista e riformatore, mostrasse simpatia per i massoni napoletani i quali, prima di transumare nei giacobini, non erano stati ostili ai Borbone tant’è che uno delle loro Logge, il Lomo, propugnava delle istituzioni liberali ma sotto l’egida della monarchia. Se a ciò aggiungiamo i maneggi con le diverse forze in campo di Medici come Capo della Polizia, si capisce che i patrioti napoletani erano persuasi di godere, oltre che della sua tolleranza, anche del tacito patronato della regina sorella di cotanto riformatore. Il problema che perciò si pose durante il processo, e del quale Vanni non si rese conto, fu: condannare il Medici e, quindi, avallare il sospetto di una sua tacita intesa con massoni e giacobini – un sospetto che, però, coinvolgeva anche la regina – o sacrificare l’inquisitore?

Andò a finire che le accuse a carico del Capo della Polizia furono ritirate e che egli ottenne ulteriori e più lauti incarichi, mentre Vanni fu allontanato da ogni carica pubblica ed esiliato nel suo palazzotto di Leonessa allora in Abruzzo. Fu talmente ingiusta la messa al bando di Vanni voluta dalla regima Maria Carolina che il re – per tacitare la coscienza – aveva preso a passargli sottobanco una pensione, di nascosto della regale consorte che, secondo il meridionalista Giustino Fortunato, era «Una donna che, oltre le scorrettezze e turpitudini della vita privata, è stata colta in una serie di menzogne flagranti e di violazioni di impegni solenni presi sull’onore e sulla fede».

Nel frattempo l’armata francese guidata dal generale Etienne Championnet era ancora lontana, ostacolata nel suo avanzare verso Napoli dalla resistenza opposta dai partigiani borbonici di Abruzzo e di Terra di Lavoro – tra i quali primeggiava il brigante Fra Diavolo – tant’è che Ferdinando IV, pur avendo il terrore di quei francesi dalla ghigliottina facile, non era ancora determinato ad abbandonare la capitale del suo regno in mano ai repubblicani ed allo Championnet. Ma il proconsole inglese presso la corte di Napoli, l’ammiraglio Orazio Nelson, qualche giorno dopo lo indusse a mutar parere e a scappare in Sicilia protetto dalla sua flotta. Quando, perciò, il 21 dicembre del 1798 la nave inglese Vanguard gettò l’ancora nella rada fu chiaro a tutti che stava per iniziare il “si salvi chi può”, una sorta di 8 settembre napoletano in anticipo di un secolo e mezzo su quello più noto del 1943, anche se la nave con la quale scapparono poi i Savoia fu la corvetta Baionetta.

Il Marchese Vanni, nonostante fosse ormai in disgrazia a corte, non brigò con quelli che si prefiguravano come i nuovi padroni e neppure pensò di capitalizzare l’aureola di perseguitato dalla regina Maria Carolina, che avrebbe potuto certamente esibire ad essi, ma realizzò soltanto che il suo re lo stava abbandonando. La regina, infatti, ancora piena di livore per l’affaire Medici del quale era l’unica responsabile, gli aveva precluso la possibilità di imbarcarsi per la Sicilia e mettersi in salvo con la corte e con la pletora di funzionari che la seguiva.

A Vanni sarebbe bastato ritornarsene in Abruzzo e attendere lo sviluppo degli eventi per ritornare in auge, ma il tallone di Achille degli uomini implacabili è costituito dalla loro rigidità psichica e dall’incapacità di adattarsi a situazioni nuove: il Marchese non riusciva ad accettare l’idea di dover convivere con individui che stavano mettendo a soqquadro il suo mondo ideale, mondo i cui resti erano scappati in Sicilia a bordo della Vanguard, mentre in città dominavano il caos e la violenza. Insomma il nostro incupito Inquisitore Fiscale, oltre ad essere psichicamente rigido, era anche troppo onesto per starsene alla finestra in attesa di tempi migliori, perciò tirò il grilletto senza un attimo di ripensamento, e lo sparo si perse in un tuono.

Anche nella prospettiva della morte imminente, Carlo Vanni, non dimenticò di essere un magistrato, tant’è che prima di ficcarsi una palla nel cranio vergò una lettera con la quale voleva evitare che la sua morte fosse attribuita a degli innocenti e, allo stesso tempo, lanciare un indiretto j’accuse alla regina che non lo aveva voluto a bordo ben conoscendo i pericoli che questi correva con il regno finito in mano ai rivoltosi: «La ingratitudine del Governo, la certezza di non trovar asilo in alcun luogo, mi determina ad ammazzarmi. Perché non si attribuisca ad altri la mia morte, lascio la presente memoria, o parole che importino lo stesso».

Non v’è dubbio che il Marchese Vanni fosse un implacabile giudice al servizio di una dinastia inefficiente e corrotta, che la storia del nostro Paese ha giustamente cancellato dai suoi annali. Purtuttavia, noi, vittime e complici della morale accomodante degli attuali servitori dello Stato, non riusciamo a non provare simpatia e rimpianto per lui.

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