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Il metastupro: una legge reale per un reato virtuale?

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Se la differenza tra il reale e l’irreale nel metaverso è pressoché impercettibile, bisognerebbe decidere al più presto se i reati commessivi vadano inquadrati con gli attuali codici o con una giurisprudenza tutta da riscrivere. Questo per capire se un utente attraverso il suo avatar, ossia l’immagine che lo rappresenta virtualmente, venisse fatto oggetto di attenzioni sessuali non gradite o addirittura di stupro, quale legge reale avrebbe a proteggerlo o per reprimere quella che è comunque una violenza a suo danno

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Secondo il sociologo tedesco Max Weber lo Stato s’identifica come istituzione avente il monopolio dell’uso della forza in un determinato territorio, specialmente in materia di giustizia e di repressione dei reati. Sicché, nello stato di diritto, il legislatore previdente dovrebbe produrre leggi che definiscano in modo chiaro il reato, il poliziotto attento dovrebbe cercare di prevenire quello stesso reato e il magistrato scrupoloso dovrebbe adoperarsi per individuarlo e sanzionarlo.

Detto così, sembrerebbe la fiera dell’ovvio perché le situazioni appena citate afferiscono al diritto comune, eppure, se oggi fossero vivi giuristi come Ludovico Antonio Muratori, Pietro Verri, Montesquieu e Cesare Beccaria, essi definirebbero il nostro sistema giuridico da “Ancien Régime”, e non so fino a che punto avrebbero torto visto che anche noi, come  loro, ci siamo posti spesso una domanda: alla luce delle nuove conquiste tecnologiche e con tutte le implicazioni giuridiche a esse connesse, abbiamo elaborato anche  una formulazione moderna di quel principio di legalità al quale dovrebbero attenersi tutti gli organi di uno Stato? Purtroppo la risposta che ce n’è venuta non è stata incoraggiante perché abbiamo dovuto prendere atto che la nostra giurisprudenza non soltanto non è riuscita ad andare di pari passo con la nascita di nuovi reati, ma neppure con l’individuazione dei nuovi modi di commetterne, grazie all’ausilio dei circuiti informatici sui quali vigila il Servizio Centrale della Polizia Postale. Questo particolare servizio disposto dal ministero degli Interni impegna duemila uomini e donne destinati in 20 compartimenti regionali e 80 sezioni territoriali. Capirete che sono un po’ pochine duemila unità della Polizia di Stato distaccate a fare questo lavoro in un Paese di circa sessanta milioni di abitanti, dove già due anni fa si commettevano oltre ottocento reati informatici al giorno (fonte: Sole 24 Ore del 25 ottobre 2021). Ebbene, visto l’innalzarsi del numero dei reati informatici e la loro “qualità”, forse per contrastarli efficacemente bisognerebbe iniziare a pensare a dei team costituiti dai rappresentanti delle sei forze di polizia esistenti nel nostro Paese addirittura a livello di Commissariato.

Siamo perfettamente consapevoli che le minacce alla cybersecurity stanno diventando sempre più avanzate e persistenti, che questo richiede un sempre maggiore impegno da parte degli analisti della sicurezza nel prevedere e controbattere gli innumerevoli “attentati” che potrebbero provocare seri guai nei rapporti internazionali e perfino alla sicurezza militare di un Paese. Come s’intuisce il campo delle problematiche connesse all’utilizzo dei social è molto vasto e, pertanto, per non rimanere impigliati nell’inestricabile selva delle diverse tipologie dei tentativi di reato commessi attraverso la Rete, ci soffermeremo su uno di essi in particolare, il più nuovo in assoluto: le molesti sessuali e perfino lo stupro nel metaverso. È opportuno ricordare che il metaverso è uno spazio virtuale in cui si assottigliano, fino a essere pressoché impercettibili, le differenze tra il reale e l’irreale. Meta (ex Facebook), il principale sostenitore del metaverso, finora vi ha investito miliardi di dollari iniziando col videogioco gratuito “Horizon Worlds”, un sistema integrato, sviluppato e pubblicato da Meta Platform. Su questa piattaforma virtuale i giocatori hanno la possibilità di muoversi, d’interagire tra loro in vari mondi e possono anche organizzarvi eventi, giochi e attività sociali.

Pur senza voler tirare in ballo il cui prodest dei padri latini e senza domandarsi perché Mark Zuckerberg stia investendo miliardi di dollari sul metaverso, vi sono interrogativi che non possiamo glissare. Per esempio: se la differenza tra il reale e l’irreale nel metaverso è pressoché impercettibile, i reati commessivi come andrebbero inquadrati: con gli attuali codici o con una giurisprudenza da riscrivere o almeno da rivedere? Un utente, il cui avatar – l’immagine che lo rappresenta virtualmente – venisse stuprato nel metaverso, subisse insomma una sorta di metastupro, quale legge (reale) avrebbe dalla sua parte? La risposta, purtroppo, è negativa per ambedue gli interrogativi, perché il sexual harrassment, o violenza sessuale in rete, nel nostro ordinamento non si configura perché viene a mancare la materialità prevista dall’articolo 609 bis del Codice Penale: «Chiunque, con violenza, o minaccia, o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni». A riguardo, dobbiamo prendere atto che, dopo alcuni episodi di pesanti molestie sessuali avvenute sul metaverso, il già menzionato paròn di Meta, Mark Zuckerberg, se non altro per proteggere i miliardi che vi sta investendo e per scaricarsi di responsabilità legali, è stato più rapido del legislatore introducendo una nuova funzione, una sorta di safe zone, o area di sicurezza, che l’utente interessato può attivare: come dire che adesso può innalzare una sorta di recinto protettivo virtuale intorno a sé ogni volta che decide di mettere al sicuro il suo avatar da molesti e offensivi approcci sessuali che, per quanto virtuali, vanno comunque a colpire una persona “reale”, se non altro per traslitterazione morale. Ma un’attenzione sessuale persistente e non gradita può essere vissuta e considerata anche come una minaccia che si riflette sulla sua vita reale. Ed è proprio sul binomio virtuale-reale che deve misurarsi al più presto il legislatore.

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