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Ciò che Cazzullo non ha detto di Garibaldi e dell’Unità d’Italia

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Cazzullo
Le corna rimediate dal duce dei Mille grazie alla marchesina Raimondi, e che ebbero il potere di favorire indirettamente l’Unità d’Italia, erano inevitabili perché, altra cosa non detta da Cazzullo, il nostro eroe di donne non capiva un tubo e, per usare un’espressione di Indro Montanelli a proposito di un altro più recente duce, le prendeva come il gallo prende le galline

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Mercoledì scorso su La7, nella trasmissione “Una giornata particolare”, Aldo Cazzullo ha accompagnato i telespettatori in un interessante viaggio nella vita di un personaggio storico molto celebrato nel nostro Paese, sia da destra, che da sinistra: Giuseppe Garibaldi. Ebbene, secondo il suo approfondimento, la giornata particolare in cui Garibaldi cambiò la storia dell’Italia fu quella dell’11 maggio 1860, quando il nostro eroe sbarcò in Sicilia, precisamente a Marsala, con un migliaio di volontari per liberare il Meridione d’Italia dai Borbone. La versione del vice direttore del Corriere della Sera sull’impresa dei Mille forse è stata un po’ eccessivamente conformista, anche se con un personaggio complesso come l’eroe dei due mondi ciò era inevitabile, pertanto la sua esposizione su La7 è stata da noi complessivamente apprezzata e condivisa, eccetto in un punto: la giornata particolare di Garibaldi, quella che cambiò la storia d’Italia, non fu l’11 maggio ma il 24 gennaio del 1860. E adesso cercheremo di spiegarvene il perché, ma per farlo dovremo produrci in un breve excursus sulla vita piuttosto movimentata del duce dei Mille… sennò che “personaggio complesso” sarebbe.

Da Nizza, dove nacque il 4 luglio del 1807, Garibaldi, prima come mozzo e poi come comandante in seconda, iniziò a battere le rotte del Mediterraneo e del Levante, maturando quell’esperienza marinara che avrebbe fortemente connotato i suoi trascorsi sudamericani. Il Peppino nazionale, infatti, s’infilò in tutte le guerre che, dal 1836 al 1848, coinvolsero il Brasile, l’Argentina e l’Uruguay, alternandosi nel ruolo di ladro di cavalli, guerrigliero, sciupafemmine, ammiraglio e pirata. All’epoca il nostro erratico eroe trovò anche il tempo di scegliersi una compagna ma, poiché era Garibaldi, non poteva che scegliersela alla maniera di Garibaldi: togliendo la moglie a un altro uomo, al calzolaio brasiliano Manuel Giuseppe Duarte.

La II Guerra d’Indipendenza Garibaldi la combatté nei paraggi di Como, tra Luino e Varese, dove rifilò un sacco di legnate agli austriaci e incontrò la marchesina Giuseppina Raimondi, figlia di secondo letto del marchese Giorgio Raimondi e l’origine dei suoi guai coniugali e, secondo alcuni, anche dei guai di noi meridionali.

«Ch’io vi amo… e vorrei vedere chi fosse capace d’avvicinar voi senza amarvi! Dunque… io vi amo!… ed amor d’uomo non poteva poggiarsi su più bella, più vezzosa, più attraente creatura!… Il desiderio di possedervi avea seguito l’affetto che mi ispirò la vostra prima vista […] Ma non dite – per Dio!… che vi sono indifferente!». Questo era il tenore delle lettere che Garibaldi, 53 anni, inviava a Giuseppina Raimondi di 19 anni. Poi, dopo un certo periodo d’indifferenza, gli arrivò, per lettera, il via libera dalla marchesina: «Ti amo, fammi tua!».

Siccome, a modo suo, Giuseppe Garibaldi era coscienzioso e pure democratico, mise subito le cose in chiaro con la giovane druda comasca: «Ecco la voce del dovere: io ho nell’isola [Caprera – nda] una donna plebea e da quella donna ho una bambina: questo sarebbe il minore ostacolo perché io non posso più amarla e non devo unirmi a lei giammai!». Quel giammai era, in realtà, un caso mai perché con la plebea di Caprera l’eroe dei due mondi concepì un altro figlio. Comunque, messi da parte gli insoliti scrupoli morali, un Garibaldi ringalluzzito e raggiante, come in genere sono gli uomini anziani che si mettono con donne molto più giovani di loro, alla fine impalmò Giuseppina il 24 gennaio del 1860 (ricordare questa data…) a Fino Mornasco, nella tenuta marchesale del papà naturale della sposa.

All’uscita della cappella privata dei Raimondi dove si era celebrato il rito religioso qualcuno mise in mano al trepidante sposo una lettera con la quale il tenente dell’esercito sardo piemontese, Luigi Caroli, lo informava che la neo sposina portava nella pancia il figlio frutto della loro precedente relazione della quale, fino a quel preciso momento, Garibaldi nulla sapeva e di nulla s’era accorto.

«Signora, siete una zoccola».

Queste furono le parole con le quali l’eroe dei due mondi si congedò per sempre dalla sposina traditrice sul limitare dell’altare, non conscio, probabilmente, di essere l’unica persona al mondo ad aver rotto con la moglie qualche minuto dopo il sì. Nonostante gli scarsi mezzi di comunicazione allora esistenti, la notizia delle corna rimediate da Garibaldi in Lombardia si diffuse con un’insolita rapidità in Italia e in Europa, sommergendolo sotto una valanga di corbellature e di risate, ma l’aspetto della vicenda che lo fece soffrire di più fu che lui, l’indomito guerrigliero delle pampas, l’intemerato marinaio, il brando del Risorgimento, era stato abbindolato da una ragazzina come un vecchio e ingrifato coglione. Giunto a questo punto, il lettore si starà chiedendo cosa ci azzecca la boccaccesca vicenda di Garibaldi con la storia di Napoli e del Meridione. Un po’ di pazienza e ci arriviamo.

Anche per una serie di fatti politici, come la cessione alla Francia della sua città natale, Nizza, fatto che ci aveva aiutato a vincere la Seconda Guerra d’Indipendenza, il momento che Garibaldi stava attraversando non era dei migliori, perché alle corna della marchesina si aggiunsero anche quelle dei suoi concittadini nizzardi, i quali, all’unanimità, si espressero per l’annessione di Nizza. «Tutto mi schiaccia ed atterra. L’anima mia è piena di lutto, che debbo fare?».

Questo sconsolato interrogativo del 25 aprile 1860 riportato nelle memorie di Garibaldi, cioè dieci giorni prima d’imbarcarsi con i Mille, non è proprio di un condottiero che abbia in mente grandi imprese, ma piuttosto quello di un fallito alla ricerca di qualche ingaggio che lo riaccreditasse presso gli italiani e ricacciasse in gola al re Vittorio Emanuele II e Cavour le risate che si stavano facendo sulle sue intemperanze senili con la marchesina. Ebbene, secondo noi questa esigenza psicologica ebbe una parte di non secondaria importanza nella raffazzonata pianificazione della sua più grande avventura, quella dei Mille. Per farla breve, il 5 maggio del 1860, Garibaldi si imbarcò su due piroscafi con 1089 uomini di ogni risma e mestiere pressoché disarmati e, partendo da Quarto, si diresse a liberare il Regno delle Due Sicilie, che disponeva di un esercito di ottantamila uomini.

Ciononostante, per tutta una serie di circostanze, come i complotti organizzati da Cavour per staccare la classe dirigente meridionale dai Borbone e il tradimento degli alti gradi militari che passarono con i Savoia, il successivo 7 settembre Garibaldi fu a Napoli, comodamente sistemato a Palazzo d’Angri. A proposito di Napoli, riteniamo che Aldo Cazzullo, mentre parlava di Garibaldi, non abbia reso sufficientemente onore ai tanti uomini coerenti e valorosi che militarono nell’esercito borbonico. Sì, perché mentre il duce dei Mille si crogiolava in una vittoria militare neppure tanto meritata almeno fino a quel momento, la poesia dell’eroismo e della fede nei giuramenti si stava recitando in un altro punto della città: in una capitale ormai virtualmente occupata dai Garibaldini, il 1°, il 6° e il 9° Reggimento dell’esercito di Franceschiello al comando del colonnello Girolamo De Liguoro, con le bandiere e la fanfara in testa, marciavano a passo di parata mentre uscivano dalla città e andavano a difendere il loro re sul Volturno dove si era attestato… le corna della marchesina Raimondi avevano portato Garibaldi fino a Napoli, mentre il senso dell’onore stava portando loro a morire sul Volturno! Per la cronaca e per l’amor proprio dei meridionali, si ricorda che il colonnello Girolamo De Liguoro combatté valorosamente contro i garibaldini a Santa Maria Capua Vetere il 1° ottobre del 1860, meritando la promozione a generale di brigata e la Croce dell’Ordine di San Ferdinando.

Ritornando, poi, alle corna rimediate dal duce dei Mille grazie alla marchesina, che ebbero il potere di favorire indirettamente l’Unità d’Italia, possiamo dire che esse erano inevitabili perché, altra cosa non detta da Cazzullo, l’eroe dei due mondi di donne non capiva un cazzo e, per usare un’espressione di Montanelli a proposito di un altro duce, le prendeva come il gallo prende le galline.  Figuriamoci quali disastri relazionali era capace di combinare con le nobili signore dell’Ottocento, per la maggior parte svenevoli, complottiste e malate d’intellettualismo. Infatti, la sua vita sentimentale, che era iniziata con una servetta della natia Nizza, si concluse a Caprera con un’altra servetta, Francesca Armosino, che riuscì a sposare qualche anno prima di morire grazie al personale intervento del re Umberto I, un altro femminiere del Risorgimento.

E probabilmente quella donna plebea che lui non poteva più amare – almeno così scrisse all’infedele druda comasca – fu l’unica che lo amò per ciò che era, cioè un sempliciotto, un figlio del popolo come lei. E in fondo anche noi, a distanza di quasi un secolo e mezzo dalla sua scomparsa, continuiamo ad amare Giuseppe Garibaldi per la medesima ragione dell’Armosino: ci rassomiglia tanto.

(La copertina è tratta dal quadro di Andrea Cefaly “La battaglia del Volturno”)

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