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Draghi farà scoppiare d’invidia Erdogan

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L’ex presidente della Bce e attuale premier italiano potrebbe entrare al Quirinale rimanendo il patrono/padrone dei prossimi governi nazionali più di quanto non lo siano stati quelli passati di Giorgio Napolitano e Mattarella, e punto di riferimento di un’Europa che, con l’imminente uscita dalla scena politica comunitaria di un “uomo forte” come la cancelliera tedesca Angela Merkel, è già alla ricerca di una nuova e prestigiosa leadership, anche se surrettizia. Con buona pace di Erdogan
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Quando lo scorso febbraio Mario Draghi è diventato il capo del 67° governo della Repubblica Italiana, un po’ tutti ci siamo lasciati andare a considerazioni più o meno elogistiche, soffermandoci sull’uomo e solo qualche volta sui suoi trascorsi professionali, mentre avremmo dovuto guardarlo “attraverso” il suo background perché ognuno di noi, dal principe al plebeo, è ciò che ha fatto nella vita. È, infatti, nell’operato di un individuo la chiave di lettura di ciò che egli è stato, di ciò che è ma, soprattutto, di ciò che sarà e farà.

Per quanto straordinariamente prestigioso, il curriculum di Draghi si può sintetizzare, in fondo, in poche righe: laurea in economia nel 1970 all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; specializzazione presso il Massachusetts Institute of Technology; direttore generale del Ministero del Tesoro; vice presidente e membro dalla Goldman Sachs, la più grande banca d’affari del mondo; governatore della Banca d’Italia, membro del Consiglio direttivo e del Consiglio generale della Banca centrale europea; membro del Consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali; direttore esecutivo per l’Italia della Banca mondiale e della Banca asiatica di sviluppo; membro del Gruppo dei trenta; presidente della Banca Centrale Europea; capo del governo italiano per incapacità della classe politica di esprimere una leadership di guerra.

Ed è proprio in queste poche righe, nel coerente e costante decorso del curriculum, che è intuibile, secondo noi, il carattere dell’uomo, che è prefigurabile il destino dell’Italia e perfino la trasmutazione di alcuni ordinamenti istituzionali. Perché? Perché un funzionario d’apparato che in appena mezzo secolo le ha imbroccate tutte, che ha saputo costruire la propria carriera con una progressione di prestigio e di lucidità che non hanno eguali nella nostra storia recente, che è riuscito a passare indenne attraverso tutti i governi (di destra e di sinistra) che si sono succeduti nel nostro Paese dagli anni Settanta ad oggi, ha il sangue ghiaccio e anche una certa chiaroveggenza, una qualità questa che, di solito, rende pericolosi gli ambiziosi e ambiziosi i capaci.

Un esempio della chiaroveggenza, o di semplice intelligenza, del nuovo inquilino di Palazzo Chigi è stata la sua decisione, incomprensibile ai più, di lasciare il principale protagonista del disastro pandemico italiano, Speranza, al suo posto anche nel nuovo governo… perché rimuovere il punching ball che avrebbe assorbito, al posto suo, i cazzottoni delle critiche, delle insoddisfazioni e, perché no, delle proteste provenienti dai media, dalle opposizioni e dalla società produttiva?

Noi siamo più che certi che, all’atto di accettare l’incarico dal presidente Mattarella, a Mario Draghi non passasse neppure per l’anticamera del cervello l’idea di poter innescare la fusione a freddo dei nostri ordinamenti ed instaurare, de facto, un presidenzialismo nazionale e, in un certo qual modo anche transnazionale. Eppure questo è quanto vediamo all’orizzonte e ciò che, forse, incomincia ad intravedere lo stesso Draghi che, pur non avendo mire in tale direzione, in questi giorni si starà rendendo conto che, per il prestigio del quale gode in tutto il mondo, è diventato qualcosa di più che il capo del Governo italiano.

E vediamo il perché.

Una delle caratteristiche di Draghi è che parla poco, a bassa voce, ma sa sempre che cosa dire come quando, a Londra nel 2012 in veste di governatore della Bce, nel pieno della crisi del debito sovrano che minacciava di fare esplodere l’Europa, chiarì che – nonostante la contrarietà tedesca – avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro con una breve locuzione che è poi passata alla storia recente: «Whatever is takes». Salvando, così, anche il fondoschiena al nostro Paese che era, ed è, tra i più indebitati dell’eurozona e del mondo.

Lo scorso 6 aprile, durante i colloqui fissati ad Ankara tra il presidente turco Recep Erdogan, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è accaduto un fatto a dir poco sgarbato per quest’ultima ed offensivo per l’Unione europea e, stante il Paese in cui si sono svolti i fatti e il padrone di casa, il tutto non è parso casuale. Infatti, nel corso dei colloqui a tre, il protocollo del palazzo presidenziale aveva previsto che i due interlocutori maschi sedessero sulle uniche due poltroncine sistemate vicine alle rispettive bandiere, mentre la signora von der Leyen era da farsi accomodare, lontana da loro, su di un divano, come un’odalisca in attesa di essere chiamata dal suo signore.

Un vero e proprio affronto per un’istituzione democratica che ingloba 27 Paesi, quasi mezzo miliardo di cittadini e il più alto numero di movimenti femministi al mondo che, stranamente, nella circostanza se ne sono stati zitti.

Ma, come ai tempi del «Whatever is takes», il presidente Draghi ha compendiato in un solo termine il suo pensiero in merito all’accaduto di Ankara, e lo ha fatto nel corso di una conferenza stampa ufficiale, cioè mentre parlava da capo del Governo. Nella circostanza non ha esitato a definire, senza giri di parole, dittatore Recep Erdogan e, come forse aveva previsto, dopo la convocazione del nostro ambasciatore, alcune proteste e la minaccia di annullare alcune commesse commerciali, la Turchia ha in buona sostanza preferito non alimentare la polemica per quelle che, a nostro avviso, sono due importanti ragioni.

La prima ragione è quella della grave crisi economica che l’attanaglia da prima della pandemia e che rende, perciò, indispensabili i miliardi che l’Unione europea passa a Erdogan per tenersi in casa la marea di profughi siriani e irakeni al fine di non farli dilagare in Europa. La seconda ragione è che, parlando con la solita chiarezza, Draghi ha lacerato il velo dell’ipocrisia che fino ad oggi ha segnato i rapporti degli altri Paesi con la Turchia, chiamando dittatura quella che, in effetti, è una dittatura. E questo, magari, potrà anche far piacere agli integralisti che sognano un nuovo califfato ottomano ma non a molti militari turchi che, da Atatürk in poi, si sono resi garanti della laicità dello Stato. «Non agitiamo il drappo rosso davanti al toro…» si saranno detti ad Ankara, come dire che, con una sola parola, Mario Draghi ha reso più esposto, all’interno e all’esterno, il regime turco di Erdogan. Subito dopo di lui, infatti, anche la Francia ha tuonato contro la deriva autoritaria di Erdogan per bocca del ministro Clement Beaune.

Insomma, per levare gli schiaffi dalla faccia di un’Europa ciabattona e vigliacca, ci voleva l’ex presidente della Bce il quale, già quando disse chiaro e tondo a Ursula von der Leyen che, se non fosse stata capace di procurare i vaccini anti Covid ai Paesi membri, l’Italia avrebbe fatto da sola, si propose come l’unico leader europeo con gli attributi a posto.

Per farla breve, Draghi potrebbe entrare al Quirinale rimanendo il patrono/padrone dei prossimi governi italiani più di quanto non lo siano stati quelli passati di Napolitano e Mattarella, e punto di riferimento di un’Europa che, con l’imminente uscita dalla scena politica comunitaria di un “uomo forte” come la cancelliera tedesca Angela Merkel, è già alla ricerca di una nuova e prestigiosa leadership.

Nel prossimo futuro, dunque, vedremo un Draghi dal triplo cappello quirinalizio, chigiano ed europeo? Chissà, certo sarebbe una roba da far venire un travaso di bile per l’invidia al sultano Erdogan.

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