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Pasqua con l’uomo del Golgota e l’uovo

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Pasqua
L’uovo come simbolo della nascita: pitturato sul guscio, di cioccolata o appiccicato al casatiello pasquale dei campani, continua a simboleggiare il perpetuo rinnovarsi della vita sulla terra, così come la sorgenza di Gesù dal sepolcro, secondo i cristiani, simboleggia la capacità di rinascere, il rinnovarsi della speranza nell’animo e nella mente di ognuno di noi per un futuro migliore

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Anche quest’anno dedichiamo un pensiero alla Pasqua di resurrezione dei cristiani, una ricorrenza che per i suoi universalistici significati dovrebbero celebrare tutti, anche i non cristiani. Il nome di questa festività di derivazione ebraica potrebbe derivare dal latino Pascha, o anche dall’ebraico Pesah che significa transito, ma non mancano filologi che lo fanno discendere da un verbo egiziano che potremmo tradurre come “colpire”, mettendolo in relazione con la decima piaga che Jehovah inflisse all’Egitto durante la cattività israelita. Soltanto dopo la morte di Gesù e il cambiamento seguito all’anarchia della sua celebrazione, questa ricorrenza divenne la solennità liturgica con la quale ancora oggi i cristiani rappresentano il mistero della Resurrezione.

Il filologo e storico francese delle religioni, Ernest Renan, nel libro Vita di Gesù sostenne che Gesù fosse uscito dalle fila del popolo e che, quindi, anche la sua famiglia avesse una connotazione popolare e, secondo noi, mai affermazione ha avuto più capacità di spiegare il travolgente successo del cristianesimo! Il falegname pio e burbanzoso Giuseppe, la casalinga Maria, la loro numerosa e litigiosa figliolanza (perché Giuseppe e Maria ebbero altri figli oltre a Gesù), sono figure che di soprannaturale non hanno nulla e, perciò, identificabili con ognuno di noi. Ragion per cui, di là di ogni disputa sulla sua reale esistenza e collocazione, la famiglia di Gesù, ed egli stesso, a Pasqua diventano un po’ la nostra famiglia, anch’essa, a volte litigiosa e altre che si vuole bene. Sempre secondo Renan, la vita terrena del Redentore non fu facile anche perché egli si ritrovò contro tutti quelli che avrebbero dovuto amarlo perché lo ritenevano un “sovversivo”, a partire dai propri fratelli, dei quali, però, non conosciamo il nome. Coloro che comunemente sono ricordati come i suoi discepoli sarebbero stati, in realtà, cugini perché figli di una sorella della Madonna, anch’essa chiamata Maria.

Il numero dei nemici di Gesù era destinato ad aumentare man mano che si diffondeva la sua predicazione, anzi si può dire che ogni parabola, ogni sua parola, lo avvicinava ineluttabilmente a una fine tragica, perché metteva in pericolo l’ordine costituito, facendo a pezzi le ipocrisie e le contraddizioni della società ebraica del tempo. Quando, per esempio, gli portarono una prostituta per domandargli se ella meritasse o no la lapidazione, la risposta di Gesù fu la salvezza della donna e l’implicita condanna dei suoi accusatori: «Chi fra voi è senza peccato, le getti la prima pietra». Ma egli accelerò il compimento del suo destino terreno quando attaccò frontalmente la casta sacerdotale, il fulcro del sistema di potere allora vigente in Israele, alla quale destinò le più veementi accuse della predicazione, e di quel pericolo crediamo che egli fosse ben consapevole.

Fu, dunque, il perseguimento della missione che si era imposto, non il coraggio, e neppure il tradimento di Giuda a condurre il Gesù sulla croce. A riguardo Renan ipotizza che, prima del sacrificio finale, Gesù potrebbe avere avuto qualche tentennamento e perfino rimpianto di dolcissime memorie. Andò veramente così? Non lo sappiamo e nondimeno troviamo bellissima questa ipotesi perché, fondata o meno che sia, attribuisce a Gesù alcuni dei nostri sentimenti e trasalimenti, restituendolo uomo agli uomini che ne seguono i precetti da oltre duemila anni.

La vita terrena di Gesù terminò tra viltà, accidia, tradimenti e sete di potere: nessuna umiliazione gli fu risparmiata, neppure quella di fargli preferire nella grazia del governatore romano, Ponzio Pilato, un delinquente comune, un tal Bar-Rabban, meglio noto come Barabba.  Con la sua crocifissione, avvenuta sul quel piccolo montarozzo appena fuori Gerusalemme chiamato Golgota, iniziò il crepuscolo del vecchio mondo e l’inizio di una parabola che avrebbe cambiato l’esistenza di tutte le generazioni a venire, anche di quelle che non si sarebbero riconosciute in lui, grazie a una breccia dalla quale passarono tutte le conquiste spirituali e civili dell’umanità: si può essere cristiani oppure no, ma è innegabile che la mitigazione di barbari costumi, la condanna dell’ingiustizia dei governanti, la separazione del potere politico da quello religioso e una nuova fase dei rapporti umani partirono dalla croce.

Pertanto, la Pasqua cristiana andrebbe festeggiata perfino dai laici o da chi ha soltanto una visione storica di Gesù. Andrebbe festeggiata dagli scettici, dagli sfiduciati, da tutti quelli che fluttuano nella miseria esistenziale perché essi, più di tutti, hanno bisogno dell’unica cosa che rende possibile il fluire umano sulla terra: la speranza. Quella speranza nel futuro rappresentata anche dall’uovo pasquale, una tradizione che gli ebrei presero in prestito dagli egiziani e trasmisero ai cristiani. Gli egiziani, infatti, facevano derivare la nascita dell’intero universo e di ogni cosa vivente da un grande uovo.

L’uovo, dunque, come simbolo della nascita: pitturato sul guscio, di cioccolata o appiccicato al casatiello pasquale dei campani, continua a simboleggiare il perpetuo rinnovarsi della vita, così come la sorgenza di Gesù dal sepolcro, secondo i cristiani, simboleggia il dovere degli uomini di emergere migliorati dalle spire di un avverso destino o dalla cattiveria dei loro simili.

(Copertina di Donato Tesauro)

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