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La differenza tra guerra di popolo e guerra civile

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Troviamo divisiva e sommamente demagogica l’idea di voler fare della canzone Bella Ciao un inno ufficiale della nostra repubblica allo scopo di ricordare i combattenti della guerra di liberazione dal fascismo, o guerra civile come sarebbe più corretto definirla. A maggior ragione se un inno a ricordo dei caduti di tutte le guerre, compresi quelli della Resistenza, noi lo abbiamo già da oltre un secolo
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La classe politica italiana è conosciuta per essere la più grande produttrice di aria fritta al mondo e in essa un posto di rilievo spetta certamente all’onorevole Laura Boldrini, nota soprattutto per essere la Madre Teresa dell’immigrazione selvaggia o la Giovanna d’Arco della parità di genere, qualsiasi genere, salvo trattar male le sue collaboratrici e non pagare tempestivamente la liquidazione alla sua colf immigrata. Ma non è tutto perché la signora Boldrini appartiene a quella pattuglia di parlamentari di sinistra che vorrebbe imporre per legge la sua democrazia al fine di neutralizzare, si sostiene, una deriva fascista che in verità vede soltanto lei, fingendo di dimenticare che a riguardo siamo già ampiamente tutelati dalla Costituzione (che quando fa comodo alla Sinistra è la più bella del mondo), dalla Legge Scelba 645/1952 e dalla Legge Mancino 205/1993.

Il guaio di certi sedicenti democratici è che essi non pensano di doverlo conquistare il popolo alla democrazia, per carità, molto meglio imporgliela sicché, per dirlo con le parole di Leo Longanesi, il loro è fascismo degli antifascisti. Ergo, la signora Laura Boldrini è una “fascista”, anche se non fa il saluto romano e, anzi, abbatterebbe ben volentieri tutti i simboli architettonici riconducibili in qualche maniera al passato regime.

I fascisti, doc o di metodo non importa, più di altri hanno bisogno di un inno e, più rivendicativo e divisivo esso è, meglio si presta al loro scopo che, non dimentichiamolo, è quello di proporsi anche come gli eliminatori delle discordie, dopo averle create, e viverne di rendita: lo fecero Mussolini in Italia, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, e parliamo di fascisti dalla scorza piuttosto dura. Siccome anche il regime fascista del politically correct che si vorrebbe imporre in Italia ha bisogno di un inno, l’onorevole Laura Boldrini – assieme ad altri 33 parlamentari della Sinistra in verità – ha pensato bene di presentare una proposta di legge che renda la canzone partigiana “Bella Ciao” un inno istituzionale al pari diFratelli d’Italia”. Ciò ha suscitato più di qualche perplessità perfino nella sua parte politica, perplessità alle quali lei, con la ben nota supponenza, ha risposto tramite un’agenzia: «Chi strumentalizza Bella Ciao non conosce la storia – La Resistenza fu un moto del popolo».

Oddio, un pochino di storia la conosciamo e quel pochino ci dice che una canzone partigiana “Bella Ciao” in realtà non è mai esistita e, molto probabilmente, non è mai stata cantata durante la Resistenza se non dai partigiani abruzzesi sul finire del 1944. Quella che oggi conosciamo si rifà, in effetti, a diverse melodie popolari italiane, alcune delle quali risalenti addirittura ad una ballata francese del Millecinquecento. Ma, indipendentemente dalle sue origini, la canzone è coinvolgente, bella, molto orecchiabile ed è perfettamente capibile perché sia diventata l’inno dei partigiani, come dire di una parte: però, da questo a metterla alla pari di una canzone unificante, cioè di tutti, come l’Inno di Mameli, ce ne corre.

Sempre quel pochino di storia che conosciamo ci dice anche che la Resistenza – e lo rileviamo con sincero rimpianto – non è stata affatto un moto di popolo, come sostenuto dall’onorevole Boldrini, perché una rivolta popolare, diffusa e generalizzata, ci avrebbe consegnato un Paese e dei cittadini ben diversi da quelli che emersero dalle macerie materiali e morali della II Guerra Mondiale, rendendo, lo Stato e gli italiani, entrambi più maturi di fronte alle rispettive responsabilità. Purtroppo, quella rivolta popolare non ci fu, e a sostenerlo non siamo noi ma i numeri e le fonti, se ci si prende la briga di andarle a consultare.

Renzo De Felice, il più grande storico italiano, che ne sapeva più della signora Boldrini in fatto di Resistenza, nel ricostruire un’oggettiva, gigantesca storia del fascismo, attingendo unicamente ai documenti reperiti negli archivi di Stato, rilevò che il fascismo di Salò e il movimento partigiano si ritrovarono ad agire in un ambiente sociale «… che in larga misura era caratterizzato nei loro confronti da uno stato d’animo in cui ciò che prevaleva era l’estraneità, il timore, talvolta l’ostilità e che faceva poca differenza tra di loro».

Non vogliamo credere a De Felice perché, magari, è stato un revisionista? Bene, andiamo allora a vedere i dati riguardanti la partecipazione popolare alla Resistenza forniti da un noto capo partigiano, Giorgio Bocca, nel libro Storia dell’Italia partigiana: secondo lui a settembre del 1943 in Italia i partigiani erano 1.500, nel novembre successivo 3.800, nell’aprile del 1944 12.600, nel mese di agosto dello stesso anno diventarono 50.000, a marzo del 1945 lievitarono a 80.000 e, sempre parole di Giorgio Bocca, «… nei giorni dell’insurrezione saranno 250.000 a girare armati e incoccardati». Peraltro, i dati forniti da Bocca sono sostanzialmente uguali a quelli riportati dal sito “Resistenza & Democrazia”, che di certo non è un sito della destra sovranista: nel 1944 i partigiani in Italia erano 82.000 e raggiunsero il numero di circa 200.000 al momento dell’insurrezione. Sul fronte avversario militavano 50.000 effettivi e 150.000 uomini della Guardia Nazionale Repubblicana.

Per farla breve, anche dal confronto di questi dati, un osservatore in buona fede può rilevare che la Resistenza non è stata moto di popolo, come ritengono l’onorevole Boldrini a la vulgata resistenziale ma, purtroppo, soltanto una guerra civile che, peraltro, riguardò un numero di italiani relativamente ristretto, anche se dopo la guerra l’ANPI arrivò ad avere anche 600.000 iscritti “incoccardati” come ha scritto Bocca.

Assodato che i partigiani, quelli veri, erano dalla parte giusta della storia, crediamo sia giunto il momento di chiudere con una guerra civile terminata 76 anni fa, di porre termine alle divisioni e iniziare a pensare che tutti uniti almeno sui principi generali della democrazia saremmo un popolo irripetibile, divisi soltanto un insieme di fazioni in balia della Francia o della Germaniadi turno. E per uniti non intendiamo equiparati, ma soltanto inquilini diversi, ma rispettosi, del condominio Italia … o questa possibilità è riservata soltanto agli stranieri che si stabiliscono nel nostro Paese, il più delle volte non invitati?

Perciò troviamo divisiva e demagogica l’idea di fare della canzone “Bella ciao” un inno ufficiale della nostra repubblica allo scopo di ricordare i combattenti della guerra partigiana, o civile come sarebbe più corretto definirla. E perché poi se un inno a ricordo dei caduti di tutte le guerre, compresi quelli della Resistenza, lo abbiamo già?

E qual è?

L’Inno del Piave.

Fatelo ascoltare alla signora Boldrini: forse capirà la differenza tra guerra di popolo e guerra civile.

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