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Il guaio di israeliani e palestinesi è che non hanno un altro posto dove andare

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israeliani e palestinesi
Coloro che in questi giorni, alla meglio, storcono il naso di fronte ai pesanti bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza allo scopo di stanare i macellai di Hamas dai bunker sotterranei, dovrebbero ricordare anche l’infame episodio che riguardò l’ebreo americano paralitico Leon Klinghoffer, buttato a mare con tutta la sedia a rotelle dai terroristi palestinesi che il 7 ottobre del 1985 sequestrarono la nave Achille Lauro: li aiuterebbe comprendere le ragioni di un popolo costretto a combattere un nemico dal quale, in caso di sconfitta, non può aspettarsi clemenza

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Subito dopo gli attacchi belluini di Hamas dello scorso 7 ottobre contro i kibbutz israeliani e la mattanza dei ragazzi al rave party nel deserto del Neghev, cercammo di addivenire alla comprensione del perché della clamorosa falla nel sistema di difesa israeliano e della sua intelligence, in primis il Mossad e lo Shin Bet, di fronte alla facile infiltrazione di tremila ragazzotti palestinesi ebbri di sangue, e forse drogati, che hanno fatto carne da macello dei civili incontrati sulla loro strada, compresi donne, vecchi, bambini e paraplegici sulla sedia a rotelle. A riguardo, anche se la maggior parte di quelli che in questi giorni vanno per strada a concionare contro Israele non lo sanno, negli ultimi quarant’anni nulla è cambiato nell’orrenda metodologia dei movimenti terroristici palestinesi, che si chiamino Hamas o in altro modo. Infatti, il 7 ottobre del 1985 (…quando si dice la coincidenza), un commando terroristico del Fronte per la Liberazione della Palestina – Flp, in un porto egiziano sequestrò la nave da crociera italiana “Achille Lauro” e tutte le persone a bordo allo scopo di barattarle con il rilascio di loro prigionieri. Ebbene, nella circostanza il grande atto eroico che i terroristi compirono durante i tre giorni della loro permanenza a bordo fu quello di scaraventare a mare, con tutta la sedia a rotelle, un povero settantenne paralitico, Leon Klinghoffer, perché ebreo americano. Perciò, coloro che in questi giorni storcono il naso di fronte ai pesanti bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza per stanare Hamas da sottoterra, dovrebbero ricordare quell’infame episodio per comprendere le ragioni di un popolo costretto a combattere un nemico dal quale, in caso di sconfitta, non può aspettarsi clemenza. A tutto questo dobbiamo aggiungere il fatto che, come rivelò la premier israeliana Golda Meir all’allora senatore americano Joe Biden nel 1973, gli israeliani non hanno un altro posto dove andare.

Ritornando all’attacco terroristico dello scorso 7 ottobre, attribuimmo l’impreparazione del sistema di difesa israeliano troppo imperniato sull’alta tecnologia informatica, alla modestia tecnologica dei terroristi di Hamas e delle loro armi da fanteria leggera: fu come se un governo che si aspetti un attacco dal pianeta Marte, invece dei marziani armati di sofisticate armi-laser, si vede arrivare sulle chiappe le frecce degli indios dell’Amazzonia! L’altro fattore di debolezza per gli israeliani è stato il premier Bibi Netanyahu, il quale, con sedici anni complessivi di permanenza al potere, ha logorato da destra l’immagine biblica di disinteressato capo d’Israele, specialmente nel corso del suo lungo conflitto con la Corte Suprema. In una democrazia sedici anni di potere nelle mani della stessa persona sono oggettivamente troppi perché questa, intenzionalmente o meno, non si senta tentata di “modellare” il Paese che governa a immagine e somiglianza della sua linea politica che, nel caso, si è rivelata dannatamente miope anche perché, alla prova dei fatti, Netanyahu si è rivelato ciò che gridò un giovane terrorista a proposito d’Israele il giorno dell’assalto: una tigre di carta.

A questo punto anche il sistema-Israele dovrebbe imparare a fare i conti con la storia, perché le guerre non le hanno mai vinte i generali o i politici di lungo corso come l’attuale premier. Basta guardare alla II Guerra Mondiale: i fieri discendenti dei generali prussiani, che per mestiere sceglievano quello delle armi fin da bambini, finirono due volte nella polvere in poco più di vent’anni a opera di avversari che nella vita civile erano per buona parte attori, piazzisti, meccanici, agricoltori e venditori di cravatte, ma avevano una granitica fede nella forza della democrazia ed erano sempre pronti a battersi per essa.

Ecco, secondo noi, sotto il governo di Netanyahu questa fede si è di parecchio annacquata in almeno la metà del popolo israeliano, fino a far diluire anche il collante etico e ideale che ha tenuto insieme un popolo e un esercito a dir poco compositi negli ultimi 76 anni, ossia l’idea di essere i figli prediletti di un Dio che, nel momento del supremo pericolo, ha sempre inviato loro un profeta come Mosè, un eroe come David, un legislatore come Salomone, un fondatore di nazioni come Ben Gurion, o un generale vittorioso come Moshe Dayan. Stavolta, sarà perché anche il Padreterno si è rotto le scatole di noi terragnoli guerrafondai e stupidi, agli israeliani è toccato Netanyahu il quale farà bene a ricordare che, se è vero che gli ebrei non hanno un altro posto dove andare, neppure i palestinesi, che sono le prime vittime di Hamas, ce l’hanno. Sicché i due popoli sono condannati a vivere insieme dalla storia. E la storia non la fermi né con i missili, né con gli aerei. Consiglio non richiesto a Netanyahu? In questa fase, mentre dà la caccia ai terroristi, Israele curi, vesta e sfami i palestinesi in fuga, in modo da marcare la differenza con Hamas e isolarla dal resto del popolo palestinese. E chissà che, operando in questo modo, non arrivi anche la soffiata per individuare gli ostaggi. Ammesso che siano ancora tutti vivi.

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