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Francesco Cosimato: eco-attivisti o eterodiretti?

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Secondo il presidente del Centro Studi Sinergie se, come richiedono gli eco-attivisti chiudiamo le centrali elettriche a carbone e cancelliamo anche il progetto di nuove trivellazioni per la ricerca di gas naturale, non si capisce dove andremo a prendere l’energia che serve per mandare avanti una società irreversibilmente tesa al progresso e per eliminare le scorie che essa produce e produrrà in futuro

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Buongiorno Generale nonché presidente del Centro Studi  Sinergie, crediamo che ormai i frequentatori del nostro blog ti conoscano e perciò saltiamo le presentazioni e veniamo direttamente al motivo dell’intervista: lo scorso 24 maggio ti sei occupato di Ultima generazione, quella rete di eco-attivisti che già da tempo ha intrapreso azioni di disobbedienza civile non violenta allo scopo di attirare, sostengono i diretti interessati, l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi mondiali sulle gravi conseguenze del riscaldamento globale. Nel sopraccitato intervento hai definito tali attivisti degli «…inutili facinorosi». Perché? Eppure al netto dei metodi adoperati per ottenere visibilità, i loro intenti potrebbero essere anche condivisibili. Che cosa non ti convince?

Ci sono vari profili di scorrettezza nell’attività di questi eco-teppisti o, se preferite, eco-vandali. Il primo è che essi, evidentemente, non accettano le regole democratiche perché la disobbedienza che essi praticano presuppone che la maggioranza si adegui alla minoranza e non viceversa, quindi, siamo in presenza di un movimento che vuole alterare le regole della nostra democrazia. Il secondo profilo di scorrettezza riguarda la presunta necessità di seguire le indicazioni di uno o più organismi appartenenti al sistema Onu, ma non facendone parte come, invece, previsto dal trattato di San Francisco. Stiamo parlando, per esempio, dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (Ipcc), il quale ha raccomandato la riduzione dei consumi di fonti fossili ai governi. Sia chiaro che per me i governi nazionali sono sovrani e non dipendono da questo organismo pieno di politici e non di scienziati, ma forse i nostri eroi non lo sapevano.

Il terzo profilo di scorrettezza consiste nel far finta di non capire che l’utilizzo di fonti cosiddette rinnovabili, a scapito di quelle fossili, costituisce un grande aiuto alle nazioni (come la Cina e Taiwan) che dispongono di quelle terre rare per produrre le batterie degli oggetti che utilizzano fonti rinnovabili. Di conseguenza, soggiacere alla suggestione delle tesi degli eco-attivisti lederebbe gli interessi dei Paesi che non dispongono di terre rare.

Adombri, quindi, il sospetto che a muovere i fili degli eco-attivisti vi sia una precisa strategia politica. Quale e di chi.

Non ho informazioni precise sulla strategia che c’è dietro gli eco-attivisti, anche se sono venuti fuori dei “grandi donatori”.

E allora?

E allora significa che “Ultima generazione” è un movimento che si ritrova a fiancheggiatore i Paesi ricchi di terre rare e, con le sue intemperanze, avvalora la narrazione ambientalista dei partiti di sinistra che vogliono mostrarsi moderati.

Se, come richiedono questi giovani, chiudiamo le centrali elettriche a carbone e cancelliamo il progetto di nuove trivellazioni per la ricerca di gas naturale, secondo te, dove la prendiamo l’energia che serve per mandare avanti una società tesa al progresso e allo smaltimento delle sue inevitabili scorie.

Al corso di Fisica e a quello di Elettrotecnica veniva insegnato agli allievi ufficiali dell’Esercito che la tensione elettrica è uguale al prodotto della resistenza per l’intensità di corrente (V=R*I). Assodato che la corrente non si crea per decreto governativo e che le reti di distribuzione delle fonti energetiche richiedono investimenti di anni, le pretese di questo gruppo non sono molto sensate. Nel lungo periodo si può scegliere qualsiasi cosa e fare piani con adeguati investimenti, nel breve questo non si può fare.

Anche l’italiano più distratto capisce, ormai, che certe manifestazioni hanno un costo economico, perciò la domanda è inevitabile: chi mette i soldi e perché.

I “grandi donatori” di cui parlavamo prima, ai quali non sarebbe estranea la Open Society Foundation sono, allo stesso tempo, anche finanziatori di partiti italiani; ricorderete che Benedetto della Vedova ha dovuto ammettere che il suo partito, “Più Europa”, era finanziato proprio dalla Open Society Foundation. In Italia, al giorno d’oggi, se non hai un major donor, non riesci a far politica perché le sottoscrizioni popolari raccolgono anche qualcosina tra la gente comune, ma la percentuale è bassa.

Ma allora il sempre presente George Soros c’entra pure questa volta.

Il potere economico della Open Society di cui egli è a capo si è rivelato indubbio e pervasivo, almeno in Europa. D’altronde, se tutti i partiti del Vecchio Continente riconducibili alla Sinistra ripetono all’unisono le litanie ambientaliste e Lgbtq+, patrimoniale sulle case, eccetera, evidentemente hanno un ventriloquo comune.

E in tutto questo la politica come si pone secondo te?

In questa fase storica la politica europea non ha il coraggio di sfidare il potere delle lobby, per cui cerca di ridurre i danni, ma si condanna all’irrilevanza perché i cittadini poi vogliono la corrente per casa loro dai governi nazionali e non da Soros.

Vuoi dire che i partiti servono a poco?

Mi limito a costatare che mentre tutti si riempiono la bocca con la parola sostenibilità e mentre i consumi di energia aumentano, i partiti vivono una situazione sicuramente insostenibile con le leggi di mercato. Il cosiddetto effetto Schlein mi pare rientrare in questa casistica.

Come dire che alla fine della fiera ci troviamo, ancora una volta, al cospetto di inconfessabili interessi economici.

Dietro i cosiddetti grandi valori delle democrazie occidentali ci sono sempre stati degli interessi gretti, sicché la scelta di soluzioni tecnologiche relative all’uso di terre rare o di materiali simili non nasce dalla purezza d’animo dell’ecologismo di una volta. Ci sono tanti soldi dietro… e non soltanto quelli che serviranno a noi per poter comprare le auto di domani.

Tra una crisi ambientale di per sé evidente, eco turbolenze, eco-attivisti, giovani ingenui e interessi occulti: come ne veniamo fuori.

Ne veniamo fuori facendo i conti per bene con l’equazione V=R*I per sapere quanta energia ci serve. Appurato ciò, bisogna progettare un sistema di approvvigionamento basato su più fonti e sulle conseguenti reti di distribuzione. La lotta per il gas che ci ha costretto a sostituire la Russia con l’Algeria, appesa ai rigassificatori necessari, richiede investimenti che non possiamo buttare a mare. La rinuncia al nucleare, che siamo bravi a costruire ovunque tranne che a casa nostra, è una lucida follia che stiamo pagando a caro prezzo da decenni. Comunque, un sistema energetico si programma nel medio-lungo periodo e si realizza con investimenti non banali. Poi, bisogna essere disposti a difenderlo con le unghie e con i denti dai radical chic che declamano ideologie ormai circolanti soltanto nei loro quartierini.

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