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Elezioni americane, noi le abbiamo viste così

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Non ci convince la vittoria dei democratici i quali, dopo aver messo in campo le loro migliori truppe d’assalto, dopo aver rastrellato l’80% di tutti i fondi messi a disposizione dai donatori privati per la campagna elettorale, dopo che il cinema, i maître à penser e il 99% dei media statunitensi si sono apertamente schierati contro il loro avversario, sono riusciti a conquistare soltanto la maggioranza alla Camera e, tuttavia, parlano di una grande vittoria

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Dopo aver messo in campo le loro migliori truppe d’assalto, dopo aver rastrellato l’80% di tutti i fondi messi a disposizione dai donatori privati per la campagna elettorale, dopo che sono scesi in campo aperto i condottieri Barack Obama e Hillary Clinton, dopo che il cinema, i maître à penser e il 99% dei media statunitensi si sono apertamente schierati contro il loro avversario, i Democratici sono riusciti a conquistare soltanto la maggioranza alla Camera e, tuttavia, parlano di una grande vittoria.

Ma i più entusiasti di questa vittoria che rassomiglia di più ad una non sconfitta, sono gli emuli nostrani dei democratici americani, i quali continuano a ragionare di vittoria e/o di sconfitta in termini italiani e non, invece, in quelli americani.

Intanto bisognerebbe ricordare che, per tutto un complicato sistema di contrappesi previsti dalla Costituzione americana, spesso e volentieri i presidenti in carica perdono il controllo di una delle due camere del Congresso, se non addirittura di tutte e due, ma poi vengono lo stesso rieletti per il secondo mandato. Peraltro, avendo mantenuto il controllo del Senato, che non dimentichiamolo è presieduto dal vice di Trump, e pur dovendo condividere con la Camera ormai democratica il potere di legiferare, i repubblicani conservano dei poteri che non devono negoziare con nessuno.

E stiamo parlando dell’intonsa autonomia nel ratificare i trattati internazionali, nella nomina dei giudici federali e degli alti funzionari dello Stato, come dire competenze e figure-chiavi che sono basilari per la politica di Trump, specialmente quella estera, che così potrà lo stesso tarpare le ali ad ogni iniziativa democratica contro di lui e la sua politica, prima tra tutte quella al cui successo non credevano probabilmente gli stessi democratici: l’impeachment.

E siccome la rielezione di Trump si giocherà principalmente sulla politica estera (trattati politici, trattati commerciali, dazi, rapporto con l’Unione europea, la rivisitazione della Nato, eccetera) restano sostanzialmente invariate le possibilità del tycoon di essere rieletto nel 2020 specialmente se, com’è avvenuto in questa elezione, il voto delle prossime presidenziali diventerà uno scontro fra Trump e il resto del mondo e non, come dovrebbe saggiamente essere, la scelta tra due diverse idee dell’America.

Chi vivrà vedrà.

Immagine in evidenza: Trump ottimista per le elezioni del 2020 (foto Agi)

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