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Quel cucchiaio da Carabiniere che ormai nessuno usa più

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Il Carabiniere è presente in ogni città, paese o borgo d’Italia, sempre a suo agio in qualsiasi ruolo, da mastino pronto ad addentare le chiappe dei malavitosi al ruolo di paciere tra un marito e moglie turbolenti, da salvatore del bambino caduto nel torrente al milite senza macchia e senza paura capace d’immolarsi per salvare le vite degli altri come Salvo D’Acquisto. Che cosa è accaduto nel frattempo, com’è che da Salvo D’Acquisto siamo arrivati al caso dei Carabinieri di Piacenza
– Enzo Ciaraffa –

Se fossi nato con gli occhi aperti la prima cosa che avrei visto quella fredda mattina di gennaio di settantadue anni fa sarebbe stato un Carabiniere affacciato sulla culla: era mio padre. Ebbene, per venti anni, vale a dire fino a quando io e mio fratello più grande non decidemmo di andarcene dal paese per intraprendere anche noi la carriera militare – lui nei Carabinieri e io nell’Esercito –  ho avuto la grande fortuna e l’onore di vivere accanto a un pezzo di storia della Benemerita. Sì, perché mio padre fino a quando è morto, e cioè mezzo secolo fa, aveva sempre voluto sulla tavola apparecchiata il cucchiaio di alluminio delle dotazioni militari, un cucchiaio con il quale aveva mangiato nella classica gavetta sul fronte della guerra d’Etiopia, di Spagna, nella II Guerra Mondiale, e che noi ragazzi di casa chiamavamo con sacrale rispetto “il cucchiaio da Carabiniere”. Quella di mio padre non era una fisima, era il suo personale modo – realizzai da militare anni dopo – di ricordare i commilitoni che non erano tornati dalla guerra per potersi, come lui, sedere a tavola con la propria famiglia.

Per tutta la durata della mia vita in famiglia, ad ogni marachella, mio padre, l’apparentemente irsuto Appuntato ormai in pensione, ci agitava puntualmente sotto il naso il “Regolamento di disciplina per il regio esercito” del 1929 perché, secondo lui, a noi generazione del twist e dei pantaloni a zampa di elefante un po’ di vita militare non avrebbe fatto male. Eppure egli mai fu severo con noi, mai ci impose una scelta, anzi spesso lo avemmo come consigliere e complice nell’eludere i vari divieti imposti a noi maschietti di casa da mia madre che, poveretta, cercava di tenerci tranquilli come poteva. Poi io e uno dei miei fratelli scegliemmo strade professionali lontane dalla famiglia, ovvero lontane da una quotidiana palestra di insegnamenti dove sentimmo riecheggiare (e praticare…) concetti semplici eppure complessi quali libertà, dovere, Patria, obbedienza, onore, declinati esattamente in quest’ordine da mio padre perché, secondo lui, senza il culto della libertà e il senso del dovere dei suoi figli la Patria non sopravvive.

Poi una settimana fa è arrivata la notizia che, per delle ipotesi di reato degne di un clan malavitoso, la Procura della Repubblica di Piacenza ha disposto l’evacuazione e la chiusura immediata della Stazione dei Carabinieri di Piacenza Levante non prima, però, di averne arrestati buona parte dei componenti, con il comandante in testa. E che non si trattasse delle scorrettezze di un isolato caso di cattivi servitori dello Stato ma di un “sistema” è stato chiaro fin dal primo momento, soprattutto dopo la conferenza stampa del capo della Procura piacentina, Grazie Pradella: «Faccio fatica a definire questi soggetti come Carabinieri, perché i loro sono stati comportamenti criminali. Non c’è stato nulla in quella caserma di lecito. Siamo di fronte a reati impressionanti se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei Carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei Carabinieri per futuri accertamenti». E, infatti, a carico degli arrestati vanno prendendo corpo reati come l’associazione per delinquere, spaccio di droga, intimidazione, abuso di potere, truffa, appropriazione indebita, la tortura e, giusto per non farsi mancare niente, l’induzione alla prostituzione.

Confesso che mentre leggevo di questi Carabinieri con ville munite di piscine, di conti correnti in serie e ben forniti di soldi, di moto e di auto prestigiose, di festini a luci rosse in caserma, ho fatto fatica a trattenere lacrime di rabbia ma anche di rinnovato amore: mio padre, dopo aver dedicato la vita allo Stato e alla legge, per farci studiare tutti e tre risparmiava anche sulle sigarette e per comprare una modesta casa dovette aspettare gli arretrati della pensione di guerra.

Eppure Piacenza non è Roma, Milano o New York, ma una città che per numero di abitanti è piuttosto modesta, centomila persone, e perciò la prima domanda che un lettore mediamente pensante si pone è: possibile che in quella città nessuno “sussurrasse”, che nessuno si fosse accorto di niente, specialmente nella catena di comando dei Carabinieri che dovrebbero avere occhi e orecchie dappertutto? A riguardo credo sia più istruttiva di un trattato sulla falsità umana la dichiarazione resa, a caldo, dal deposto Comandante Provinciale dei Carabinieri di Piacenza: «Per noi è come un colpo al cuore. Da parte nostra c’è totale disponibilità a collaborare per fare piena luce sui fatti. Penso all’amarezza dei tanti miei uomini dediti con onestà e generosità al loro lavoro». Un colpo al cuore? Ipocrita … è venuto meno – lui, il comandante del Reparto Operativo, il Comandante del Nucleo Investigativo e il Comandante di Compagnia – alla precipua funzione di comando e controllo di un comandante.

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Ma sul caso di Piacenza, a voler risalire alle responsabilità dei vari livelli della gerarchia dei Carabinieri, probabilmente arriveremmo fino al Comando Generale. Basti pensare che, appena due anni fa, ai Carabinieri della caserma sequestrata fu destinato, pensate, un encomio solenne (che, normalmente, ai militari non si concede facilmente) dal Comandante della Legione Emilia-Romagna per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo ed istituzionale… e meno male! Ma i superiori dei Carabinieri arrestati a Piacenza su quale pianeta vivevano? E peraltro non regge la tesi che quello di Piacenza sia stato un caso isolato, perché isolato proprio non è stato, anzi si erano create da tempo tutte le premesse perché il Comando Generale di Viale Romania incominciasse a preoccuparsi seriamente del levitante degrado morale di molti suoi dipendenti. Vediamo un po’ anche quando e perché.

Mentre era sottoposto a custodia cautelare, in circostanze mai ben chiarite, il 22 ottobre del 2009 morì Stefano Cucchi arrestato per cessione di stupefacenti. La vicenda sfociò in diversi processi che alla fine hanno visto la condanna di alcuni Carabinieri per violenze gratuite e omicidio colposo.

Nel 2010 a Reggio Calabria due Carabinieri e un loro Ufficiale furono indagati a piede libero dalla magistratura per aver fornito “collaborazione” a una cosca mafiosa della Locride.

Il 25 marzo del 2015 due Carabinieri, in borghese e fuori servizio, rapinarono un supermercato di Ottaviano e nel conflitto a fuoco che ne seguì, uccisero il proprietario del supermercato e ferirono in modo anche grave nove persone.

Nel 2017 la Procura di Massa Carrara rinviò a giudizio ben 27 Carabinieri di Aulla e di Albiano Magra per pestaggi, violenze sessuali e minacce a sfondo razziale. Secondo il magistrato che li rinviò a giudizio, per i Carabinieri di quelle due località era «Quasi una normalità l’illegalità e l’abuso». Esattamente come a Piacenza.

Il 15 dicembre del 2018 il GUP di Roma chiese, tra gli altri, il rinvio a giudizio nell’ambito della fuga di notizie sulle indagini riguardanti il caso Consip (una gara d’appalto da 2,7 miliardi di euro) anche per l’ex Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette e per il Generale Emanuele Saltalamacchia in compagnia di un ex ministro.

La notte del 26 luglio dell’anno scorso il Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega, in borghese, senza pistola e senza tesserino identificativo assieme ad altro commilitone, andarono a recuperare lo zaino (e tutt’oggi non si capisce il perché) che un pusher si era fatto trafugare da due giovani turisti americani strafatti di droga. Nel corso dell’operazione – non operazione il Vice Brigadiere venne ucciso con 11 coltellate da uno dei due americani. Seguì il solito corollario di mezze verità, di mezze bugie, di ritrattazioni, di omissioni e di accuse per reati omissivi della magistratura.

Ritornando a Piacenza, l’inchiesta che ha portato al sequestro della caserma e agli arresti dei Carabinieri sembrerebbe essere partita dalla denuncia dell’allora comandante della Compagnia, il Capitano Rocco Papaleo, il quale, da quando ci è stato dato di sapere, invece d’informare i superiori circa i suoi sospetti sulle attività degli arrestati, informò a suo tempo la … Polizia Urbana: non si fidava dei superiori? Pur con tutte le riserve professionali sul comportamento dell’Ufficiale qualora le cose siano andate veramente così, bisogna ammettere che se questo fu il motivo, qualche ragione per diffidare dei propri superiori il Papaleo l’aveva visti gli accennati precedenti.  D’altronde – e parlo con una certa cognizione di causa –  la montante sfiducia verso la loro catena gerarchica vede sempre più spesso Ufficiali e Sottufficiali di specchiata professionalità che, in presenza di un reato, notiziano prima il magistrato e poi i propri superiori, al più li informano contemporaneamente. Ciò perché, si potrebbe pensare, ma non lo penso, che il rischio d’insabbiamento per “quieto vivere” e per la carriera sia sempre dietro l’angolo.

Chi ha bazzicato in una Stazione dei Carabinieri del dopoguerra si è fatto certamente un’idea del retaggio ideale che un tempo univa migliaia di uomini, diversi per estrazione regionale, per livelli di scolarizzazione e di cultura. Ancora a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando si entrava in una Stazione dei Carabinieri, era come mettere piede su di un altro pianeta perché ovunque si posassero gli occhi, si potevano leggere scritte in una lingua incomprensibile ai comuni mortali: Camere di sicurezzaCaricamento e scaricamento armiBrogliaccioPiantone di servizioAlloggio scapoliComandante della Stazione. All’epoca la caratteristica principale di una Stazione dei Carabinieri era l’odore che in essa aleggiava, un odore che riusciva a richiamare molte cose alla memoria olfattiva di chi vi entrava: il cuoio delle bandoliere, l’olio lubrificante delle armi, l’inchiostro dei timbri e l’odore del sugo per la pastasciutta che, a turno, un Carabiniere scapolo preparava per sé e per i commilitoni, spesso con risultati a dir poco deprimenti. Non mancavano la solita bicicletta nera parcheggiata all’entrata e una cassa di legno, con rinforzi di lamiera e lucchetto, che se ne stava ancorata con una vistosa catena al muro nell’ufficio del Comandante e che era pomposamente chiamata “Cassaforte a muro”.

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Insomma, quella dei Carabinieri di un tempo era una vita ordinata, sobria, misurata, quasi monastica: che cosa muoveva quegli uomini così semplici, così solidali tra loro, che vivevano in modo quasi indigente, eppure così temuti dai delinquenti e così apprezzati dai cittadini perbene? Li sostenevano il fanatismo, la fede o la ferrea disciplina? No, li sostenevano l’abnegazione e la consapevolezza di essere l’ultimo baluardo della legge in un Paese che, almeno ogni cinquant’anni, viene colpito da convulsioni politiche e sociali che, unite alla puntigliosa selezione fisica e soprattutto morale dei suoi Quadri, ne facevano una forza di polizia fedele allo Stato fino alla morte, anzi i Carabinieri erano lo Stato.

Quello incarnato dagli uomini della Benemerita era uno Stato severo ma paterno, dal volto bonario ma implacabile con chi infrangeva la legge, uno Stato in mezzo al popolo e, soprattutto, vicino al popolo perché in fondo il successo del Carabiniere, il suo profondo penetrare nell’immaginario degli italiani, era dovuto proprio al fatto che egli era un autentico figlio del popolo e, in quanto tale, un perfetto “mediatore sociale” tra le diverse classi della società italiana. Trovavamo, infatti, il Carabiniere presente in ogni città, paese o borgo d’Italia, sempre a suo agio in qualsiasi ruolo, da mastino sempre pronto ad addentare le chiappe dei malavitosi al ruolo di paciere tra marito e moglie turbolenti, da salvatore del bambino caduto nel torrente al milite senza macchia e senza paura capace d’immolarsi per salvare delle vite, come Salvo D’Acquisto. Che cosa è cambiato nel frattempo, com’è che siamo passati da quello che per la Chiesa è il Servo di Dio Salvo D’Acquisto, e dal martire Carlo Alberto dalla Chiesa al caso dei Carabinieri di Piacenza?

L’Arma dei Carabinieri – un tempo la prima Arma dell’Esercito – più che un’entità militare era, innanzitutto, un’entità morale il cui compito non consisteva tanto nel perseguire i reati quanto nello impedire che se ne commettessero, perché il primo compito del Carabiniere era prevenire più che colpire: mai un comandante di Compagnia o di Legione avrebbe misurato le capacità delle Stazioni Carabinieri da lui dipendenti col numero degli arresti effettuati in un anno! Ciò perché l’operato dell’Arma, come qualsiasi altra forza di polizia, non dovrebbe misurarsi in termini di “resa aziendale” chiudendo gli occhi su tutto quanto il resto, come avviene oggi, com’è avvenuto a Piacenza, ma in capacità di penetrazione silente e bonificatrice nel territorio e nel tessuto sociale. Anche perché i cittadini non sono tutti dei delinquenti da inserire nel mazzo del risultato aziendale ma, per la maggior parte, persone perbene che hanno bisogno di certezze etiche e di pace sociale nell’ambito di un binomio tanto semplice quanto irrealizzato: i delinquenti di qua e le persone perbene di là. E in mezzo le forze dell’ordine. Sembra facile e in fondo lo sarebbe anche se, dopo oltre settant’anni di egemonia culturale della Sinistra, l’atteggiamento mentale corrente nei palazzi di giustizia non fosse quello che inclina ad inquadrare il reo non come un individuo che, secondo la legge, deve espiare il male che ha fatto alla società, ma un problema di quella stessa società offesa che deve pure pagare in tasse per redimerlo… ma se pure il papa mette la gente in galera nel suo Stato e ce la tiene!

Poi viene il padre di tutti i problemi: la selezione degli arruolati. A riguardo basti ricordare che, mentre una volta l’Arma prima di accettare nei propri ranghi un aspirante Ufficiale, Sottufficiale o Carabiniere faceva la radiografia morale a lui e alla sua famiglia per almeno tre generazioni, oggi accetta chiunque abbia l’idoneità e i carichi pendenti a posto, anche se nella vita è stato un soggetto equivoco pur se ancora incensurato, anche se i genitori e familiari vari hanno avuto guai seri con la legge, ciò immaginiamo perché le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Beh, come concetto è certamente di alto impatto filosofico e religioso, ma poco pratico sul piano della tenuta ideale di una forza di polizia come quella dell’Arma dei Carabinieri. Perché? Perché com’è difficile che in una fogna possa nascere un odoroso fiore, è altrettanto difficile che da una famiglia moralmente bacata possa venir fuori un individuo pervaso e animato dall’antica etica della Benemerita. E d’altronde, non bisognerebbe scandalizzarsi per una scelta basata anche sui requisiti etici della famiglia degli arruolanti posto che “selezione” significa trarre da un gruppo gli elementi migliori e più adatti a determinati fini.

Allora ritorniamo ab antico per le selezioni? E perché no, se questo servirà a ridare, di là delle edulcorate narrazioni ufficiali, all’Arma dei Carabinieri il posto che le spetta nel cuore e nella stima degli italiani.

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