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Presidente apra gli occhi sennò in futuro non ci sarà nessuna repubblica da festeggiare

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Al cospetto dello sfacelo generalizzato, aggravato da una pandemia di come non se ne vedevano da un secolo e da una pletora di cialtroni al governo di come non se ne vedevano dai tempi della Serenissima Monarchia Repubblicana di Masaniello, il presidente della repubblica qualche giorno fa ha fatto sapere agli italiani di non poter far niente perché le sue prerogative non lo consentono. Speriamo almeno che domani il presidente apra le celebrazioni di questa Repubblica conscio del fatto che nonostante l’imbellettamento sono anni da lei portati malissimo
– Enzo Ciaraffa –

Domani la nostra Repubblica compirà settantaquattro anni e, come faccio in questo giorno da più di mezzo secolo, le rinnoverò idealmente quel giuramento che, commosso e pieno di buona volontà, feci nel lontano 1968 sul piazzale di una caserma che neppure esiste più: «Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana e al suo Capo, di osservare lealmente le leggi e di adempiere tutti i doveri del mio stato al solo scopo del bene della Patria». Eppure quest’anno il giuramento mi peserà come non mai, perché anche se la formula di quel lontano impegno morale risponde ancora ai miei sentimenti, non so più che fine abbia fatto la Patria.

Anni fa mi fu consigliato di andarci piano nell’utilizzo del termine Patria per non correre il rischio di passare per fascista, meglio ripiegare – mi fu detto – sul termine Paese perché era molto meno impegnativo. Ovviamente non seguii quel consiglio perché la Patria per me era veramente la terra dei padri. Poi, pian piano in me il concetto di Patria si fuse con quello di Repubblica in modo così intimo da risultarne inscindibile, una Repubblica che non era tanto una forma di governo quanto un’ideale, un’opportunità per potere essere sovrano, libero, uguale a tutti gli altri nei diritti e nei doveri oltre che artefice del mio destino: come non giurarle eterno amore!

Ma quell’amore stava per essere messo a dura prova da molti avvenimenti come il colpo di Stato che, nel 1967, sarebbe stato ordito nientemeno che dall’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, e dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo, ma non era finita lì. Nella notte dell’8 dicembre 1970, il principe Junio Valerio Borghese avrebbe tentato il colpo di stato, nome in codice Tora – Tora, non con l’appoggio dell’esercito, della Polizia o dei Carabinieri ma con quello degli imberbi allievi di un Battaglione di Guardie Forestali, come dire con l’appoggio dei futuri guardiani del merlo acquaiolo. Poi venne la madre di tutte le tangenti, lo scandalo Lockheed che sfiorò anche il Quirinale, dove si congetturò fosse annidato il primo tangentiere d’Italia – nome in codice Antelope Cobbler – e cioè un altro presidente di quella repubblica da me così amata, cioè Giovanni Leone.

Intanto la situazione morale, politica ed economica dell’Italia si deteriorava sempre di più, tant’è che da quei giorni fino alla metà degli anni Ottanta in Italia avvennero 492 uccisioni e quindicimila azioni terroristiche di vario tipo, alcune delle quali messe a segno in località che da allora sono entrate nel nostro immaginario tragico come Piazza Fontana, le secche della Meloria, Peteano, Questura di Milano, Piazza della Loggia, San Benedetto Val di Sambro, Stazione di Bologna e via dicendo. Eppure, nonostante, questa sanguinosa congerie di eventi, nonostante il progressivo scadimento della classe politica, resisteva la mia Repubblica ideale perché essa aveva ancora a farla funzionare una classe d’industriali con i calli alle mani  e funzionari governativi con un forte senso dello Stato, una magistratura efficace e indipendente, dei media che non si lasciavano intimorire dal potere politico, una scuola che produceva cultura, una cultura che produceva correnti letterarie ed artistiche, uno stile italiano e una musica italiana: come dire che nonostante stesse svaporando la classe politica, erano ancora al loro posto gli elementi cardine della Patria e della Repubblica.

Purtroppo, la palingenesi morale, finta e unidirezionale, che volle essere “Mani Pulite” distrusse anche quei cardini, alterando funzioni istituzionali e rapporti di potere facendo penzolare sulla testa di ogni italiano, di ogni politico, di ogni professione, la minaccia dell’avviso di garanzia e la carcerazione preventiva come metodo giudiziario e come deterrente politico. Ad un certo punto una parte cospicua della magistratura pensò bene di mettere all’incasso quelle “benemerenze combattentistiche” entrando massicciamente in politica e facendo politica. Ebbene, lungi dall’indignarsene, i media, la politica e i presidenti della repubblica, che per il loro ruolo erano anche i primi magistrati d’Italia, se ne compiacquero e, anzi, sospetto che alcuni di essi – come Oscar Luigi Scalfaro e Napolitano – utilizzarono quegli agganci per rovesciare il responso delle urne almeno in due occasioni. I media, poi, invece di fare i cani da guardia della democrazia sono andati perfino oltre le veline del Minculpop fascista laddove, prima di scrivere un articolo, sono stati beccati a concordarlo con un magistrato o con qualche politico, a seconda di chi si dovesse colpire per fare – loro! – la lotta politica o per acquisire vantaggi e benemerenze, inchiesta su Palamara docet.

Eppure al cospetto di cotanto sfacelo, aggravato da una pandemia di come non se ne vedevano da un secolo e da una pletora di cialtroni al governo di come non se ne vedevano dai tempi della Serenissima Monarchia Repubblicana (sic!) di Masaniello, il presidente della repubblica qualche giorno fa ha fatto sapere agli italiani, con un comunicato, di non poter far niente perché le sue prerogative non lo consentono. Sarà … Speriamo almeno che domani il presidente apra le celebrazioni del 74° compleanno di questa Repubblica conscio del fatto che sono anni da lei portati malissimo e con una montante insofferenza popolare verso le istituzioni.

Per invertire tale tendenza ci vorrebbero due qualità di suoi predecessori che, purtroppo, Sergio Mattarella non possiede: la franchezza di Pertini e il coraggio di Cossiga. Parlo del coraggio di azzerare tutto e mandare gli italiani a votare quanto prima, in modo che la loro rabbia, o la loro aspettativa di giustizia trovino sfogo nelle urne e non in una rivolta generale della quale, come accennavo prima, si captano le prime avvisaglie.

Purtuttavia, io e milioni d’italiani immagino domani isseremo ancora una volta il Tricolore sulle nostre case e sui nostri cuori: per noi vale ancora quel giuramento alla Repubblica di tanti anni fa perché, per dirlo con le parole che Guareschi mette in bocca al sindaco di Brescello «… noi siamo sempre quelli di allora!».

È la Repubblica ad essere diventata un’altra cosa.

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