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Perché i proletari del Sud non votano a sinistra

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Sud
I popoli meridionali hanno nel Dna l’atavica paura di tutte le promesse di “nuovo” perché queste sono state sempre incarnate da rapaci ladroni che, quando arrivavano da conquistatori illuminati direttamente dalle divinità,  per prima cosa rispristinavano lo status quo ante, come fecero greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, spagnoli, Borboni e, per finire, i “piemontesi”  i quali furono, giustamente, percepiti come portatori di nuove tasse, di feroce repressione e di quella coscrizione obbligatoria che li affamò ancora di più perché, per lungo tempo, sottraeva loro l’unico mezzo che possedevano per guadagnarsi un tozzo di pane nel bracciantato. Le braccia appunto

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Il Centrodestra ha vinto le elezioni ed è andato benissimo anche al Sud semi colonizzato dal reddito di cittadinanza, anche se nel corso della campagna elettorale più becera della storia d’Italia Enrico Letta vi aveva intravisto un grande affermazione del Pd: “La rimonta è cominciata e comincia nel Sud». In effetti, visto che il M5S e il Pd sono stati, rispettivamente, l’ideatore del reddito di cittadinanza e il paladino del proletariato, di certo sarebbero dovuti essere i partiti in assoluto più votati nel Meridione. Ma se per il M5S la previsione si è rivelata in una modesta misura azzeccata (ha perso “soltanto” il 50% dei consensi che aveva nel 2018), per il Centrosinistra è stata la débâcle totale non tanto per i numeri quanto per la portata e il significato politico della sconfitta.

Più realistico e prudente di Letta in fatto di trionfalismi anticipati Giuseppe Conte, il quale pur sapendo dai sondaggi interni che il M5S avrebbe preso molti voti al Sud com’è poi accaduto, era tuttavia conscio che i consensi sarebbero stati molti di meno rispetto alle elezioni politiche di appena quattro anni fa. Sicché, per fare più breccia tra i diseredati, o finti tali, del Sud ha scelto di presentarsi come il Peròn de noantri, come dire un po’ populista rosso e un po’ fascista, un po’ di sinistra e un po’ di destra, senza mai spiegare qual è oggi il patrimonio culturale e propositivo del (nuovo?) Movimento Cinque Stelle al netto del vaffanculo, un po’ scolorito ormai, e del reddito di cittadinanza. Insomma durante la campagna elettorale Conte al Sud ha fatto il solito Conte… non ha detto niente se non titillare le visceri dei percettori di reddito che in alcune zone del Sud sono il 15% della popolazione residente.

 Ma lasciamo Conte a godersi l’aura di “non perdente” di queste elezioni e andiamo a vedere perché il pur diseredato Meridione d’Italia continua a snobbare la Sinistra, non che a noi dispiaccia, per compenetrarne, per quanto possibile, le ragioni storiche.

Purtroppo, almeno da Masaniello ai nostri giorni, i meridionali hanno sempre evitato di guardarsi nello specchio e tutti quelli che hanno provato a farlo, da Giustino Fortunato a Benedetto Croce, da Pasquale Villari a Francesco Compagna, hanno fatto scuola ma con ben pochi allievi. E non potevano averne molti perché il Sud d’Italia è stato terra di ribellioni isolate, di brigantaggio, perfino di jacquerie ma non di durature rivoluzioni sicché, nell’anima, è ancora quello che il principe di Salina, riferito alla Sicilia, illustrava all’inviato piemontese Chevalley: «…Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche, del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati, e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove: tutte queste cose hanno formato il carattere nostro, che così rimane condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d’animo».

E se non si comprende il senso delle parole che lo scrittore Tomasi di Lampedusa ha messo in bocca al protagonista del suo libro Il Gattopardo, non si capirà perché il partito Comunista prima e il Pd dopo non abbiano mai toccato nel profondo le segrete corde delle plebi del Sud, e perché i popoli meridionali, pur di grande e millenario retaggio civile, religioso e culturale, riescano poi a convivere con mafie e baronie, o perché il M5S vi abbia preso ancora tanti voti pur perdendone quasi cinque milioni nella restante Italia. Ma non è la prima volta che ciò accade, anche se con sigle partitiche e protagonisti diversi.

Nel mese di giugno del 1946 in Italia si votò per scegliere tra la Repubblica e la Monarchia oltre che per eleggere i 556 membri dell’Assemblea Costituente. Ebbene, la Sinistra di allora (comunisti più socialisti) al Sud prese una mazzata formidabile perché la maggior parte degli elettori optò per la continuità monarchica dello Stato e le elezioni furono vinte da un partito moderato – conservatore come la Democrazia Cristiana.

Nelle successive elezioni politiche, che nel 1948 seguirono a una turbolenta, e violenta campagna elettorale, la Democrazia Cristiana ebbe complessivamente la maggioranza relativa dei consensi e quella assoluta dei seggi: netta anche quella volta, la sconfitta del Fronte Democratico Popolare, come dire l’appaiamento elettorale di comunisti e socialisti che oggi equivarrebbero, grosso modo, a piddini e grillini.

Per dimostrare ancora una volta che il Sud è terra di ribellioni e non di rivoluzioni, nel periodo 1970-1971 scoppiò a Reggio Calabria la rivolta per “Reggio capoluogo – Boia chi molla” e, nella circostanza i reggini, si appoggiarono dalla Destra per le loro rivendicazioni e non alla Sinistra, come dire all’allora Movimento Sociale.

I reggini erano tutti fascisti?

No, erano semplicemente conservatori per forza perché i popoli meridionali hanno nel Dna l’atavica paura di tutte le promesse di “nuovo” perché queste sono state sempre incarnate da rapaci ladroni che, quando arrivavano da conquistatori illuminati direttamente dalle divinità,  per prima cosa rispristinavano lo status quo ante, come fecero greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, spagnoli, Borboni e, per finire, i “piemontesi”  i quali furono, giustamente, percepiti come portatori di nuove tasse, di feroce repressione e di quella coscrizione obbligatoria che li affamò ancora di più perché, per lungo tempo, sottraeva loro l’unico mezzo che possedevano per guadagnarsi un tozzo di pane nel bracciantato: le braccia appunto

Bisogna dire che, per la prima volta nella storia, il M5S ha invertito tale tendenza perché vi ha portato “qualcosa” di tangibile come un reddito per coloro che non hanno un lavoro. Ma stante le condizioni economiche e industriali del Sud, il disastro del debito pubblico nazionale, che gli italiani saranno chiamati a ripianare prima o poi, nessuno dei percettori del reddito si è domandato se per caso quei soldi non siano la ripartizione dei proventi di un furto ai danni dei loro figli e nipoti. E sì, perché i soldi del reddito di cittadinanza sono erogati a debito e qualcuno, prima o poi, sarà chiamato a pagarlo!

Per carità, siamo senz’altro convinti che l’Unità d’Italia fosse un traguardo inevitabile, abbiamo però un sacco di perplessità per il come esso fu raggiunto e per darvene un’idea andiamo a rileggere l’ordine del giorno che, il 3 febbraio 1861, il generale Ferdinando Pinelli indirizzò alle truppe operanti in Abruzzo, così capiremo anche quali furono l’approccio mentale e i mezzi adoperati: «Ufficiali e Soldati! Voi molto opraste, ma nulla è fatto quando qualcosa ancora rimane da fare. Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti; correte a snidarlo e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto; vili e genuflessi quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina». Sembrava il proclama del colonnello Custer al 7° Cavalleggeri prima della battaglia del Little Big Horne, posto che dall’altra parte non vi erano pellirosse ma della povera gente speranzosa di affrancarsi da secolari angherie e dalla miseria la quale, una volta estromessi i Borbone, aveva visto i “liberatori” trasformarsi in spietati aguzzini, alla Pinelli per intenderci, un generale che, assieme a Bixio, Cialdini e Giuseppe Govone, oggi si troverebbe processato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aia. Si pensi che, per la prima volta nella storia, a proposito dell’operato di Govone al Sud, fu coniato il termine “criminale di guerra”.

Non deve meravigliare, perciò, il fatto che, nonostante un Meridione storicamente proletario e arretrato rispetto al resto del Paese, neppure questa volta la Sinistra è riuscita a farvi breccia, lasciando appena un po’ di stoppie a quello che ormai possiamo chiamare il partito della jacquerie “dolce”, il popolo grillino che, alla fine, ha preferito agitare i vaffanculo piuttosto che i forconi. 

In definitiva, il più grande errore della Sinistra italiana, oltre a non essere riuscita a darsi un’identità politica dalla Bolognina in poi, è stato quello di scambiare per fessaggine la grande tolleranza degli italiani del Sud i quali, però, quando si trovano nel chiuso della cabina elettorale danno sfogo a tutto il loro livore nei confronti di un partito fintamente popolare, in realtà difensore di uno status quo che, nella sostanza, non è molto diverso da quello inseguito da Garibaldi in Sicilia quando, allo scopo di “rassicurare” i galantuomini, ordinò a Bixio di fucilare i contadini che si ribellavano alle vessazioni dei latifondisti come a Bronte. E oggi gli strenui difensori dello status quo ante, i galantuomini del terzo millennio, stanno a Roma, a Bruxelles, a New York, nelle più influenti agenzie di rating e perfino nella Chiesa.

Ebbene, se il Pd – che ha cambiato quattro segretari in quindici anni invece di cambiar linea politica – non ripasserà un po’ la storia del nostro Paese, non conquisterà mai i sudisti. 

La loro pancia forse, la mente e il cuore mai.

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