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La scuola deve tornare ad essere una “palestra”

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Per evitare ai giovani la depressione o lo scoramento, peraltro abbastanza frequenti alla loro età, la scuola deve ridiventare una palestra di vita e di cimenti, dove è importante proporre ai giovani delle sfide affinché possano mettersi alla prova ed essere incentivati ad esprimere capacità di cui spesso neanche loro sono consapevoli

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Elencare tutti i titoli professionali della docente Carla Vetere non è un’impresa proprio facile, ma noi ci proviamo lo stesso citando almeno quelli principali: titolare di cattedra di materie letterarie, di latino e di greco; dottore di ricerca in diplomatica; specialista in paleografia latina e greca; cultore di materia presso la cattedra di storia medioevale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; membro dell’Associazione Italiana di Cultura Classica e dell’Associazione Antico e Moderno. La docente ha accettato di farsi intervistare su di un argomento complesso come quello che sta molto a cuore alla maggior parte dei genitori italiani. Parliamo dello snaturamento della missione della scuola che, da palestra di virtù morali, di civismo e di studio, si è trasformata in arena del bullismo, dell’intolleranza, di contestazione, quando non proprio di violenza. Ed è partendo da questa retrospezione che poniamo la prima domanda alla professoressa Vetere: perché la schŏla dei latini, e in questo termine includiamo anche le università, quella che per i latini significava tempo libero e piacevole uso delle proprie disposizioni intellettuali, è diventata un’altra cosa in appena un quarto di secolo?

Anche la skolè dei greci era considerata l’attività tipica degli uomini di elevata estrazione sociale e di condizione libera, era l’equivalente dell’otium. Questi vocaboli indicavano proprio le attività tipiche degli uomini liberi e consistevano nel dedicarsi agli studi delle arti liberali, spesso indirizzate alla carriera politica e quindi funzionali al servizio per lo Stato e della filosofia intesa, soprattutto dai romani, come apprendimento di un metodo di analisi del reale che si riverbera immediatamente nella società per renderla degna di chiamarsi società civile. È diventata un’altra cosa, come avete detto voi, per svariate ragioni, e immagino che più avanti ne accenneremo qualcuna.

Dopo la “Riforma Gentile” e soprattutto dal 1946 a oggi la scuola italiana ha subito una decina di riforme, anzi, possiamo dire che quasi ogni governo che si è succeduto alla guida del Paese ha cercato di fare la “sua riforma”, col risultato che la qualità degli apprendimenti è oggi più scadente di ieri: l’obsolescenza dei programmi di studio, poche dotazioni didattiche, ed è molto carente l’inclusione scolastica.

La “Riforma Gentile” era all’avanguardia perché, più di un secolo prima che autori come il sociologo Edgar Morin parlassero di diversi tipi di intelligenza, aveva compreso che ciascun individuo possiede ed esprime qualità diverse e questa è una fonte di inesauribile ricchezza per la società. Quindi anche l’istruzione tecnica e professionale risulta strategica nell’economia di uno Stato ben organizzato in cui ciascuno trova il modo di esprimere e veder valorizzate le proprie qualità e quindi attivamente incluso nel tessuto sociale e produttivo.

Perché abbassare gli obiettivi, sapendo già che questo lederà le nuove generazioni quando entreranno nel mondo del lavoro?

Forse per evitare ai giovani di andare incontro a fenomeni come la depressione o lo scoramento, che peraltro sono abbastanza frequenti in tutti gli adolescenti indipendentemente dalla scuola, e che, purtroppo, è parte del percorso di passaggio all’età adulta. Oltretutto questa idea è contraria a molta parte della buona pedagogia antica e moderna che considera la scuola un gymnasion cioè una palestra di vita, dove è importante proporre ai giovani delle sfide affinché essi possano mettersi alla prova ed essere incentivati a esprimere capacità di cui spesso neanche loro sono consapevoli; in questa ideale palestra l’errore non è mai stato demonizzato e l’insuccesso è sempre stato un motore importantissimo di crescita personale perché insegna a gestire l’ansia, il senso di frustrazione e ad apprendere la resilienza, cioè la capacità di superare l’ostacolo e di rendere quella che appare un’insormontabile difficoltà, un’occasione per migliorare e per progredire.

Ma non è stata inaugurata nel 2000 l’autonomia scolastica per garantire efficienza ed efficacia al sistema di istruzione? Invece la situazione generale sembra alquanto peggiorata. Come mai.

L’autonomia scolastica che trasforma la scuola nella brutta copia di un’azienda, così come il ruolo del dirigente scolastico-manager ha aggravato il divario tra aree economicamente avvantaggiate e aree svantaggiate. Lo Stato italiano è tra quelli che in Europa investe meno nell’istruzione e si è affidato, per raccogliere fondi, ai finanziamenti delle realtà locali. Con questo non dico che l’autonomia è il male assoluto, ma che andrebbe fortemente ridimensionata in modo che lo Stato possa garantire a tutti gli stessi livelli di istruzione e di formazione, nonché un’edilizia scolastica decorosa e ben tenuta non dipendente dalla ricchezza della città, e spesso del quartiere, in cui si vive. Detto questo non bisogna dimenticare le molte scuole virtuose che hanno saputo trarre il meglio da queste innovazioni normative a tutto vantaggio degli studenti e dei docenti.

Ciononostante le analisi che vengono effettuate sul funzionamento della scuola, chissà perché, lasciano sempre fuori un personaggio che, secondo noi, è il primo responsabile di quanto vi sta accadendo: il dirigente scolastico, figura istituita nel 1998. Basti pensare che egli è membro di diritto del Consiglio d’istituto, è presidente della Giunta esecutiva del Consiglio d’istituto, del Collegio dei docenti e dei Consigli di classe e soltanto per questi ruoli dovrebbe conoscere a menadito tutti i problemi in cui si dibatte la sua scuola. E invece…

L’ampliamento delle prerogative del dirigente è partito dal buon proposito di consentire alla Scuola di funzionare meglio nel rispetto delle esigenze del proprio territorio: l’idea in linea generale è condivisibile. Ma calata nella realtà dei fatti appare palese che molti dirigenti hanno ottenuto troppi poteri e, con frequenza sempre più preoccupante, non possiedono né capacità manageriali, né una preparazione specifica per gestire il tipo di scuola che gli viene assegnata, né un’adeguata capacità di gestione delle risorse umane. Ci sono certamente casi esemplari di dirigenti molto preparati e capaci, ma rilevo con amarezza che in molti casi il dirigente non è veramente una figura super partes, come peraltro la normativa prevede, ma si fa condizionare pesantemente da fattori esterni.

Infatti, da quanto ci risulta, accade che spesso e volentieri sia proprio il dirigente una parte del problema, vuoi perché non riesce a riportare nell’alveo del rispetto dei ruoli né il personale docente, né quello ausiliario; vuoi perché nella sua gestione lascia degli spazi di controllo vuoti che, quasi sempre, vengono riempiti da camarille e tensioni tra docenti, o tra docenti e personale ausiliario, creando così un ambiente insalubre per i rapporti tra i diversi operatori e, soprattutto, tra questi e i discenti.

Molti dirigenti applicano il criterio del divide et impera: la divisione tra le diverse componenti della scuola viene spesso incentivata per fare in modo che l’unica figura di riferimento siano loro. Ma la scuola, come Menenio Agrippa ricordò in un celebre apologo riferito allo Stato romano, è come un corpo umano e se manca la cooperazione, l’organismo funziona male e muore.

Purtroppo, ai dirigenti scolastici è stata data la gestione finanziaria delle risorse e dei “risultati del servizio”, come se la scuola fosse un’azienda e non un vivaio di uomini e donne, dove gli unici risultati da ottenersi sono il sapere e la conoscenza, due ambiti della mente e del cuore che già risultano pesantemente circoscritti in un normale programma scolastico, figuriamoci se incapsulati nei succitati risultati di servizio.

Il dirigente spesso non ha competenze specifiche nella gestione delle risorse economiche e di questo non gli si può attribuire la colpa. Però è vero che questa lacuna dovrebbe essere parzialmente compensata dalla figura del Dsga (Direttore dei servizi generali e amministrativi), il quale a sua volta ha, spesso, una preparazione carente anche nella gestione delle risorse umane con la conseguenza che le segreterie si svuotano e cambiano di anno in anno.

Secondo Adolfo Scotto Di Luzio dell’Università di Bergamo, le leggi e le direttive dei governi degli ultimi vent’anni hanno imposto alla scuola un “modello confindustriale” dove tutto quello che i docenti sanno non vale nulla, forse non vale nulla neppure per gli stessi dirigenti di questo discutibile modello. È così? A questo punto provo a immaginare l’ambientino in cui è costretto a insegnare un docente di materie letterarie, latino e greco.

Certo, un docente di materie letterarie, latino e greco che porta avanti il progetto e il sogno di una scuola che non solo informa, ma soprattutto forma uomini di cultura e cittadini onesti, ai quali trasmette valori scomodi e non conformisti, ha una vita spesso molto difficile, soprattutto quando viene demansionato e continuamente sollecitato ad abbassare la qualità del proprio lavoro in vista della “customer satisfaction”.

E per chiudere tuffandoci in una polemica di questi giorni: cosa ne pensi di quel dirigente dell’Istituto Comprensivo Statale “Iqbhal Masih” di Pioltello che il prossimo 10 aprile chiuderà l’istituto per la fine del Ramadan inventandosi, in pratica, una nuova festività.

Penso che lo Stato debba preservare le proprie tradizioni che affondano le radici in una storia ultracentenaria. Tanto più che le festività attuali sono integrate nella gestione della didattica, pertanto le originarie motivazioni religiose non sono più tali e sono diventate meri accorgimenti per una efficace organizzazione del lavoro e delle pause didattiche indispensabili per il benessere degli studenti. Il rispetto delle altre religioni, d’altro canto, non può limitarsi al rispetto della religione islamica ma dovrebbe essere applicato a tutti, anche ai cinesi, agli indiani e a tutti gli altri orientamenti religiosi. Non vedo però lo stesso rispetto per tutte le altre religioni.

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