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La cravatta è uno stato d’animo… o un cappio!

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Il finanziere greco Aristotele Onassis indossava soltanto cravatte nere perché, secondo lui, quel colore non lasciava trasparire il suo reale stato d’animo nel corso di rapporti umani e di trattative commerciali

 – Enzo Ciaraffa –

Credo pochi sanno che, prima di morire, Frank Sinatra chiese di essere sepolto con al collo una cravatta rossoblu, quella della squadra di calcio del Genova di cui lui era grande tifoso, assieme alla madre originaria della Liguria. Non tutti sanno, invece, che la diffusione della cravatta come ornamento ha avuto origine in Croazia e che a diffonderla in seguito come vezzo modaiolo fu il re di Francia Luigi XIV che, imitando i cavalieri croati al suo servizio, prese ad annodarsi anche lui un foulard intorno al collo. All’epoca tutto ciò che avveniva alla mirabolante corte di questo sovrano – non a caso detto il Re Sole – faceva tendenza, sicché da quel momento la sciarpa dei croates assunse il nome francese di cravate e si diffuse in tutto il Vecchio Continente. I cavalieri croati sicuramente erano usi portare la cravatta, e il Re Sole ebbe certamente il merito di averla fatta diffondere, però, l’uso di quella che oggi è un insostituibile capo di abbigliamento maschile è molto più antico di quanto si pensi e la sua ragione d’essere era addirittura motivata da una necessità che oggi definiremmo sanitaria.

Il Timo è una ghiandola del nostro sistema linfatico/immunitario che si trova tra l’apice dello sterno ed il collo. Il suo nome è di derivazione greca, Thymos, e significa “sollevarsi in aria”, o se vogliamo innalzarsi al disopra delle debolezze terrene. Secondo gli antichi, infatti, la fantasia, la poesia, l’entusiasmo, il coraggio e l’energia erano racchiusi proprio nel Timo, sicché era l’ottimo funzionamento di tale ghiandola a far di un uomo un superuomo. Si capisce, dunque, il perché gli antichi soldati mettessero grande cura a proteggerlo con delle sciarpe annodate intorno al collo. I primi a fare documentato uso della cravatta furono i militari cinesi 2.200 anni fa, come si può notare ammirando le statue di terracotta del ritrovamento archeologico conosciuto, appunto, come Esercito di terracotta. Anche dai rilievi della Colonna Traiana di Roma si può notare che i legionari romani erano soliti proteggere la ghiandola delle buone qualità con una sciarpa-cravatta.

Nel Settecento la cravate assunse forme di tale leziosità che fece dimenticare il suo scopo originario. Poi con la Rivoluzione Francese essa scomparve dall’abbigliamento maschile e da quello dei militari perché ritenuta, e lo era, simbolo dell’ancien regime monarchico.

Il periodo dell’evoluzione della cravatta in senso moderno fu l’Ottocento, quando cominciò a prendere piede ciò che oggi chiamiamo “completo”, cioè un abbinamento di giacca, pantalone e cravatta per annodare la quale, all’epoca, esistevano ben trentadue diversi modi di farlo. Quelli, però, erano dettagli che potevano curare soltanto gli appartenenti ai ceti agiati perché le classi meno abbienti non potevano permettersi certe leziosità. La cravatta adoperata dai ceti popolari era, infatti, nera e floscia, mentre quella annodata intorno al collo di ceti abbienti era inamidata e di diversi colori.

Finita la II Guerra mondiale l’Italia parve ritrovare la voglia di vivere e questo nuovo senso esistenziale condizionò anche la moda e l’abbigliamento. Passata, perciò, la breve stagione dei colletti delle camicie aperti sul collo delle giacche, presero ad affermarsi cravatte di buona qualità, tessute a mano, recanti disegni di pittori del tempo come, ad esempio, il cecoslovacco Frantisex Kupka. Piacevano moltissimo ai giovani anche quei cravattini che il giornalista Giorgio Soavi chiamò “strangolini”, gli stessi che adottarono i teddy boy inglesi negli anni Cinquanta e i Beatles qualche decennio dopo. Ma, già a quei tempi, quello che secondo me era ed è il più prestigioso laboratorio di cravatte del mondo, dove ancora oggi fanno acquisti i più grandi leader del pianeta, si trova al secondo piano di un antico palazzo di Napoli situato lungo la Riviera di Chiaia: Marinella. Il presidente Kennedy e Bill Clinton, per citarne alcuni, erano clienti abituali di questo antico e prestigioso atelier di cravatte. Pur se il successo di un’attività alla fine lo fa il mercato, per una sorta di par condicio, ho il dovere di citare i principali marchi italiani di cravatte: Ulturale, Ferragamo, Canepa, Boggi, Valentino, Zegna, Corneliani, Canali, Dolce & Gabbana, Versace, Barbera, Fendi, Roda, Ferrè e Trussardi.

Ho preso di buon grado a scrivere su questo argomento perché sono un patito delle cravatte e, pur se non le ho contate tutte perché ogni anno se ne aggiunge qualcuna nuova, credo di averne messo insieme qualche centinaio. In verità, più che quelle griffate, piace procurarmi le cravatte “uniche”, di quelle che non si trovano in nessun negozio, favorito in ciò dal fatto di essere stato un appartenente alle Forze armate e, quindi, facilitato nel potermi approvvigionare di cravatte reggimentali o di vari enti e Unità. Ciò che accresce l’unicità di queste cravatte è che recano il simbolo di reparti militari che nel tempo sono stato disciolti e che non esistono più, sicché è un po’ come se possedessi un lembo del pastrano di Napoleone.

Alle mogli, fidanzate, e ad amiche che volessero regalare questo capo di abbigliamento vorrei dare un suggerimento: mentre acquistate la cravatta non pensate all’abbinamento con questo o quel vestito, con questo o quel pullover, ma a ciò che quella striscia di stoffa colorata deve rappresentare dal momento che esso parlerà per voi. La cravatta, infatti, più che una striscia di stoffa è uno stato d’animo, non a caso il finanziere Aristotele Onassis indossava soltanto cravatte nere perché, secondo lui, il colore nero non lasciava trasparire il suo stato d’animo nel corso di trattative commerciali. Anzi, per essere sicure di non sbagliare nel voler prendere per il collo il vostro “lui”, portatelo in un negozio e fate scegliere a lui la cravatta. Ve ne sarà grato… se non altro perché gli avrete consentito di scegliersi il guinzaglio.

Nella foto grande: l’armatore greco Aristotele Onassis (20 gennaio 1906 – Karataş, Konak, Turchia, 15 marzo 1975 – Neuilly-sur-Seine, Francia)

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