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Il ricordo del Milite Ignoto un secolo dopo

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Milite ignoto
Domani sarà passato esattamente un secolo da quando, il 4 novembre del 1921, trecentomila persone e ottomila bandiere scortarono il Milite Ignoto fino all’Altare della Patria dove lo attendevano il re sull’attenti, la regina e la regina madre in ginocchio. Vi furono molti pianti quel giorno in tutto il Paese che fu veramente unito per un giorno, pianti ai quali uniamo il nostro affetto, mentre scriviamo, pensando alla nonna perennemente vestita di nero per il fratello disperso sul Carso e agli zii che non abbiamo mai potuto conoscere se non in fotografie ingiallite dal tempo

– Enzo Ciaraffa –

L’uomo le cui spoglie mortali riposano nel sacello dell’Altare della Patria avrebbe oggi, se ciò fosse umanamente possibile, circa 120 anni. I militari che gli fanno la guardia hanno all’incirca l’età che aveva lui quando cadde non si sa dove, non si sa quando, in un giorno qualunque dal 24 maggio 1915 al 4 novembre del 1918. Chi egli fosse e come si chiamasse nessuno lo sa, nessuno può dirlo: il suo nome è noto soltanto a Dio.

A chi quel giovane le cui spoglie sono sull’altare più grande d’Italia dedicò il suo ultimo anelito mentre la pallottola di un Mauser, o di una Schwarzlose, o le schegge di uno Shrapnel gli rapivano la vita? Non sappiamo neppure se a casa lasciò una mamma dolente, o una moglie, o una fidanzata, o dei figli che sarebbero cresciuti senza la sua guida, di LUI che è stato ispirazione e guida morale per quattro generazioni di italiani e per noi soldati.

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Domani sarà passato esattamente un secolo da quando, il 4 novembre del 1921, trecentomila persone e ottomila bandiere scortarono il Milite Ignoto fino all’Altare della Patria dove lo attendevano il re sull’attenti, la regina titolare e la regina madre in ginocchio. Vi furono molte cerimonie religiose in ogni contrada e molti pianti quel giorno nel Paese che – un fatto che non succederà mai più nella nostra storia successiva – fu davvero unito dalle Alpi alla Sicilia intorno al “suo” soldato ignoto (700.000 famiglie italiane lamentavano almeno un caduto…), unità e pianti ai quali aggiungiamo il nostro amore nella memoria e l’affetto di posteri riconoscenti. Ricordiamo assieme a LUI la nonna perennemente vestita di nero per il fratello disperso sul Carso e agli zii che non abbiamo mai conosciuto se non in piccole foto ingiallite dal tempo, mentre i loro corpi riposano frammischiati a qualche zolla di terra tra la Val d’Astico e l’Adriatico.

Riposa in pace, o nonno nostro, o padre, o zio, o fratello, speriamo giunga alle inenarrabili altezze, dove adesso ti trovi, la motivazione della Medaglia d’Oro che riusciamo a malapena a leggere, tra una lacrima di commozione e pensieri che galoppano a ritroso sui sentieri dei ricordi di un Paese senza memoria storica: «Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile  nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo, senza altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria».

Oggi, o Dio onnipotente, stringi più forte a te colui le cui spoglie mortali sono custodite nell’Altare della Patria e sarà come se lo abbracciasse tutta l’Italia.

(La copertina è di Laura Zaroli)

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