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Buttiglieri, perché è mancata la capacità preventiva

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Era un secolo, dal tempo della febbre spagnola, che l’Italia e il mondo intero non si confrontavano con una pandemia e, perciò, nessun Paese aveva un sistema sanitario in grado di affrontare grandi numeri di contagio e, di conseguenza, nessun Paese aveva i posti sufficienti nelle terapie intensive.  Per dirla in termini ancora più chiari, i servizi sanitari nazionali si erano attrezzati per poter gestire al meglio situazioni anche difficili ma nell’ambito di una certa ordinarietà, mentre ciò che è accaduto è una situazione da fine del mondo, peraltro anche sottovalutata dai governi centrali
– Mariangela Buttiglieri * –

In qualsiasi Paese civilmente strutturato la Sanità, pubblica, privata o mista che sia, di solito si organizza su delle ipotesi di intervento fondate prevalentemente su dati statistici che  – ed è questo il loro tallone di Achille –  tengono conto di situazioni ordinarie e non straordinarie, ciò per una questione di costi e di gestione: tenere disponibili sei posti ogni mille abitanti in terapia intensiva costa indubbiamente meno alla comunità che tenerne venti! A questo vanno ad aggiungersi errori e miopi strategie politiche che, di volta in volta, sono state chiamate razionalizzazione, o riordino, o spending review per nascondere il fatto che, in effetti, esse erano dei puri e semplici tagli lineari fatti, peraltro, senza preoccuparsi del modo in cui questi avrebbero inciso sulla qualità del servizio erogato ai cittadini in condizioni sanitarie normali, figuriamoci in caso di pandemia.

Bisogna anche dire, però, che era un secolo, dal tempo della febbre spagnola, che il nostro Paese e il mondo intero non si confrontavano con una pandemia come questa provocata dal diffondersi del  Covid-19 e, perciò, nessun Paese aveva un sistema sanitario in grado di affrontare grandi numeri di contagio e, di conseguenza, nessun Paese aveva i posti sufficienti nelle terapie intensive.  Per dirla in termini ancora più chiari, i servizi sanitari nazionali si erano attrezzati per poter gestire al meglio situazioni anche difficili ma, comunque, nell’ambito di una certa ordinarietà, mentre quel che è accaduto negli ultimi mesi è una situazione da fine del mondo, peraltro anche sottovalutata dal governo centrale.

Prendiamo, ad esempio, l’evoluzione della sanità lombarda a partire da quando si puntò sull’eccellenza ospedaliera con la nascita di reparti pubblici super specialistici e di strutture sanitarie private. Nella circostanza, nacquero le aziende ospedaliere sotto la direzione strategica di un manager in grado di far quadrare i conti … ma solo quelli. Sì, perché il più delle volte si trattò di un manager privo di competenze mediche e, talvolta, anche di quelle imprenditoriali, sicché sul medio e lungo termine il modello finì col penalizzare la resa del servizio offerto ai cittadini, soprattutto perché falcidiato da tagli di risorse occorrenti per il mantenimento e l’acquisto delle risorse umane e strumentali.

Le aziende ospedaliere, le ASL, furono poi sostituite dalle ATS o agenzie di tutela del territorio che, pur mantenendo le funzioni di programmazione e di accreditamento, smisero di fornire l’erogazione di servizi importanti quali le vaccinazioni, le visite per il rilascio della patente di guida, le visite consultoriali, i controlli delle falde acquifere, eccetera.

Contestualmente alle ATS videro la luce anche le ASST o aziende sociosanitarie territoriali che sostituirono le ASL (sembra il gioco delle tre carte…), mantenendo l’erogazione dell’offerta medica specialistica alla quale si aggiunse l’attività dei medici di famiglia che dovettero unirsi in associazioni per essere a disposizione dei loro pazienti dalle ore 08,00 alle 20,00 di tutti i giorni. Negli intenti, il nuovo modello avrebbe dovuto garantire, indirettamente, una diminuzione della pressione sul pronto soccorso degli ospedali, anzi se il cittadino si fosse rivolto al pronto soccorso saltando il medico di base avrebbe dovuto pagare un ticket.

Il nuovo modello sanitario favorì la proliferazione di sigle e attribuzioni, come PREST e POT acronimi rispettivamente di poliambulatorio per le cure di base anche a domicilio, e poliambulatorio per pazienti cronici e riabilitazione. Di là dei rassicuranti proclami, la danza di nomi e di strutture in realtà mirò alla riduzione della ASL, alla chiusura di alcuni presidi ospedalieri, all’accorpamento dei reparti, alla ridistribuzione delle risorse umane e delle attrezzature.

Com’era da prevedersi con un minimo di lungimiranza, tali stravolgimenti favorirono l’instradamento dei pazienti dalle strutture pubbliche a quelle private, con la conseguente anchilosi delle strutture pubbliche, quelle che poi non avrebbero retto al tragico assalto del Covid-19 nonostante l’eroismo del personale sanitario che fino ad oggi conta oltre 140 caduti in servizio in aggiunta alla già drammatica cifra dei 25.000 decessi di ricoverati.

Pertanto, la morale da trarre dalla tragica esperienza del coronavirus è, secondo me, una soltanto, anzi quattro:

  1. giacché la vita media degli italiani si è allungata perché le attuali condizioni esistenziali consentono loro di vivere in stato di benessere psicofisico più a lungo, gli ospedali dovranno riprendersi la loro specificità di poli ospedalieri pubblici per la cura dei malati acuti, con progetti, reparti, strutture e personale all’avanguardia;
  2. i poli ospedalieri chiusi devono essere recuperati per l’offerta ambulatoriale specialistica, per la gestione dei malati cronici, per i piccoli e medi interventi chirurgici, per la diagnostica minore, per i laboratori di esami ematochimici;
  3. i medici di famiglia dovranno riprendersi il ruolo di gestione dei pazienti, potendosi appoggiare sia agli ospedali per casi acuti, sia a quelli di media specializzazione;
  4. le ATS dovranno riprendersi le mansioni di controllo e di programmazione delle attività quali controllo igienico generale, delle falde acquifere, dell’acustica, dell’edilizia sanitaria, il controllo sull’alibilità degli alimenti, le varie visite d’idoneità, eccetera.

Al riguardo, non mi dilungherò in altri esempi di cose da farsi dopo la pandemia perché esse potrebbero risultare incomprensibili ai non addetti ai lavori, limitandomi invece, a un interrogativo che pongo soprattutto a me stessa in quanto medico: «Se avessimo avuto la possibilità di “spalmare” gli infetti da Covid-19 su di una maggiore rete di strutture sanitarie anche minori – quelle che sono state chiuse in questi anni per capirci  – avremmo potuto salvare più vite e, allo stesso tempo, ridurre i contagi da persona a persona?».

Io credo di sì.

* Medico specialista,
consigliere comunale a Busto Arsizio,
responsabile regionale del dipartimento salute di F.d.I.
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