Ave Roma mater nostra

Share
Nel bene e nel male, noi italiani siamo figli dei nostri miti e uno di essi, il più importante, fu Roma, la caput mundi, nelle cui origini sono da ricercarsi i nostri troppo trascurati pregi e gli innegabili difetti i quali, in ogni circostanza, fanno di noi un popolo irripetibile senza il quale non vi sarebbe civiltà e forse neppure l’Europa come la conosciamo oggi

*****

Il 21 aprile colei che ci improntò a sua immagine e somiglianza, madre Roma, festeggia il 2.777° compleanno. La storia del villaggio chiamato dapprima Ruma in lingua etrusca che, poi, diverrà un faro di civiltà per il mondo antico iniziò nella prima fase dell’età del ferro e, in breve tempo, riuscì a sottomettere Albalonga e i popoli della Lega Latina che questa capeggiava. Ebbene, nel volgere di un millennio, la città sorta da un villaggio di misere capanne sul colle Palatino avrebbe dominato tutto il mondo allora conosciuto, in virtù della sua cultura, della sua lingua ma anche, se non soprattutto, per l’eccezionale efficienza del suo esercito incardinato sulla Legione, edizione rivisitata della Falange dei macedoni. Eppure, nonostante la smisurata potenza, in oltre mille anni Roma non riuscì a riunire le sue conquiste in uno Stato – nazione, perché?

Roma non sarebbe potuta diventare uno Stato come lo intendiamo oggi perché non era nella sua vocazione di potenza universale, o globale per mantenerci nel lessico corrente. Soltanto quando all’universalismo guerriero che l’aveva tenuta per secoli in piedi si sostituì quello pacifico e antimilitarista del cristianesimo, venne meno di colpo l’impalcatura psicologica sulla quale il suo imperio si era retto per secoli e che aveva portato i romani ad affermare orgogliosamente «Civis Romanus sum». Della progressiva debolezza di Roma seguita al cristianesimo si avvantaggiarono le popolazioni barbariche che, dal momento della sua definitiva caduta, iniziarono ad affrancarsi dall’Impero d’Occidente per costituirsi in Stati nazionali, cosa che a noi sarebbe riuscita soltanto millequattrocento anni dopo e in modo anche piuttosto equivoco.

Tra i tanti motivi che consentirono la “nazionalizzazione” dei popoli barbari prima di noi italiani, uno va ricercato nei miti in cui essi s’identificarono, in quanto gliene fornirono la base ideale. Infatti, la vita avventurosa del Cid Campeador e del suo mitico cavallo Babieca servì agli Spagnoli per fondarvi sopra la Reconquista della loro terra dagli arabi; il mito della Tavola Rotonda, incentrato sul mistico Re Artù e i cavalieri al suo servizio, fu utile per portare l’Inghilterra fuori dalla barbarie e all’unificazione delle varie tribù di cui si componeva in una sola nazione.

Al medesimo scopo servì la Chanson de Roland che, scritta per tramandare le gesta del prefetto di Bretagna, Orlando, divenne la bibbia unificante dei francesi; mentre la Saga dei Nibelunghi, avente come protagonista un personaggio fosco e indecifrabile come Sigfrido, rappresentò il mito intorno al quale si agglomerarono i tedeschi che, pur non costituendosi in nazione fino al 1871, si erano sempre considerati un popolo. I succitati miti avevano in comune il senso della virtù militare, dell’obbedienza e del sacrificio consapevole della vita, intesi come servizio e come valori unificanti. 

Purtroppo, quei valori in Italia non misero mai salde radici e questo non perché a noi mancassero i miti, mancava semmai la loro spendibilità in una società che aveva abbracciato un credo pacifista come il Cristianesimo, una religione incentrata sull’amore e sulla tolleranza per il prossimo, presupposti indispensabili per poter aspirare alle beatitudini ultraterrene dopo la morte. Fu questo nuovo senso dell’esistenza a impedire che gli italiani, sull’esempio dei loro vicini, potessero riconoscersi in miti aggreganti, giacché quelli ereditati dalla patria latina – Giove e altri dei del Pantheon grecolatino – erano del tutto incompatibili col Cristianesimo.

Per dirlo in termini più chiari, i nostri atavici miti pagani non si potevano cristianizzare perché erano rappresentati da divinità neppure vagamente riconducibili alla vicenda di Gesù Cristo, una figura permeata di una dolcezza quasi femminea, perché essi erano donnaioli, vendicativi e seminatori di zizzania sulla terra, implacabili mascalzoni oltre che degli irrecuperabili bugiardi. Anzi, possiamo dire che la nostra civiltà fonda proprio su quelle bugie che i romani, primi manipolatori della storia, fecero diventare miti. 

La prima bugia che ci ritorna in mente fu quella della sofferta fondazione di Roma a causa della penuria di donne. La verità a riguardo è molto più semplice di ciò che imparammo a scuola: i vicini del villaggio, che sarebbe divenuto poi la caput mundi, non volevano dare le loro donne in moglie ai romani perché li consideravano ladri e tagliagole. Prendiamo per esempio Romolo, il fondatore, come poteva rassicurare i vicini o diventare millequattrocento anni dopo la caduta di Roma anche mito dei credenti in Cristo, lui il figlio fratricida di una monaca che, dopo aver tradito il voto di castità, tentò di liberarsi dei gemelli appena partoriti con un malriuscito, duplice infanticidio?

E per rimarcare ancora meglio l’impossibile spendibilità dei miti latini nel nuovo universo religioso cristiano, dei natali di Romolo e Remo esiste un’altra versione anche meno edificante della prima se possibile, perché contiene addirittura degli elementi hard, una storia che nessuno si sognerebbe di avvicinare al Cristianesimo neppure in tempi disinibiti come quelli di oggi. Infatti, secondo la storica inglese Jane F. Gardner, che a riguardo chiama in causa lo scrittore greco-latino Plutarco, nella casa del re di Albalonga, Tarchezio, comparve un grande pene che prese a seguirlo ovunque e, per liberarsi di quell’inquietante seguito il re, che incominciava a temere per la propria “incolumità”, impose a una delle figlie di congiungervisi (Ma che bel padre!). La principessa, però, demandò tale incombenza a una serva che assolse così bene il compito assegnatole, che dopo nove mesi diede alla luce Romolo e Remo… un pisellone divino come minimo doveva dar vita a due gemelli!

Se consideriamo che sulla fondazione di Roma, in ambedue i casi i gemelli furono salvati da un guardiano di porci e allevati da sua moglie che arrotondava le entrate esercitando un mestiere che già allora era ritenuto il più antico del mondo, arriviamo alla conclusione che neppure Romolo e Remo ebbero possibilità di scelta per presentarsi in modo “normale” alla ribalta della storia: o figli di una monaca poco propensa alla castità, o figli di una serva, o figli adottivi di una zoccola di professione. Se, poi, a tutto ciò si aggiunge che Romolo organizzò il primo stupro di massa della storia più noto come “il ratto delle sabine”, si capisce ancora meglio perché fosse impossibile adeguare i nostri miti fondanti al Cristianesimo.

Ciononostante, esiste una qualche similitudine tra il fondatore di Roma e quello del cristianesimo perché, stando alla tradizione latina, alla fine anche Romolo come accadrà poi a Gesù Cristo secondo i cristiani, ascese al cielo poiché, secondo lo storico (sic!) Tito Livio, anche lui ritornò sulla terra, giusto il tempo di affidare all’amico Giulio Proculo la rivelazione della sua ascesa al paradiso pagano come una divinità ovviamente. Beh, oggi quella di Romolo la chiameremmo autopromozione più che ascensione.

Essendo stati questi i nostri miti fondativi, capite che erano destinati puntualmente a fallire i propositi di coloro che per duemila anni si sono prefissi l’obiettivo di fare dell’Italia un Paese normale: noi siamo unici e irripetibile proprio perché, nel bene e nel male, i nostri comportamenti si discostano dalla norma. Se i romani si fossero adagiati sul preesistente, sulla norma dell’epoca insomma, adottando l’alfabeto etrusco oppure quello greco invece d’inventarsene uno, oggi non esisterebbe un continente europeo ricco d’idiomi e di tradizioni linguistiche. Se i romani non avessero avuto il male della pietra avrebbero costruito capanne come facevano gli altri popoli italici, invece di edifici, acquedotti e terme destinati a sfidare il tempo e la stessa evoluzione del concetto ideativo di bello.

Ebbene, nonostante il disamore dei giovani e di una cospicua parte della classe politica per le glorie del nostro irriproducibile passato, anche se sono caduti i confini della sua antica grandezza e sui monumenti dell’urbe cresce ormai l’erba grazie agli inutili sindaci degli ultimi trent’anni, noi non recideremo mai il cordone ombelicale che ci unisce alla madre universale di tutto l’Occidente perché siamo molto simili a lei, anche se più di qualcuno nel mondo ci ritiene (e con qualche ragione) soltanto dei gran figli di mignotta… Ave Roma mater nostra!

Potrebbe interessarti anche A cavallo di un’altra bomba atomica