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Sul fascismo Vannacci va pure lui al contrario

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Vannacci
Il Generale Roberto Vannacci probabilmente non si è reso conto che, con la sua rivisitazione del regime fascista, ha dato un’altra rappresentazione di come, proprio grazie a lui, il mondo vada al contrario anche sull’interpretazione della storia

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Non abbiamo difficoltà ad ammettere che, all’inizio della sua parabola nel firmamento narrativo e politico italiano, guardammo con un certo interesse a Roberto Vannacci forse perché nel libro “Il mondo al contrario” aveva scritto alcune cose che tutt’ora condividiamo sull’immigrazione e sulla legittima difesa in uno Stato che, piano piano, sta diventando sempre meno stato di diritto. Però, sostenere come lui ha fatto nei giorni scorsi che fino al 1938 tutte le leggi emanate dal regime fascista furono legali perché approvate dal Parlamento e promulgate dal re, è antistorico. Pensiamo soltanto alle leggi razziali che sarebbero state un abominio anche se fossero state approvate da un milione di Parlamenti! Leggi, peraltro, che furono particolarmente abiette per gli ebrei italiani che si erano battuti con grande valore nel corso della Grande Guerra e avevano illustrato il nostro Paese in ogni campo del sapere, oltre a essere stati sempre dei cittadini esemplari.

E poi, se vuole affrontare il tema della legittimità delle istituzioni rappresentative di quel periodo, Vannacci dovrebbe ricordare che, fino al 1939, i candidati al Parlamento erano scelti dal Gran Consiglio del Fascismo e l’elettore sulle due schede elettorali che aveva a disposizione poteva soltanto scrivere “Sì” oppure “No”, trattandosi di elezioni di tipo plebiscitario. Senza dimenticare che le due schede erano di colore diverse, per cui si capiva subito che cosa aveva votato l’elettore quando depositava la scheda nell’urna. Pertanto, è offensivo per la democrazia parlare di Parlamento durante il regime fascista.

Oddio, per come la vediamo noi, neppure la figura del re Vittorio Emanuele III (il promulgatore delle leggi razziali…) era legittima sotto il profilo democratico, perché apparteneva a una dinastia che si era assisa sul trono della monarchia italiana per “Grazia di Dio” e non per una mai espressa “Volontà della nazione” nelle urne fino al 1946, quando gli italiani mandarono affanculo i Savoia col voto. Beh, forse l’ex generale non si è reso conto che, con la sua rivisitazione legalitaria del regime fascista, ha dato una rappresentazione di come – grazie a lui! – il mondo vada al contrario anche sull’interpretazione della storia d’Italia.

A sostegno delle sue idee revisioniste Roberto Vannacci ha citato uno storico, secondo il quale “La Marcia su Roma non fu un colpo di stato ma poco più di una manifestazione di piazza”. E, almeno su questo punto, siamo d’accordo con lui perché, il 30 ottobre del 1922, a compiere il colpo di Stato non furono i fascisti (che non avevano la forza militare per farlo) ma il re, allora che si rifiutò di sottoscrivere lo stato d’assedio per fermare le raffazzonate bande in camicia nera, preparato da quel galantuomo del primo ministro Luigi Facta e costringendolo così alle dimissioni per poterlo sostituire con quella canaglia di Benito Mussolini. Cosicché, da quell’infausto mese di ottobre di 103 anni fa, in Italia il mondo non ha mai smesso di andare al contrario.

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