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Somos todos americanos…

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A Sinistra non dovrebbero scandalizzarsi se, preoccupandosi per la progressiva degenerazione della situazione venezuelana, come dire fuori l’uscio di casa, Trump ha fatto suo l’asserto di una loro icona globale, Barack Obama: «Somos todos americanos». E se sono todos americanos, era scontato che l’inquilino della Casa Bianca s’interessasse delle cose americane

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Non abbiamo nessuna difficoltà a sostenere che in politica estera Trump abbia fatto più cose buone di quanto siano disposti ad ammettere i suoi detrattori, che sono tanti soprattutto a sinistra. Oddio, non avrà fatto cessare la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina in ventiquattrore come aveva promesso in campagna elettorale, ma di certo da quando è alla Casa Bianca ha favorito la stipula di sette accordi in altrettanti conflitti o crisi aerali. Come tra Etiopia ed Egitto, tra Serbia e Kosovo, tra Cambogia a Thailandia, tra India e Pakistan, tra Armenia e Azerbaigian, tra Ruanda e Congo, e per finire nella striscia di Gaza, senza contare il fatto che ha aiutato Israele a fermare il programma nucleare dei fanatici e feroci ayatollah di Teheran il cui potere, proprio in queste ore, sta traballando sulle piazze iraniane. Accordi e soluzioni temporanei e parziali molto labili si dirà con una qualche ragione in verità, tuttavia è sempre positivo quando le tensioni tra Stati si allentano e le armi smettono di sparare, anche quando ciò avviene in virtù di traballanti accordi o di una prova di forza calibrata. Ma anche in politica interna il saldo di un anno alla Casa Bianca di Trump è all’attivo per la frenata impressa all’immigrazione clandestina, come volevano i suoi elettori, e di una buona politica economica laddove si valuti che il PIL va attestandosi intorno al 4% e l’inflazione è in progressivo calo. Insomma, con un po’ di onestà intellettuale, si potrebbe dire che Donald Trump sta facendo anche cose buone per il suo Paese e per la pace nel mondo.

Cose buone per la pace? Ma se vuole la Groenlandia dalla Danimarca e ha appena inviato la Delta Force a prelevare dal suo letto il dittatore venezuelano Nicolás Maduro e la moglie Cilia per incarcerarli in America! È vero, eppure, per come la vediamo noi, l’Absolute Resolve è stata un’operazione di salute pubblica globale, perché pare che Maduro fosse colluso con i potenti cartelli della droga che, ormai, hanno propaggini in tutto il mondo, fino a condizionare gli Stati, i governi e talvolta perfino sostituirsi ad essi. Senza dimenticare, inoltre, il dato fornito il 6 agosto del 2024 da una delle più prestigiose riviste scientifiche americane, la “Scientific American”, secondo la quale ogni anno negli States muoiono 100.000 persone a causa della droga proveniente da quelle aree e dalla Cina. E, poi, diciamolo a chiare lettere: senza dittatori il mondo è un posto migliore. Non sottacciamo la ragione meno nobile che ha motivato l’operazione Absolute Resolve, anche perché essa è la più importante di tutte le altre per Trump: il Venezuela è il primo produttore al mondo di petrolio anche se, per una dissennata politica economica prima di Chavez e poi di Maduro, i venezuelani stanno morendo di fame pur galleggiando su mari di petrolio.

E quel petrolio stava per finire in mano ai cinesi che da anni stanno tentando di rastrellare tutte le risorse energetiche del pianeta. Come dire che Trump ha colpito a Caracas per meglio spiegare a Pechino (ma anche a Mosca…) che, almeno nell’emisfero occidentale e boreale, non potranno più fare acquisti e vendite a prezzi stracciati di armi, petrolio, uranio, rame, a di altri materiali strategici. E i cinesi, senza quei minerali e le fonti energetiche alternative al carbone che continuano ad utilizzare copiosamente per costruire le “auto ecologiche” che poi vendono a noi cazzoni, sono fottuti. Ma un messaggio chiaro è stato inviato anche all’Avana, perché le guardie del corpo di Maduro eliminate in pochi secondi dalle teste di cuoio americane, erano cubane e non venezuelane. Difatti, al di là delle prese di posizioni ufficiali, non pare che l’attuale classe dirigente venezuelana, pur formatasi all’ombra di Chavez e di Maduro, sia in grande ambascia per la caduta del dittatore se perfino la vice del caudillo defenestrato, Delcy Rodriguez, (che ne ha preso subito il posto appoggiata dall’esercito…) ha già offerto il ramoscello di ulivo a Trump: “Lavoriamo insieme per la pace e il dialogo”.

A ravvivare ancor di più il convulso panorama internazionale, ci hanno pensato anche il governo di Francia e Regno Unito (i volenterosi dell’Ucraina…), ma a riguardo lasciamo la parola al ministro degli esteri francese, Jean-Noel Barrot, che ha così commentato il raid americano in Venezuela e la cattura di Nicolas Maduro: “L’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale. Nessuna soluzione politica può essere imposta dall’esterno”. Questo lo diceva nelle stesse ore in cui aerei francesi e inglesi andavano a bombardare uno Stato sovrano come la Siria perché a Palmira, secondo loro, esisteva una base dell’ISIS… e il diritto internazionale da Barrot invocato? Non parliamo della Sinistra italiana, che ha una spiccata e storica simpatia per gli assassini e per i dittatori purché comunisti, la quale, in un batter d’occhio, ha ripiegato le bandiere proPal e inalberato quelle della protesta contro l’arresto di Maduro, mentre i venezuelani veri sparsi per il mondo per necessità ne festeggiavano la caduta. Che la Sinistra nostrana ami il Venezuela più della sua presidente Delcy Rodriguez e dei venezuelani stessi?  E, poi, i sinistrorsi non dovrebbero scandalizzarsi più di tanto se, preoccupandosi per la progressiva degenerazione della situazione venezuelana, come dire fuori l’uscio di casa, Trump ha fatto suo l’asserto di una loro icona globale, Barack Obama: «Somos todos americanos». E se da quelle parti sono todos americanos, ci pare perfino ovvio che l’inquilino della Casa Bianca s’interessasse delle cose americane. Non trovate?

Il professore Ernesto Galli della Loggia, affermato editorialista del Corriere della Sera, in un’intervista concessa a Federica Fantozzi lo scorso 16 dicembre, ha addirittura avanzato dei sospetti che in verità hanno poco di un’analisi scientifica: «Abbandonare l’Europa per il presidente americano significa abbandonare il Mediterraneo, cioè un epicentro del mondo. Se accettiamo che è pazzo, tutto torna. Oppure Putin ha in mano qualcosa che deve restare segreto… E io sospetto che Mosca controlli parlamentari in ogni capitale europea».

Vi sono due dettagli che secondo noi il professore ha trascurato nella sua non proprio trascendentale analisi. Il primo: non è l’America che sta abbandonando l’Europa ma il contrario, e per capire come, da quando e perché tutto questo stia avvenendo, gli suggeriamo di andare a rileggersi i Cahiers de doléances espostidal vice presidente USA, JD Vance, alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera il 14 febbraio 2025 e del quale gliene forniamo un piccolo assaggio per memoria: «… la minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti. Mi ha colpito il fatto che un ex commissario europeo sia andato in televisione di recente e sia sembrato felice del fatto che il Governo rumeno avesse appena annullato un’intera elezione…». E veniamo al secondo punto sul quale ci permettiamo di non essere d’accordo col professore: Donald Trump, magari sarà uno spaccone, un Narciso dei nostri tempi, ma non è pazzo. Se li immagina, il professore, i Generali del Pentagono che prendono gli ordini da un pazzo (che ha al seguito la valigetta nucleare) come se niente fosse? E se è vero, come lui sospetta, che Mosca controlla parlamentari in ogni capitale europea, allora Trump è un saggio, altro che pazzo, a volersene andare da questa infida e inefficace Europa.

E per concludere, vorremmo ricordare al suddetto professore e alla Sinistra che per noi europei è giunto il momento di scendere dal piedistallo dei principi (che per primi non applichiamo), di smetterla di puntare il dito contro i difetti, veri o presunti, del tycoon americano ed iniziare a guardarci allo specchio, un esercizio che fino ad oggi abbiamo evitato di fare per il timore di vederci come nel ritratto di Dorian Gray, che resta sempre giovane perché è il suo ritratto  ad assorbire i guasti dell’ipocrisia e della corruzione della sua anima. Ecco, gli americani con Trump non vogliono più essere l’anima (nera) dell’Europa. Possiamo onestamente dar loro torto?

(Copertina di Laura Zaroli)

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