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Perché Trump a cavallo dei sommergibili non ci sta male in fondo

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Medvedev
Dopo la mossa americana dei giorni scorsi di fare uscire dei sommergibili allo scopo di stemperare gli uzzoli guerrieri dell’agit-prop atomico di Putin, Dimitry Medvedev, qualcuno, attribuendone il demerito a Trump che già ne ha collezionato tanti in verità, ha iniziato a scrivere del profilarsi di una nuova Guerra Fredda che, a ben vedere, sarebbe un merito per lui

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L’allora presidente della Federazione Russa, Dimitry Medvedev, oggi vice presidente del Consiglio di Sicurezza della medesima Federazione, è lo stesso che a Praga nel 2010 firmò il trattato New Start per la riduzione di ordigni nucleari col presidente americano Barack Obama. Siccome non v’è nessuno che sia più guerrafondaio degli ex pacifisti quando i guerrafondai vanno al potere, Medvedev qualche anno fa minacciò di far sommergere Londra da uno tsunami provocato da un bomba atomica lanciata al largo delle coste inglesi e, in questi giorni, si è ripetuto minacciando addirittura Trump: «…i suoi ultimatum sono un passo ulteriore verso la guerra». In verità, lascia perplessi l’imbecillità di questo tizio, incolore e senza personalità, pare non rendersi conto di stare a minacciare una super potenza nucleare in buona salute militare, mentre il suo Paese – in pieno XXI secolo! – si è lasciato infognare in una guerra di posizione come non si vedeva dalla Grande Guerra e che, senza il supporto materiale (che è tutto dire) di Iran, Corea del Nord e Cina, gli Ucraini sarebbero già arrivati a Mosca pur non possedendo ordigni nucleari. In aggiunta al fatto che Medvedev non riesce a uscire dallo stereotipo (che fu già di Hitler…) radicatosi nell’attuale dirigenza russa, secondo il quale gli americani finiranno con l’accettare tutto ciò che la Russia sta facendo in Ucraina, in Africa e in Medioriente perché, in fondo, sono soltanto bottegai e cow boy col cervello ammollato dal fentanyl dei cinesi. Ma dopo Obama e Biden, stavolta Medvedev si è scontrato con Donald Trump che, oltre ad averne personalmente stigmatizzato le velate minacce, ha spedito due sottomarini nucleari a far da scolta di fronte alle coste russe dalle parti dell’Artico e del Pacifico Settentrionale. Niente di stravolgente, per carità, ma stiamo assistendo a un inedito botta e risposta tra il Cremlino e la Casa bianca come non si vedeva dalla seconda elezione di Trump.

Adesso, secondo uno schema collaudato con la guerra a Gaza, dove i mascalzoni sarebbero gli israeliani – appoggiati da Trump – e non i tagliagole di Hamas che li hanno belluinamente attaccati il 7 ottobre del 2023 (e che in questi giorni ne vanno menando anche vanto), i media del grande fratello dell’informazione occidentale diranno che l’irresponsabile è il tycoon, mica i russi che vogliono papparsi tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia. Invece, secondo noi, la mossa del presidente Usa, per quanto solo dimostrativa e forse già prossima a essere rimangiata dall’interessato, è stata opportuna perché si spera sia tesa a far capire a tutti che l’America non lascerà indifesi i propri alleati nel Pacifico e nell’Europa Centrale, nonostante alcune divergenze daziarie. Sta di fatto che, dopo le parole di Trump, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha preso a buttare acqua sul fuoco delle dichiarazioni di Medvedev, in pratica sputtanandolo come di solito avviene per i servi sciocchi: “Mosca tratta con cautela le dichiarazioni legate alle questioni nucleari e ritiene che tutti debbano essere prudenti su questo tema”.

In verità, lo stile delle uscite di Medvedev e dell’ex generale Viktor Vodolatsky ci ricordano le spacconate del premier dell’Unione Sovietica che era succeduto a Stalin, Nikita Krusciov, il quale all’Assemblea Generale dell’Onu nel 1960, in mancanza di un microfono a portata di mano per poter far sentire la sua protesta contro una dichiarazione del rappresentante filippino filo-americano, si tolse una scarpa e la batté ripetute volte sul tavolo al quale era seduto. Pur tenendo presente che quelle di Krusciov erano trovate folcloriche di un mugik che non aveva terminato neppure la scuola dell’obbligo, l’episodio va collocato nel contesto della tensione che esisteva tra la Russia Sovietica e gli Stati Uniti durante quella che fu definita “Guerra Fredda”. Parliamo di una guerra-non guerra fatta da due Paesi possessori della bomba atomica, mediante conflitti locali convenzionali in diverse parti del mondo, che durò in pratica fino all’implosione dell’Unione Sovietica.

Eppure, nonostante il fatto che vivessimo sotto la spada di Damocle degli arsenali atomici delle due super potenze dell’epoca, quelli della nostra generazione ricordano il periodo con una certa nostalgia perché vivevano in un mondo dai percorsi esistenziali pressoché certi, allora che si potevano fare dei progetti di vita a medio-lungo termine in una società protettiva e ordinata, sebbene sotto l’occhio materno di quella zoccola (mai) pentita della Democrazia Cristiana e di santa madre Chiesa, che ancora non era diventata l’Ong che è oggi. Si costruiva la casa, ci si sposava, si mettevano al mondo dei figli, si comprava la Cinquecento con le cambiali, le ferie agostane si chiamavano “villeggiatura” e duravano un mese. Tutto questo fu possibile perché i centri decisionali del governo del mondo, che si trovavano a Mosca e a Washington, litigavano sempre ma non sbroccavano mai, come mai oltrepassavano il segno i loro rispettivi alleati.

Questa situazione di pace sotto le bombe atomiche, appese come prosciutti ad affumicare sopra i camini, fu giusta sotto il profilo esistenziale? Non sapremmo dirlo oggi che viviamo in una bolgia di autodeterminismo esasperato e di abomini spacciati per conquiste sociali, però fummo felici e dobbiamo dirlo. Peraltro, quello che sopravvive del welfare state lo costruimmo nel dopoguerra, allora che la politica era in mano a gente che, colta o con i calli alle mani, conosceva bene i propri limiti e stava attenta a non ripetere gli errori che avevano portato alla disastrosa guerra appena terminata. Non ci sentiamo di poter dire la stessa cosa dei politici di oggidì inclusi Trump e Putin i quali, nonostante la narrativa dei loro rispettivi aficionados, sono delle inaffidabili persone, pronte a mentire o a rimangiarsi ciò che hanno detto il giorno prima. Eppure, nonostante tali affinità, riteniamo che i due non siano ancora disposti ad andare a letto insieme come teme il presidente ucraino Zelensky.

D’altronde, se nel dopoguerra non fosse stato saggio e pacifico il sentire della gente comune e della politica, la famosa crisi di missili di Cuba, avvenuta nell’ottobre del 1962, sarebbe certamente sfociata in una guerra nucleare, di fronte al fatto che la Russia aveva installato basi missilistiche a Cuba minacciando da vicino gli Stati Uniti che reagirono col blocco navale dell’isola dal mare e dal cielo: se soltanto una pilotina russa avesse violato quel blocco ci sarebbe stata la guerra! Ma si potevano di nuovo sacrificare al Moloch di un conflitto militare, stavolta spaventoso, le speranze, i sogni e l’operato costruente di miliardi di persone? Infatti, in un momento così topico, Nikita Krusciov, il mugik russo semianalfabeta (che era stato anche Commissario Politico nel mattatoio che fu la difesa di Stalingrado), e il giovane rampollo di una ricca dinastia americana che pure aveva fatto la guerra nel Pacifico, J.F. Kennedy, si parlarono per telefono sulla cosiddetta linea rossa, riuscirono a capirsi e trovarono il modo di evitare l’olocausto nucleare pur continuando a farsi gli sgambetti sui vari teatri di guerre areali e lo sguardo truce sulla scena politica internazionale.

Dopo la mossa americana dei giorni scorsi di fare uscire dei sommergibili allo scopo di stemperare gli uzzoli guerrieri dell’agit-prop atomico di Putin, qualcuno, attribuendone il demerito a Trump che già ne ha collezionati tanti in verità, ha iniziato a scrivere del profilarsi di una nuova Guerra Fredda non capendo che quella guerra rimase fredda proprio perché la coesistenza fu assicurata dall’equilibrio militare, ovvero dalle minacce bilanciate tra Russia e America. All’epoca i protagonisti del confronto erano due i quali, a parte i proclami di facciata, alla fine riuscivano sempre a mettersi d’accordo, perché quando si litiga soltanto in due è più facile trovare le ragioni per smettere. Oggi, invece, i paesi “nuclearizzati” sono almeno otto e non riescono a trovare un accordo su niente, tant’è che non fa in tempo a finire una guerra locale che ne inizia subito un’altra in qualche altra regione del mondo. E allora tanto vale essere realisti e ritornare con i piedi per terra, dicendo a chiare lettere che noi umani il male e la guerra non riusciremo mai a eliminarli completamente, perché sono nati con noi e vivono in noi, pertanto dovremmo attrezzarci almeno per imbrigliarli, per farne la terribile alterità di un futuro che, per come si prospetta, sarà comunque cupo.

Se vogliamo evitare il peggio, se vogliamo assicurare ancora qualche altro secolo di vita decente ai nostri posteri, forse è giunta l’ora di “ringraziare” a denti stretti l’inaffidabile presidente americano per aver dato comunque la sveglia a tutti (specialmente in Europa) e iniziare a costruire, magari con più attori, un nuovo ordine mondiale come avvenne durante la Guerra Fredda. Ci rendiamo conto che non sarà facile riuscirvi perché ai vertici del governo del mondo oggi ci sono tre pericolosi stronzi in sotterranea lotta tra loro: uno che vede l’Occidente come una dependance americana, uno che crede di essere la reincarnazione di Stalin e l’altro, il calmo con gli occhi a mandorla, aspetta soltanto il momento buono per buttarsi sulla carcassa del soccombente.

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