Perché la scelta non è soltanto tra il SÌ e il NO
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Riesce davvero difficile capire perché quelli che in Italia si definiscono progressisti, democratici e antifascisti, in realtà, si battono per mantenere nel nostro ordinamento una norma e una figura inquisitoriale che erano tipiche del regime fascista
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Alcuni sostengono che nel nostro Paese votare non serva a niente perché, se servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare. Ebbene, su questo punto non siamo mai stati d’accordo, non perché ritenevamo che gli scettici avessero torto a riguardo, anzi, ma perché il loro convincimento rovescia il vero problema che affligge la stortignaccola democrazia italiana: noi cittadini non sappiamo utilizzare l’arma del voto! E badate bene che un’affermazione del genere è figlia della storia e non delle nostre elucubrazioni, perché proprio non riusciamo a ricordare un’elezione, una legge scaturita dal voto popolare che, a partire dal 1946, sia riuscita a cambiare (veramente) qualcosa nel nostro Paese dove, peraltro, vige la regola non scritta “Fatta la legge, trovato l’inganno”. E, poi, facciamo un po’ di chiarezza sul voto in generale perché – contrariamente da quanto sostengono i politici in ogni talk show – gli italiani non votarono per la prima volta il 2 giugno del 1946, perché in realtà la loro prima volta fu il 10 marzo di quell’anno, e i cervelloni col culo sedente sugli scranni parlamentari a 19.000 euro al mese dovrebbero avere almeno intuito il perché non poteva esserci un referendum di scelta tra repubblica e monarchia senza prima fare le elezioni amministrative: dovevano servire a eleggere i rappresentanti di quelle amministrazioni periferiche, come i Comuni per esempio che quel referendum avrebbero dovuto gestire sul terreno. Domanda che viene quasi di conseguenza: nel nostro Paese le prime elezioni a suffragio universale cambiarono qualcosa oltre a sostituire lo stemma della monarchia con quello della repubblica sulla carta intestata degli uffici pubblici? Nella forma cambiarono tutto, nella sostanza niente, perché lasciarono intonsi i blocchi di potere che esistevano prima della guerra, tant’è che tra quei due blocchi, ognuno conservatore alla sua maniera, poté inserirsi facilmente il movimento grillino di allora, quello del “Fronte dell’Uomo Qualunque” fondato non da un comico ma da un drammaturgo (e ci voleva!), Guglielmo Giannini. Questi, prima del movimento, aveva fondato l’omonimo giornale con un intento molto chiaro: «È il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa le scatole».

Ecco, oggi il desiderio di Giannini potrebbe sembrare uno slogan populista anticipatore di quelli più sgangherati dei grillini mentre, in realtà, contiene l’essenza della democrazia liberale che, se è veramente tale, i suoi ordinamenti non devono consentire alle istituzioni dello Stato d’interferire nella vita dei cittadini più del necessario, al fine di garantire le loro libertà individuali. E parliamo di limitare il potere dello Stato, figuriamoci quello di un ordine professionale! Probabilmente, avete già capito che vogliamo arrivare a quella Magistratura che sono anni ormai che, compiacendosene senza nessun ritegno, gioca sull’errato convincimento di essere un potere giurisdizionale mentre, in realtà, l’articolo 104 della Costituzione le assegna soltanto il ruolo di “…ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. In pratica, i magistrati sono dei non eletti, dei dipendenti statali vincitori di concorso esattamente come l’usciere del Quirinale, anche se l’usciere quirinalizio ha a difendere i suoi diritti soltanto il sindacato, le toghe, invece, sono sotto la cappella del presidente della repubblica, del Csm e dei loro sindacati come l’Anm e Magistratura Democratica che, in partica, fanno gli arieti politici della conservazione e della casta. Ma se l’ordine giudiziario non è un potere, figuriamoci essere il contropotere dei governi il cui operato è già sottoposto al vaglio del Parlamento (eletto dai cittadini), dal presidente della repubblica (eletto dal Parlamento), dai magistrati della Corte Costituzionale, dai magistrati dalla Corte dei Conti e dalle diverse Authority indipendenti.

Sicché, quando alcuni magistrati in servizio e tuttavia incredibilmente schierati politicamente o in politica attiva addirittura, si mettono di traverso sull’applicazione delle leggi emanate dal Parlamento (come ad esempio quelle sulle espulsioni degli immigrati delinquenti, violenti e stupratori), in un certo senso lo fanno contro se stessi perché quelle medesime leggi, oltre ad essere stata controfirmate dalla suprema assise dello Stato democratico prima di diventare operanti, sono state vagliate sul merito anche dai magistrati delle suddette corti, se non addirittura da essi stessi in ruoli diversi. E qui emerge prepotentemente la ragione per la quale ci recheremo a votare il referendum costituzionale il prossimo 22-23 marzo: la separazione delle carriere dei magistrati giudicanti da quelli accusanti, allo scopo di porre fine all’anomalia tutta italiana dove l’accusatore e il giudice sono paciosi coinquilini invece di essere “nemici”, con frammischiamenti di ruoli e di funzioni che c’entrano molto con la conservazione del potere di casta e niente con la giustizia da rendere agli accusati.

Sui guasti che con le sue spesso bislacche sentenze la Magistratura creativa sta producendo sulla percezione della legalità nella nostra società, specialmente a livello giovanile e degli immigrati che sono i più pericolosi in assoluto perché provenendo da realtà sociali dove vige la legge della giungla, se ne fottono dell’osservanza della legge, certi che ci sarà sempre un giudice che darà loro un buffetto sulle guance e li rimanderà a fare quello che facevano prima: mettere in croce gli italiani di ogni città, borgo e contrada! Sugli effetti di ciò sull’ordine sociale, politico, produttivo e istituzionale di questo Paese si potrebbero scrivere intere biblioteche di libri, ma ci limitiamo soltanto ad osservare che nella stragrande maggioranza delle democrazie occidentali vige la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e quelli requirenti (la pubblica accusa), con distinti percorsi professionali. Esattamente com’è negli intenti del governo in carica. È un caso che tale separazione non esista soltanto nei Paesi autoritari e in Italia dove l’autoritarismo strisciante sembra portare ancora una volta la casacca nera, quella di alcune toghe stavolta? Ma neppure i compagni con la casacca rossa scherzano con le assurdità. Infatti, costoro definendosi antifascisti si sono fatti sostenitori del NO senza capire che, in realtà, stanno difendendo una norma e una figura inquisitoriale del regime fascista.

Come si sarà capito a questo punto, ci facciamo propugnatori del SÌ e, tuttavia, invitiamo a riflettere su di un punto prima di recarsi nelle urne fra dieci giorni: non ci saranno altre occasioni per modernizzare le istituzioni di questo Paese e, in caso di vittoria del NO, lo scivolamento verso il patronato delle toghe sulla nostra Repubblica nata dall’antifascismo si farà ancora più opprimente, e il caos istituzionale da terzo mondo si farebbe inarrestabile. Ma in quel caso il vero sconfitto di prospettiva non sarebbe il governo in carica, ma il rassemblement di Sinistra che, cedimento dopo cedimento, in caso di un suo governo (Dio non voglia!) sarebbe inibito e schiacciato dalla protervia della magistratura “amica” che, in qualche maniera, pretenderà di esercitare il patronato dei magistrati vittoriosi sulle decisioni del governo retto da forze politiche sue fiancheggiatrici. E allora affanculo le riforme, le centrali nucleari per produrre energia a basso costo, il ponte sullo stretto, il premierato e forse la stessa democrazia italiana che già adesso non è messa tanto bene.
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