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Le donne militari non possono essere le quote rosa con altri mezzi

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Tante cose sono cambiate da quando i ragazzi di leva, a fine esercitazione, prendendosi in giro a vicenda, nelle camerate si dedicavano all’esercizio di bucare con l’ago le bolle che gli anfibi provocavano ai piedi ed erano orgogliosi se soltanto il comandante di plotone si affacciava alla porta fingendo di zoppicare anche lui

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Il giornalista Luigi Mascheroni, in una rubrica che cura su “il Giornale”, lo scorso 19 dicembre ha riferito che una donna-marinaio, in servizio su di una nave della nostra Marina Militare, ha chiesto la dipendenza da causa di una malattia causata, secondo lei, dal fatto che durante i turni di guardia portava il fucile a tracolla, come fanno tutte le sentinelle del mondo da quando esistono le armi individuali lunghe.

Confesso che ho impiegato un po’ di giorni a occuparmi di questo fatto perché prima mi son dovuto dare molti pizzicotti per convincermi di non essere vittima di uno sturbo dovuto a un’indigestione di struffoli e paste reali che in questi giorni di antivigilia incominciano a materializzarsi sulle tavole di noi meridionali. Non conosco di preciso l’infermità che avrebbe provocato la tracolla del fucile alla delicata pelle della spalla di questa marinaia, sappiamo però che la Sanità Militare le ha rifiutato il riconoscimento e che per questo l’interessata si è rivolta al Tar.

Due domande mi sorgono spontanee. Questa balda militare all’occorrenza dovrebbe stare, elmetto in testa, alle mitragliere del ponte a battersi con i droni che ci invierà sulla testa il bieco Vladimiro del Cremlino? Oppure, come il valoroso maggiore del genio navale Teseo Tesei ella sacrificherebbe deliberatamente la propria vita per portare a termine con successo la sua missione? Non me lo dite, lo so, stanno ridendo tutti i pesci del Mediterraneo per le mie ingenue domande.

Mah, qualcosa deve essere proprio cambiato nel giro di una generazione perché, chi come me proviene da una lunghissima carriera militare, ricorda bene che durante le faticose marce addestrative i militari (di leva!!!) facevano a gara tra loro per portare a tracolla la mitragliatrice MG 42/59 che pesava quasi quattordici chilogrammi. Senza parlare del bazooka e del fucile di dotazione, che all’epoca era il Garand che pure pesava quattro chilogrammi, in aggiunta alla borraccia piena e allo zaino tattico sulle spalle. Pare di vederli ancora quei meravigliosi ragazzi di leva quando, a fine esercitazione, nelle loro camerate, prendendosi in giro a vicenda, si dedicavano all’esercizio di bucare con l’ago le bolle che gli anfibi provocavano ai piedi… non si lamentavano mai ed erano orgogliosi già se soltanto il comandante di plotone si affacciava alla porta fingendo di zoppicare anche lui.

Ma non potevamo aspettarci niente di diverso dalla marinaia in questione perché l’arruolamento delle donne nelle forze armate “professionali” fu concepito tardivamente e realizzato in modo da far salve le pari opportunità, non certo la loro percezione di un lavoro duro e pericoloso per quattro soldi al mese.  E non credo che da quando sono andato in pensione la situazione sia migliorata rispetto a quanto, in tempi non sospetti, rilevai in un libro: “Ritornando all’ingresso delle donne nelle Forze Armate, bisogna dire che i colleghi maschi le accolsero con timidezza, mal simulata indifferenza e, non di rado, con un’ostilità che nasceva dall’oggettiva constatazione che il loro inserimento stava avvenendo all’insegna delle impari opportunità. In principio, infatti, le soldatesse fruirono di alloggiamenti migliori, iniziale esenzione dai servizi che imponevano la promiscuità con i maschi, rapporto privilegiato con i comandanti, molti dei quali ostentarono una predisposizione culturale che, in realtà, non possedevano e che nessuno tra gli ufficiali e sottufficiali possedeva: erano semplicemente impreparati a rapportarsi con le donne in divisa perché figli di un’organizzazione pensata al maschile per duemila anni”.

E il guaio è che alcune donne (si può dirlo?) sono ancora strutturalmente impreparate ad affrontare i disagi tipici della condizione militare… si ha un bel parlare di pari opportunità, ma quando una signora in divisa vuole la causa di servizio soltanto per aver portato il fucile a tracolla, forse dovrebbe cambiare mestiere al più presto. Lei e il comandante che non ha saputo tirarne fuori una professionista adusa fare i conti con la sua condizione professionale: la vita militare non può essere la continuazione delle “quote rosa” con altri mezzi!

(copertina di Donato Tesauro)

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