Le due patacche
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Abbondantemente dopo la fine della II Guerra Mondiale, precisamente nel 1963, furono lo chansonnier francese Yves Montand e il cantautore italiano Giorgio Gaber, a far conoscere al pubblico “Bella ciao” che fino a quel momento era stata soltanto una canzone folcloristica dalle origini peraltro incerte
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Sul fascismo italiano crediamo sia stato scritto quasi tutto, compresa quella che, a nostro giudizio, fu la sua principale caratteristica, ovvero l’ignoranza e l’incapacità di elaborare un progetto culturale che non fosse la grottesca scimmiottatura dei rituali imperiali dell’antica Roma. I fascisti, infatti, non furono capaci neppure di elaborare uno stile musicale che non fosse quello dei tamburi militari, delle grancasse e delle trombe delle loro tetre cerimonie. Si pensi che perfino il loro noto inno, Giovinezza, fu il frutto di un copia-incolla con una canzone studentesca, il Commiato del 1909, allora che Mussolini era soltanto un caporione socialista. A scrivere la canzone era stato uno studente in legge diciannovenne, Nino Oxilia, che morirà nel 1917 nel corso di una battaglia della Grande Guerra; a metterla in musica, invece, aveva provveduto un altro studente universitario, Giuseppe Blanc.
La canzone dei due giovani, che era struggente, romantica e allo stesso tempo goliardica, era stata buttata giù a Torino, in una sera di maggio del 1909, in una trattoria lungo il Po, e diede vita ad un canto che avrebbe fissato in musica un rito di passaggio dei giovani dell’epoca, la fine della spensieratezza adolescenziale e l’entrata nella vita adulta (https://www.youtube.com/watch?v=vxvNwdlN8ak).

Dopo la guerra gli antifascisti fecero la medesima cosa, perché andarono a costruire l’inno della Resistenza, “Bella ciao”, su di un’altra canzone derivata da un ennesimo copia-incolla. Infatti, per quanto ne sappiamo, questa canzone è una patacca nella patacca perché, nel periodo della lotta partigiana, al contrario di quanto vorrebbe far credere l’agiografia resistenziale, i partigiani italiani non la cantavano per il semplice fatto che non la conoscevano affatto, e d’altronde neppure oggi si conosce con certezza chi l’abbia scritta veramente e quando. La sua diffusione e l’abbinamento alla lotta antifascista avvenne dopo la guerra e del tutto involontariamente, grazie a due cantanti che la interpretarono negli anni Sessanta del secolo scorso. Ci riferiamo a Giorgio Gaber e Yves Montand che la eseguirono in pubblico entrambi nel 1963: Gaber in Rai, nella trasmissione televisiva “Canzoniere minimo”, e lo chansonnier Montand in un disco da 45 giri (https://www.youtube.com/watch?v=CEn6ToGDdgU).
Yves Montand (che era italo-francese) quando cantò “Bella ciao” non la presentò come l’inno dei partigiani, ma come un canto folcloristico della sua terra natia. D’altronde, come abbiamo anticipato, le reali origini di questa canzone sono quanto di più nebuloso possa esistere. Alcuni fanno nascere la sua base musicale addirittura nella Francia del Quattrocento, o nel Piemonte del Risorgimento, mentre altri la fanno derivare da una ballata ebraica, che divenne il cavallo di battaglia di un bravo fisarmonicista ucraino emigrato negli Stati Uniti: Misha Tsigonoff.

Purtroppo, come sosteneva il ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels, “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Ragion per cui continua ad aleggiare sul partigiano italiano quell’aura di perfezionismo etico che, ancora oggi, ce lo presenta solitario, puro e romantico mentre sale a combattere in montagna (perché poi se i nazifascisti stavano nelle città…) al canto di “Bella ciao”. Su questa mistificazione possiamo anche passarci sopra, perché l’uscita intellettuale dei giovani dal ventennio fascista aveva bisogno di simboli nuovi ai quali potersi idealmente ispirare per costruire l’Italia democratica, però sotto il profilo storico le patacche restano pur sempre patacche. Ma non bisogna meravigliarsi più di tanto di questa attitudine al plagio tra pataccari di opposte ideologie, perché il fascismo e l’antifascismo di giornata si abbeverano alla medesima fonte: alla mistificazione della storia. Una dimostrazione di ciò la stiamo avendo anche sulle piazze in queste ore.
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