I compagni hanno cambiato il nome, non certo le idee
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A distanza di 78 anni i comunisti tuonano di nuovo contro i matrimoni principeschi, anche se non proprio tra principi reali, segno che la falce e il martello l’hanno ancora tatuata sulla pelle. Infatti, per boicottare il prossimo matrimonio a Venezia del proprietario di Amazon, Jeff Bezos con la giornalista Lauren Sanchez, hanno creato addirittura un comitato che ha ricevuto anche l’adesione dell’ANPI
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Il 20 novembre del 1947, giorno del matrimonio dell’erede al trono d’Inghilterra Elisabetta con il principe Filippo, il quotidiano comunista l’Unità pubblicò in terza pagina un articolo di Maurizio Ferrara (papà di Giuliano fondatore de Il Foglio) dal titolo “Elisabetta e mia cugina Carla”, con il quale voleva dimostrare che gli unici matrimoni veri erano quelli tra proletari. Ebbene, a distanza di 78 anni sono punto e a capo contro i matrimoni principeschi, anche se non proprio tra principi reali, segno che gli eredi del comunismo la falce e il martello l’hanno ancora tatuata sulla pelle. Infatti, dopo il la dato da Michele Serra dalle pagine de la Repubblica lo scorso 27 marzo (https://www.vincenzociaraffa.it/dalla-rivoluzione-alla-defecazione-dei-piccioni-di-michele-serra/), per boicottare il matrimonio a Venezia del proprietario di Amazon, di Jeff Bezos con la giornalista Lauren Sanchez, è nato il comitato oppositivo No Space for Bezos, con a capo Tommaso Cacciari dei centri sociali veneziani e orbitante nell’area politica della sinistra estrema, come dire ex e nuovi comunisti. In buona sostanza, tale comitato si oppone all’utilizzo di alcuni spazi della città affittati dal paròn di Amazon a suon di una decina di milioni di euro, per festeggiare le sue nozze in compagnia di duecentocinquanta vip in un giorno tra il 26 e il 28 giugno prossimi. Uno degli slogan di questo comitato è «Venezia non è in vendita, non è in affitto».

A riguardo ci corre l’obbligo di chiarire che, oltre ad essere in malafede, il suddetto comitato è anche un po’ ignorantello sulla storia della città di Marco Polo. È in malafede perché non si sa dove fosse a protestare quando si sono sposati a Venezia George Clooney e Amal Alamuddin, Salma Hayek e François-Henri Pinault, Woody Allen e Soon-Yi Previn, Alexandre Arnault e Géraldine Guyot, che non sono proprio operai a paga inziale. È un po’ ignorantello perché ignora la storia della città, che vorrebbero preservare da chissà quale disgrazia. Forse è il caso di ricordar loro che la Serenissima Repubblica di Venezia divenne una potenza europea proprio per il fatto che, essendo abitata da un popolo che non arat, non seminat, non vindemiat, sviluppò ai massimi livelli d’ingegno la gestione e il commercio di merci che si vendevano, si affittavano e si trasportavano. Che, poi, è quello che la città intende fare con Bezos: affittargli dei servizi per il suo matrimonio. Punto e basta. Dov’è il disdicevole, il problema, qualcuno ce lo spieghi perché non abbiamo afferrato il senso della protesta capeggiata dal nipote del filosofo ed ex sindaco piddino di Venezia Massimo Cacciari.

Il Cacciari nipote-comunista è venuto subito fuori: «Vogliamo difendere la dignità di Venezia che non può fare da sfondo a una persona che sfrutta i lavoratori, appoggia Trump e occupa di fatto la città: faremo in modo di mandargli la torta nuziale di traverso, andremo all’assalto e ci butteremo in canale se serve – L’arroganza con cui questo tecno feudatario tratta la nostra città». Addirittura feudatario! Oddio, bisogna dire che qualche cosa è cambiata nella semantica della sinistra italiana: siamo passati dai tecno-fascisti ai tecno- feudatari. Giusto per onestà intellettuale, bisogna ricordare che Bezos non è un sostenitore di Trump, perché mentre dava un milione di dollari al comitato per il suo insediamento (come sono soliti fare i tecno-magnati americani con ogni presidente eletto), donava sessanta milioni di dollari alla National Fish and Wildlife Foundation, affinché le persone e la natura prosperino insieme, che non è proprio un’azione da sfruttatore, semmai da capitalista illuminato, di quelli capaci d’inondare di soldi le buie e umide calli veneziane.

Comunque, a quelli del comitato ha risposto con pragmatica chiarezza il presidente della Regione Vento Luca Zaia: «Protestare contro chi porta visibilità e ricchezza al nostro territorio è, a mio avviso, una vergogna». Alle parole di Zaia aggiungiamo soltanto che l’iniziativa del comitato di Cacciari nipote, più che una vergogna, è una stronzata castrante d’impronta sessantottina il secolo dopo. E lo sosteniamo con maggior convinzione da quando abbiamo appreso che anche l’Anpi (che dovrebbe occuparsi di mantener vivo il ricordo della Resistenza nelle giovani generazioni) è della partita dei contestatori di Bezos per una sorta di antifascismo nuziale. L’ha definito così Il Foglio che – scherzo del destino – è stato fondato dal figlio di quel Maurizio Ferrara propugnatore di una sorta di comunismo nuziale su l’Unità del 20 novembre 1947. E così il cerchio della storia si chiude e si apre quello della farsa cavaiola.
P.S. E se Bezos lo mettesse a quel posto ai lagunari dell’antifascismo nuziale comunicando la (reale) data del matrimonio poche ore prima della sua celebrazione?


