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È stata veramente una bomba d’amore?

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Il faccendiere Valter Lavitola avrebbe assoldato dei bombaroli per fare acquisire a Ranucci l’aureola di giornalista senza macchia e senza paura, pronto a sacrificare la vita per la verità, in modo da poterlo poi fare inserire a furor di popolo nell’affollato parterre degli aspiranti condottieri del cosiddetto campo largo

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Le difficoltà del governo Meloni sulla nuova legge elettorale cavalcate artatamente delle sinistre, hanno fatto passare in secondo piano l’affaire Lavitola-Ranucci (e anche le mascherine di Conte in verità…). Ciò posto, esordiamo col dire che, al contrario di parecchie persone che hanno già emesso la loro sentenza, noi non sappiamo quanto vi sia di vero nella contestazione del reato di tentata strage che la Procura di Roma ha addebitato all’imprenditore, giornalista e politicante Valter Lavitola. Sarebbe lui, infatti, il mandante dell’attentato chirurgico contro il conduttore di Report, il giornalista Sigfrido Ranucci, la sera del 16 ottobre 2025, un attentato che fu subito attribuito alla mafia. E noi crediamo alla Procura di Roma perché è Procura d’onore.

 L’attentato, secondo la vulgata iniziale della Sinistra era, nel più benevolo dei casi, teso a intimidire il giornalista da sempre impegnato in inchieste scottanti e, in verità, sempre a senso unico e spesso pacchianamente faziose, come ha dimostrato il servizio della contestata grazia concessa dal presidente della Repubblica all’ex igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti. La Schlein andò perfino più in là, facendo intendere all’estero che dietro il fatto delittuoso vi fosse il governo. E noi crediamo alla Schlein perché è donna d’onore.

Ma la Dda e la Procura di Roma sono di diverso avviso perché, secondo l’ipotesi accusatoria, Lavitola avrebbe assoldato dei bombaroli per fare acquisire a Ranucci l’aureola di giornalista senza macchia e senza paura, pronto a sacrificare la vita per la verità, in modo da poterlo poi fare inserire a furor di popolo, nell’affollato parterre degli aspiranti condottieri del cosiddetto campo largo. Insomma, secondo la definizione di Vittorio Feltri (al quale vanno le nostre condoglianze per la perdita della moglie), quella di Lavitola sarebbe stata una bomba d’amore. E noi crediamo a Feltri perché è un giornalista d’onore.

Non appena è scoppiata l’altra bomba meno rumorosa, ma più devastante per l’immagine di Ranucci, ovvero l’inchiesta giudiziaria, il conduttore di Report si è affrettato a spiegare che Valter Lavitola era un suo caro amico e che, secondo lui, mai avrebbe ordinato di mettere una bomba sotto le auto di famiglia. E noi crediamo a Ranucci perché è un uomo d’onore.

Aperto il vaso di Pandora dell’inchiesta, l’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, giocando d’anticipo, è andato in televisione (a LA7 per capirci…) per far sapere urbi et orbi che anche lui aveva partecipato ad alcune cene con Lavitola e Ranucci, senza spiegarci, però, il perché. Possibile che come il Sigfrido nazionale neppure lui conoscesse il quantomeno controverso curriculum vitae e giudiziario di Lavitola? E, in ogni caso, noi crediamo pure all’ostentata fessaggine di Mieli perché egli è un ex direttore d’onore.

Ma noi non siamo qui per seppellire Cesa…, pardon Ranucci, perché non è nostro compito in quanto ci sta riuscendo benissimo anche da solo, ma per porre due domande a tutte le parti in causa in questa torbida vicenda: veramente pensate che gli italiani siano dei coglioni incapaci di farsi un’idea degli accadimenti? Ritenete sul serio che la Sinistra possa vincere le prossime elezioni politiche in questo modo e con questi sotterfugi?

(Copertina di Donato Tesauro)

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