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I fiori che uccidono

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Cecilia De Astis
Ai funerali della povera Cecilia De Astis, un officiante, invece di citare, che so, qualche pensiero di Sant’Agostino sulla morte, ha pensato bene di ricordare ai presenti il verso di una canzone di Fabrizio De André, secondo il quale dai diamanti non nasce niente, mentre dal letame nascono i fiori

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Quattro ragazzini rom, dei quali il più grande aveva 13 anni, a bordo di una Citroen DS4 (rubata, ovviamente) lo scorso 11 agosto, in via Saponaro a Milano, hanno perso il controllo dell’autovettura andando a finire in un’area verde dove si trovava Cecilia De Astis, una vedova di 71 anni, uccidendola sul colpo. Dopo il malfatto i quattro ladruncoli se ne sono andati in un centro commerciale come se niente fosse, probabilmente senza neppure rendersi conto della gravità di ciò che avevano appena combinato. Data l’età e l’etnia dei protagonisti di un fatto così atroce, si sono subito scatenate le solite polemiche da talk show sui rom e sull’immigrazione, talune anche molto fantasiose, e il rimpallo delle responsabilità tra il Comune e la Prefettura di Milano su chi aveva l’onere di sgomberare il campo abusivo da dove i ragazzini provenivano.

Ebbene, pur essendo distante miliardi di anni luce da noi l’intento di voler in qualche modo sollecitare comprensione per i giovani autori della morte di Cecilia o per l’immigrazione irregolare che ci sta mettendo in croce come singoli cittadini, per agevolare la comprensione dell’accadimento dobbiamo per forza spiegare preliminarmente qual era l’universo sociale e morale nel quale la baby-gang è cresciuta.

Partiamo dalla loro “casa”, il campo rom di via Selvanesco, un sito illegale e d’illegalità che, fino a qualche giorno fa, era occupato da un piccolo nucleo di rom Khorakhanè, ovvero di religione musulmana, che di solito provengono dal Kosovo, dalla Bosnia e dal Montenegro. Tra l’altro, questo gruppo è così chiuso all’integrazione, di cui tanto si favoleggia a Sinistra, che ai suoi membri è proscritto persino sposare persone non appartenenti al gruppo medesimo.

Abbiamo detto che il campo era in via Selvanesco “fino a qualche giorno fa” perché, subito dopo che le forze dell’ordine vi sono entrate sequestrando auto, telefonini, orologi e gioielli rubati, la comunità si è dissolta assieme ai ragazzini, tre dei quali sono stati acciuffati e portati in un centro di recupero: uno di essi era stato scovato sull’autostrada Torino Savona, in un camper guidato dalla nonna settantenne che stava tentando di scappare in Francia. Soltanto questo episodio basterebbe a spiegare l’ambientino nel quale i piccoli omicidi stradali si sono formati, laddove pensiamo che una nonna dalle nostre parti è una figura positiva, oseremmo dire pedagogica, quando non proprio determinante per il (sano) supporto logistico-educativo dei nipoti.

Ma siccome in certe circostanze peggio dei politici sanno fare soltanto i preti, è il caso di riportare il pensiero di un officiante ai funerali della povera Cecilia De Astis, che si sono tenuti nella chiesa di San Barnaba a Milano – Gratosoglio il 14 agosto. Al termine della cerimonia religiosa il parroco, don Paolo Steffano, un prete impegnato nel sociale come s’inclina a dire oggi, invece di citare, che so, qualche pensiero di Sant’Agostino sulla morte, ha pensato bene di ricordare ai presenti i versi della canzone Via del Campo scritta da un canzonettista di grande talento, Fabrizio De André: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Tutta qui la narrazione?  

E sulla vita di una donna mite e laboriosa che si è dissolta in una mattina d’agosto, mentre Milano si andava svuotando per le partenze vacanziere, non diciamo niente? A partire dal nostro presidente della Repubblica la narrativa pro immigrazione ha molti aedi, ma chi racconterà Cecilia De Astis, chi parlerà dei suoi sogni e delle sue sofferenze ai figli, ai nipoti, alle sorelle e ai suoi amici? Di chi è veramente la colpa se il suo microcosmo è diventato all’improvviso un mondo buio e silenzioso? Dei ragazzini rom o di chi, in nome di un’impossibile inclusione, ha creato le condizioni affinché tutto questo accadesse? Per carità, non impetriamo vendetta contro dei minorenni, però vorremmo dire al don di San Barnaba che quelli che hanno ucciso Cecilia De Astis erano sì fiori, ma fiori del male “coltivati” in un terreno dove l’illegalità è il concime quotidiano.

Ma anche alla Destra poco incisiva sul tema immigrazione e alla Sinistra, sempre così premurosa e generosa (con i soldi nostri…) con gli immigrati clandestini, avremmo qualcosa da domandare: siete davvero così ottusi da non accorgervi che, per ragioni diverse, sull’immigrazione avete fallito su tutta la linea? Possibile non realizziate che nel futuro dei nostri nipoti l’incontrollato flusso migratorio sarà una delle più grandi tragedie, assieme alla mancanza d’acqua, all’effetto serra, alla desertificazione, all’inquinamento del mare e allo smaltimento dei rifiuti?

Ma ritornando al problema dei rom e dei loro campi abusivi, la Sinistra e la Chiesa, che sono così fantozzianamente “umane”, non caveranno un ragno dal buco se prima non faranno una confessione a loro stessi: sui rom, su quelli che fino a non molti anni fa chiamavamo semplicemente “zingari”, non sanno un cazzo! Costoro pensano di poter risolvere con i dolcini del politically correct un problema che neppure il regime fascista riuscì pienamente a risolvere.

Infatti, durante gli anni di quel regime e nel primo dopoguerra, nel Meridione i nostri nonni contadini dormivano con la doppietta appesa al letto e spesso addirittura in una stanza sopra la stalla e, prima di addormentarsi, legavano una corda alla cavezza del cavallo la cui estremità annodavano, poi, intorno al braccio. Ciò perché i frequenti furti di cavalli, all’epoca, erano un’esclusiva specialità degli zingari che, essendo girovaghi, avevano la passione per i cavalli da tiro… quelli degli altri s’intende. Insomma, in ottant’anni l’unica cosa che siamo riusciti a ottenere è stata la trasformazione semantica e tecnologica degli zingari: adesso si chiamano rom e non rubano più cavalli veri, rubano quelli dei motori delle nostre auto.

Purtroppo, anche nel caso della morte di Cecilia De Astis la Sinistra cattocomunista si è prodotta soltanto in prevedibili pistolotti sull’integrazione e sui fiori nati dal letame, per niente presa dal fatto che un’altra brava persona è stata spedita al cimitero da quei poco profumati “fiori”. Una domandina finale ai nostri politici, ai loro elettori e fiancheggiatori: signori, ma la notte riuscite a dormire pensando allo sfacelo del quale siete perlomeno corresponsabili? Ve lo chiede anche Cecilia dal cimitero.

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