Difesa militare: chi ci difenderà dai demagoghi?

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Per non finire anche lui sotto l’inesorabile cancellino della storia dopo essere finito sotto quello dei giudici di Napoli, Giuseppe Conte ha pensato bene di crearsi un po’ di visibilità cercando di mettere in difficoltà il governo, del quale le sue infide truppe fanno parte, a proposito del fantomatico 2% del Pil da destinare allo strumento militare di difesa. Ma, al cospetto di un Putin che non intende porre fine alla guerra di aggressione dell’Ucraina almeno fino a quando non avrà ridotto a pezzi quel Paese, Conte non è il solo che continua a discutere a sproposito del sostegno materiale da fornire all’Ucraina e dei piani per un minimo di ammodernamento delle forze armate

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È chiaro che dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina il mondo non sarà più quello di prima, perché poche cose sopravvivranno alla scomparsa dell’ordine mondiale che seguì alla caduta del muro di Berlino. Ebbene, una caratteristica di queste catastrofi politiche è che esse cancellano per forza di cose le strutture e i personaggi inutili al nuovo corso della storia. Avete sentito parlare di Onu da quando Putin sta massacrando l’Ucraina sotto gli occhi di tutto il mondo? Eppure questo consesso, il cui mantenimento costa uno sproposito agli Stati che ne fanno parte, è il massimo organismo mondiale che dovrebbe occuparsi della pace, della sicurezza e delle normali relazioni tra i diversi Stati. Ma l’Onu è anche l’istituzione più inutile che sia esistita dal 1945 a oggi e, se vogliamo, anche prima, fin da quando si chiamava Società delle Nazioni, perché non v’è stata una guerra, una soltanto, che essa sia riuscita a evitare o a fermare.

Ritornando in Italia, invece, avete più sentito parlare di altre auree inutilità come Salvini dopo la figura di merda rimediata in Polonia, a Przemysl, lo scorso otto marzo a causa dei suoi trascorsi filo putiniani? E della Meloni? E del fresco sposo Berlusconi? Ecco perché, per non finire anche lui sotto l’inesorabile cancellino della storia – dopo essere incappato in quello dei giudici di Napoli – Giuseppe Conte ha pensato bene di crearsi un po’ di visibilità cercando di mettere in difficoltà il governo (del quale le sue infide truppe fanno parte peraltro) a proposito del fantomatico 2% del Pil da destinare all’ammodernamento dello strumento militare. Ma, al cospetto di un Putin che non intende porre fine alla guerra di aggressione dell’Ucraina almeno fino a quando non avrà ridotto a pezzi quel Paese e strangolato l’Europa bloccando l’erogazione del gas, Conte non è il solo a filosofeggiare sterilmente a proposito del sostegno da fornire all’Ucraina e ai piani di un minimo di ammodernamento delle forze armate in previsione di un attacco da Est alla Nato. E, invece, le poche risorse finanziarie disponibili, in sei anni pare di capire, ci imporrebbero delle scelte rapide e pragmatiche anche nel settore della difesa che già non era in eccellenti condizioni prima della guerra in Ucraina. E, sebbene con sfumature e conoscenze diverse, non siamo stati i soli ad averlo sostenuto in questi ultimi anni.

L’11 giugno del 2004, l’allora capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale Giulio Fraticelli, nel corso di una conferenza presso il Centro alti studi della Difesa dichiarò che «La situazione attuale vede 10.000 posti letto disponibili secondo il nuovo standard su 81.000 necessari […] I fondi necessari per l’ammodernamento dei tre pacchetti di forze entro il 2020 e per le infrastrutture ammontano a un totale di circa 33 miliardi di euro. Considerando però le priorità fissate e l’esigenza minima di conseguire l’ammodernamento del primo pacchetto di forze entro il 2015, saranno necessari mediamente 1.200 milioni di euro». Ciò, nel linguaggio criptico dello Stato maggiore significava che l’Esercito italiano era in mutande già una ventina di anni fa.

Di seguito, il suo successore, scelto con la regola targata Sme di far rimpiangere il predecessore, il generale Filiberto Cecchi (questo signore ci odierà perché lo citiamo sempre in negativo), il 27 gennaio del 2006 inviò una circolare che, per usare una locuzione fantozziana, possiamo definire una cagata pazzesca: «La recente approvazione della legge finanziaria 2006 ha, purtroppo, confermato una situazione di straordinaria criticità nella quale le risorse iscritte nella funzione Difesa sono talmente esigue da incidere sul funzionamento, sui processi decisionali e sulle attività da porre in essere […] È evidente che le riduzioni operate non saranno sufficienti a mantenere lo strumento neppure su quei livelli minimali inizialmente auspicati […] L’eccezionalità del momento richiede comportamenti innovativi e ulteriori sforzi di intelligente creatività […] A tale patrimonio motivazionale annetto valore prioritario, ancor più della stretta operatività, perché solo facendo leva sull’abnegazione e sull’intelligenza dei nostri uomini si potrà superare il difficile momento e garantire un futuro di crescita al nostro esercito». Come dire che eravamo alle solite: per vincere la seconda guerra mondiale Benito Mussolini fidava sull’obbedienza cieca e assoluta di soldati male armati e pessimamente guidati, Cecchi più modestamente faceva affidamento sull’abnegazione e l’intelligenza… su di una decente politica di difesa militare no, eh!

E per finire la carrellata, il quotidiano specializzato in problemi economici e finanziari Il Sole24 Ore, nell’edizione del 10 ottobre 2008, stimò che la mancanza di risorse economiche avrebbe ridotto la nostra efficienza militare allo zero per cento. D’altronde, da quel momento in poi i fatti hanno parlato da soli, e quando non sono stati i fatti a parlare, lo hanno fatto i giornali e i generali che contavano, alcuni con analisi intelligenti e ricche di dati, altri con un approccio così dilettantistico da far perfino dubitare della loro lucidità mentale. 

Ebbene, perfino un lettore dal lessico più raffinato del nostro dovrà ammettere che ci voleva una gran faccia di tolla, o una totale ignoranza del problema di cui si parlava, per poter minimamente sostenere che «…le riduzioni operate non saranno sufficienti a mantenere lo strumento neppure su quei livelli minimali…» e allo stesso tempo «…garantire un futuro di crescita al nostro esercito». Ma fu durante un’intervista concessa il 20 aprile successivo alla citata circolare che il generale Cecchi andò oltre la semplice ignoranza del problema che, peraltro, non stava investendo soltanto l’esercito ma tutto il Paese, l’Europa e la Nato. Infatti, durante un colloquio con dei giornalisti sostenne che, secondo lui, la soluzione per trarre l’esercito fuori dalle angustie di un esiguo bilancio poteva essere il ricorso al finanziamento dei privati, non sfiorandolo neppure il sospetto che un’ipotesi del genere sarebbe stata azzardata perfino per la Russia dei danarosi oligarchi.

Ancora oggi, d’altronde, a noi riesce difficile immaginare De Benedetti, o Mediaset, o Benetton che finanzino l’acquisto di carri armati, o di portaerei, di aerei, o di missili. Anzi, la risposta da lui fornita a un giornalista che gli aveva chiesto se in avvenire avremmo visto carri armati recanti sulle fiancate la pubblicità della Coca Cola, chiarì definitivamente perché l’Italia ha perso la maggior parte delle guerre che ha combattuto: «Questo no. L’esercito inglese, che certamente non versa in condizioni drammatiche come le nostre […] noleggia, per così dire, uomini e mezzi per fare dei film […] credo che anche l’Italia si dovrebbe adeguare». Dopo una dichiarazione di quel tenore da parte del capo operativo dell’esercito, il ministro per la Difesa di un governo serio, in un Paese serio, avrebbe preteso le sue immediate dimissioni e la scritturazione d’ufficio quale conduttore di “Striscia la notizia”!

Per quanto ridicolmente affrontato, le affermazioni di Cecchi rivelavano comunque l’esistenza di un problema, visto che il 23 luglio del 2008 anche il capo di Stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, durante un’audizione tenuta in Parlamento, spiegò che, dopo gli ennesimi tagli al budget, le forze armate si sarebbero ridotte ad un mero stipendificio con funzione di ammortizzatore sociale. Questo, secondo noi, perché i governi che si sono avvicendati dalla caduta del muro di Berlino a oggi hanno eluso il principale problema: con i pochi euro a sua disposizione, la Difesa deve barcamenarsi per mantenere in piedi la baracca, deve pensare a difendere i confini nazionali in modo credibile oppure continuare ad affidarsi a gente che pensa di trasformare le forze armate in una grande Cinecittà? Le necessità da soddisfare e le problematiche da risolvere nel settore della Difesa sono di quelle che farebbero tremare i polsi a una classe politica accorta e lungimirante, ma quella nostra fino a qualche anno fa era persuasa che i fondi per la difesa militare del Paese potessero recuperarsi dalla vendita delle infrastrutture militari in disuso secondo l’infantile schema “Vendo una caserma e compro un aereo”.

Purtroppo, i termini e le dimensioni del problema della nostra difesa militare non sono mai stati chiari neppure agli stessi ministri i quali, eccetto la buonanima di Lagorio e dell’attuale Guerini, non sono riusciti a fare degli Stati maggiori delle case di vetro dove regnino trasparenza e lucidità. Senza parlare dell’ignoranza generalizzata sul tema da parte del mondo politico. Non si spiega altrimenti l’impuntatura di Giuseppe Conte il quale, in presenza di una grave crisi internazionale, militare e politica, che impone decisioni rapide, coraggiose e temiamo dolorose, vorrebbe diluire il 2% del Pil da dedicare alla Difesa militare in otto anni, invece di porsi, per esempio, la questione del Donbass e lo status finale dell’Ucraina rispetto alla Russia dopo la guerra. Ma Conte non è il solo politico italiano che abbia tentato di far danno nelle forze armate.

A giugno del 2014, attraverso il quotidiano di Torino, La Stampa, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, influenzata forse dalla web-democrazia appena inventata da Beppe Grillo, rivolse un inconsueto invito agli italiani: «Scriveteci per aiutarci a costruire il futuro delle forze armate». Mai insulsaggine e populismo erano andati così vergognosamente a braccetto! Quale aiuto, quale consulenza il ministro della Difesa si aspettava di ricevere dalla lettera di un’eventuale massaia di Pescopagano sull’evoluzione delle dottrine strategiche e dei fattori di potenza tra gli Stati? Era in questo modo che in Italia si programmava il futuro delle forze armate nazionali? E i suggerimenti sull’indirizzo e sui nuovi compiti da assegnarsi allo strumento di difesa militare nell’ambito dei mutamenti intervenuti nel quadro geostrategico dovevano forse arrivare da qualche odontotecnico di Buscate? D’altronde il ministro Pinotti, che era del Pd, non aveva neppure le carte ideali in regola per discettare sul futuro di quelle forze armate che sono state sistematicamente smantellate anche, e soprattutto, con l’entusiastica partecipazione del suo partito d’origine. Il Partito comunista italiano, infatti, fino agli anni Settanta fu accesamente antiatlantico e critico verso l’organizzazione e l’assetto delle forze armate, e soltanto quando fu alle viste il “compromesso storico” divenne più possibilista, rendendosi conto che anche la causa dei militari poteva tornare utile per scrollarsi di dosso ottant’anni di ottuso marxismo, come dire di un fallimento storico di portata globale.

Eppure, invece di fare assegnamento sui suggerimenti delle varie sciure Marie d’Italia per capire i problemi del nostro sistema di difesa militare (del quale lei era il capo!), la ministro Pinotti bastava che si facesse portare da un segretario il diagramma con l’evoluzione delle nostre forze armate negli ultimi quarant’anni: fino agli anni Ottanta, escludendo Carabinieri e Guardia di Finanza, i militari italiani sono stati all’incirca 350.000 unità, mentre oggi sono poco più della metà. Per carità, gli scenari mutano, le risorse finanziare a disposizione per la difesa anche, e con essi la dottrina degli eserciti. Pertanto, invece di sollecitare gli italiani a trasformarsi in tanti von Clausewitz da Bar dello Sport, Pinotti avrebbe fatto bene a decidere assieme al governo, al Parlamento e ai vertici militari se le ragioni e le funzioni delle forze armate del futuro dovessero essere quelle previste dalla Costituzione.

Tali funzioni sono essenzialmente tre: difesa dei confini da minacce esterne non necessariamente militari, come quelle che vanno prendendo corpo nel Mediterraneo orientale; assicurare sicurezza e ordine pubblico assieme alle forze di polizia; il soccorso alla popolazione civile nel caso di catastrofi. In verità, non si può neppure sostenere che tutti i problemi delle forze armate nascano da una cronica penuria di soldi perché i problemi della Difesa sono anche i soldi ma non soltanto quelli. I problemi da affrontare oggi sono, innanzitutto, la costanza del budget, le regole d’ingaggio, lo svecchiamento del personale, l’equilibrio tra i gradi e i ruoli… non possiamo avere più comandanti che comandati! Che il problema non siano soltanto i soldi lo si capisce da un raffronto di dati. Negli anni Settanta, per esempio, le spese militari incidevano per il 3,3% sul nostro Pil e fino a oggi, invece, per l’1,8%: ancora tanti soldi se si considera che le forze armate nel frattempo si sono dimezzate.

Noi, però, dubitiamo che il nostro Giuseppi buono per tutte le stagioni abbia mai fatto di queste riflessioni ma, ahi lui, anche per l’Italia dei grillini e degli ex comunisti, grazie al loro mito Putin è giunta l’ora di decidere a quale futuro vuole aspirare: a quello di un Paese a sovranità limitata, oppure a quello di una piccola potenza economica che all’occorrenza sappia anche difendersi nell’ambito di un più vasto sistema di alleanze? Perché, nonostante i tanti ma, forse e però biascicati da oltre un mese in televisione da politici e analisti a proposito dell’aggressione russa e dell’aumento della quota di Pil da destinare alla nostra Difesa, la posta in gioco non è soltanto la libertà dell’Ucraina, che ormai temiamo sia perduta, ma anche di coloro che non si saranno dotati in tempo almeno di una forza militare di dissuasione minima.

Non è del tutto tardi per organizzarci in questo senso, purché lo Stato maggiore – visti anche i precedenti storici – la smetta di affidarsi alla mera anzianità per decidere capacità e competenze di coloro che dovranno rimodellare il nostro strumento di difesa militare. Anzi, per quest’auspicabile evenienza suggeriremmo addirittura di ricorrere a due nomi d’indiscussa competenza anche se non più in servizio attivo, dei professionisti della forza tenuti sempre in disparte dal potere politico a causa di quella indipendenza intellettuale che i leccaculo, ahi loro, non posseggono: i generali Carlo Jean e Ferruccio Boriero.

Ma abbiamo fondate ragioni per temere che, come al solito, per ristrutturare le forze armate la politica si affiderà al Manuale Cencelli con le stellette invece che alla competenza.

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